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IL PD CON O SENZA RENZI. MEGLIO SENZA (di Stefano Olivieri)

 

L’Italia è ammalata gravemente e le cure sembrano tutte costosissime e debilitanti. I luminari europei continuano a emettere bollettini poco rassicuranti sul nostro paese e stiamo ancora attendendo la più volte promessa alzata di reni del premier Renzi, che ha sì varato una manovra in deficit ma con l’impegno di non sgarrare neanche di una virgola dai limiti imposti dalla UE. E sembra che tutto il marchingegno, costruito per la risalita dalla crisi più lunga dal dopoguerra, ruoti attorno al lavoro e al Jobs Act, un provvedimento che il governo non ha voluto negoziare neanche in minima parte con il sindacato, mentre è stato molto attento e disponibile al dialogo con la Confindustria.

La sensazione diffusa in tutto il paese, non solo quello sindacalizzato e politicizzato a sinistra, è che le nuove regole sul lavoro abbasseranno l’asticella delle tutele per tutti i lavoratori dipendenti pubblici e privati, sia quelli cosidetti garantiti che quelli attualmente non tutelati , e questo nuovo quadro di regole sarà naturalmente imposto a tutti i nuovi assunto. Ciò che fa dire non senza ragione a tutti i sindacati, e non solo a Landini, che per risolvere il problema dei precari italiani Renzi ha deciso di precarizzare tutto l’universo del lavoro dipendente, così il malanno da patologico si trasformerà in fisiologico e a quel punto se ne valuteranno le nuove opportunità.

In realtà qualsiasi padrone, pubblico o privato che sia, si tiene ben stretti i dipendenti efficienti e volenterosi, e tende a confermarli se il loro contratto è a tempo determinato. E la legislazione attualmente in vigore già consente, a parte i casi interessati dal famigerato articolo 18 della legge 300/74, di sanzionare fino al licenziamento in tronco chi non lavora ovvero commette reati sul posto di lavoro. Dunque perché arrivare al Jobs Act, soprattutto perché arrivarci senza neanche aver ascoltato le ragioni dei rappresentanti dei lavoratori?

La risposta è consequenziale, non occorre essere psicologi. Il Jobs Act di fatto scardinerà il potere di rappresentanza dei sindacati, polverizzandolo e lasciando ogni singolo lavoratore in mano all’arbitrio del suo padrone. E siccome la logica di qualsiasi iniziativa imprenditoriale è il business, ciò significa che anche i lavoratori più valenti e rispettosi delle regole padronali saranno ricattabili su tutte le questioni riguardanti la loro prestazione: orario e posto di lavoro, sicurezza, salario. Praticamente tutto. Renzi di fatto indica alle imprese, come soluzione alla crisi, la possibilità di abbassare discrezionalmente tutti i costi, da quelli dei macchinari fino alle risorse umane. E se ci aggiungiamo la considerazione che nulla è stato predisposto per una più qualificata formazione professionale, e che molto si è tolto dalle tutele per l’invalidità da lavoro, il quadro finale è quello di uno scenario, per i futuri operai e impiegati italiani, in totale regressione rispetto al passato e sempre più vicino agli standand dei paesi dell’est Europa. Insomma, se avevamo paura dell’idraulico polacco che veniva a fregarci il lavoro in casa nostra, d’ora in poi non dovremo più averne e anzi potremo scegliere di andare a lavorare in Polonia a pari condizioni.

Ora capisco perché Squinzi si è spellato le mani ad applaudire Renzi.

C’è un’ ultima considerazione tutta politica, non irrilevante. Con le sue ultime scelte il premier Matteo Renzi di fatto ha consolidato, lo dicono accreditati sondaggi, il suo elettorato più stabile e convinto nell’area di centrodestra e non più nel centrosinistra. Dunque non ha più bisogno del PD, potrebbe anche andarsene domani e continuare a mietere consensi e voti dal nuovo palco del suo partito della nazione, o come altro diavolo vorrà chiamarlo.
Non lo fa soltanto per questioni di opportunità, cioè non vuole essere lui a restare con il cerino acceso in mano e preferisce che siano altri (leggi: minoranza PD, sinistra e CGIL) a provocare eventuali elezioni anticipate.

La pattuglia dei renziani è diventata maggioranza nel partito, è vero. Ma soltanto perché si è aggiunto allo sparuto drappello dei renziani nativi, quelli che seguivano Renzi quando era ancora sindaco di Firenze, tutto un blocco di deputati e senatori, ex PC, PDS e DS, che per convenienza personale hanno giudicato utile avvicinarsi a un premier che di connotati democratici non ne ha mai avuti, neanche da piccino. Questi deputati e senatori sono stati eletti in Parlamento da cittadini che li conoscono, e che hanno creduto, votandoli, di spostare a sinistra il paese. Ebbene, chiedo a questi eletti e a questi elettori di renziani dell’ultim’ora un attimo di profonda riflessione, e se non sia giusto rivendicare all’interno del PD non un ritorno alle origini ma il semplice rispetto dello statuto dello stesso partito. Andatevelo a leggere cari deputati e senatori, e scoprirete che Renzi anche dello statuto ha fatto carta straccia, insieme alla vostra stessa dignità. È lui che deve andar via dal partito se il governo cade, perché il partito si chiama democratico e Renzi, di democratico, ormai non ha più nulla. Voi, se lo riterrete opportuno, potrete seguirlo altrove, ma il PD deve tornare a essere il maggiore partito della sinistra italiana, con o senza Matteo Renzi. A questo punto meglio senza Renzi. E non abbiate mai paura della democrazia, sappiatela esercitare con la stessa fiducia che i vostri elettori hanno riposto in voi. Rifletteteci per favore. Le prossime ore, i prossimi giorni sono importanti per il futuro del partito e decisive per le sorti del paese 
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Grazie


Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

Pubblicato il 4/11/2014 alle 8.22 nella rubrica Politica.

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