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LA RIFORMONA DI RENZI RACCONTATA A MODO MIO (di Stefano Olivieri)


Vi racconto a modo mio la riformona di Renzi, a spanne, per non perder tempo. Fuori dai mille slogan sorridenti del premier e lontano da questo misterioso raddrizzamento e rialzamento del P.I.L. di gatta Italia, perché la grandissima parte di italiane e italiani, malgrado le rassicurazioni del presidente del consiglio, le fusa ancora non riescono a farle.

Dunque, il jobs act, la lanterna magica con cui Matteo Renzi ha schiavardato il mercato del lavoro. Lui, non eletto da nessuno, è riuscito prima a conquistare la segreteria del PD e dopo, autospintonato dai suoi che nel frattempo gli avevano sgombrato la strada con tante buone maniere di gentaglia del calibro di Letta, Prodi, etc. E alla fine Il rottamatore e i suoi battilamiere, insomma, una volta divenuti lui premier e loro squadra di governo, hanno partorito il jobs act, cioè hanno vaporizzato in un battito di ciglia tutto il sistema di regole e tutele, a cominciare dall’articolo 18, che fino a quel momento avevano garantito una cosa scolpita nella Costituzione, cioè che il lavoro non potesse e non dovesse mai diventare merce da supermercato, anzi peggio, da casa d'aste, auction house giusto per far pubblicità a un mio romanzo.

Il premier non eletto da nessuno ha fatto una cosa che il PD, partito grazie al quale è diventato premier, non aveva scritto da nessuna parte nel suo programma per le elezioni politiche del 2013. Quelle elezioni, come si ricorderà, il PD le vinse di così stretta misura da essere costretto, alla fine e dopo aver esperito senza successo (povero Bersani) la possibilità di una qualche intesa con il M5S, a varare una grosse koalition all’italiana, cioè quel tappeto di chiodi appuntiti e arrugginiti dove per qualche tempo, e senza essere un fachiro, cercò di camminare Enrico Letta. Fino al momento in cui Renzi gli si avvicinò come Giuda all’ultima cena e gli disse di stare sereno, perché era arrivato il primo esemplare frutto dell'accoppiamento contro natura fra sinistra e destra. Matteo Renzi, l'evoluzione della specie, il primo democristiano 2.0, ancora tutto da testare ma già scaraventato a palazzo Chigi. Solo in Italia, paese di matti, si possono vedere cose del genere. Alla caduta di Berlusconi ballammo in piazza pensando che era finita, ma doveva ancora arrivare Monti, soprattutto doveva arrivare Renzi.

Il Jobs act e il suo sistema a tutele crescenti. Come la patente a punti di Berlusconi, anche qui il welfare è a punti, te lo devi rosicchiare magari leccando il culo al padrone perché all’inizio, e per buoni tre anni, sei alla sua mercè come uno schiavo. Il Jobs act seduce soprattutto il datore di lavoro, per quella storia della decontribuzione. Che vuol dire niente contributi all’inizio, tanto quando si è giovani alla pensione non si pensa. Questo dovrebbe – ma non accade – garantire al lavoratore qualche soldo in più busta paga, visto che il padrone risparmia nei contributi. In realtà il datore di lavoro se ne infischia e le paghe sono sempre più basse, 400 o al massimo 500 euro al mese per orari di otto ore e più, se vuoi fare gli straordinari devi pregare e ti pagano quelle ore mai di più rispetto all’orario normale, spesso di meno. Per lavori senza più sicurezza (sono aumentati vertiginosamente gli incidenti nei cantieri, e chissà perché i morti risultano sempre assunti il giorno prima…), senza più rispetto per le esigenze minime del lavoratore (ambiente, relazioni sociali, anche le volte in cui si va al bagno) che è di fatto identificato nel suo lavoro, insomma in una merce.

Si lavora molto di più e si guadagna molto di meno senza fiatare perché dietro la porta c’è un esercito che insidia il tuo posto, di italiani e di extracomunitari pronti a vendersi per metà del tuo prezzo, questo è in soldoni il jobs act. Una fregatura doppia per i nostri giovani, che guadagnano così poco da non poter fare progetti di vita, come sposarsi o accendere un mutuo in banca

Una fregatura tripla anzi, se al jobs act accoppiamo la legge Fornero che Renzi, da buon democratico per come intende lui la democrazia, ha lasciato così com’era, intonsa da ritocchi. Anzi ha spianato ancor più la strada a quella legge infame opponendosi perfino alla decisione della Consulta di poco tempo fa, quella che ha giudicato incostituzionale il taglio alla indicizzazione delle pensioni fatta dal governo Monti (un altro bel pezzo da novanta. Chissà perché tutti i salvatori della patria mandano al fronte sempre i poveracci a prendere le impallinate governative, mentre i soliti noti delle solite caste restano ben protetti e continuano ad arricchirsi evadendo tasse e contributi alla faccia di chi lavora onestamente). Renzi, costretto dal clamore mediatico della notizia, prima ha scucito dal suo portafoglio ai pensionati un bonus una tantum, insomma una vera pezzenteria. Poi ha rimandato (decisione di pochi giorni fa, sfuggita ai più) a babbo morto il pagamento del resto, cioè al 2018, quando di lui e del suo governo, se continua così, non sarà restata traccia dopo il primo auspicato, sano termidoro italiano. Renzi naturalmente non verrà ghigliottinato come Robespierre perché i veri democratici (non i centouno che tesero l’imboscata a Prodi, per intenderci) queste cose non le fanno, ma nel giro di due anni tornerà, lui e la sua corte di miracolati, a fare il venditore di pentole senza coperchi in terra toscana, sono pronto a scommetterci sopra.

Comunque l’effetto perverso e combinato di jobs act e legge Fornero è stato l’impoverimento sistematico e complessivo della classe lavoratrice, di nonni, di padri, di figli e nipoti, tutti insieme. E mentre prima il figlio disoccupato poteva ritornare a casa dei suoi perché la pensione del padre riusciva a coprire anche le sue esigenze, adesso che Renzi ha accorciato anche questa coperta il futuro si presenta nero per padri e figli. Ma il premier se ne fotte, lui guarda avanti e già promette 150 milioni per dieci anni al polo di scienziati che nascerà sulle spoglie dell’Expo milanese appena conclusa. E visto che c’è, ormai a ruota libera promette, come un Tusitala de noantri, qualsiasi cosa. Dal ponte sullo stretto di Messina alla fine arriverà anche lui, come Berlusconi, a garantire figa per tutti. Boschi esclusa, naturalmente.


Stefano Olivieri
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Pubblicato il 11/11/2015 alle 23.17 nella rubrica Politica.

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