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LETTERA A UN SUICIDA ( di Stefano Olivieri)

Dovrebbe essere la stagione delle rose, vellutate e profumate. Il mese del sole e dell’amore, dell’erba che ricresce, dei piccoli merli che ricevono il verme dal becco della mamma, in mezzo alle zolle smosse. Della speranza e della vita che riparte e si perpetua.

Invece sembra che sarà, come lo è già stato aprile, il mese dei suicidi.

Crisantemi a maggio. Non si può, non dobbiamo coltivarli, ma come se ne esce?

Serve tanto coraggio per ritrovare la voglia di scrollarsi di dosso quest’angoscia di una crisi che semina soltanto solitudini di povertà e lacrime. La voglia di crederci, di alzare la testa e girare lo sguardo sorridendo, certi di trovare prima o poi un sorriso amico. Perché anche nel pozzo più profondo e buio c’è vita, quella di chi è caduto laggiù un attimo prima di te e sta per tenderti la mano senza sapere chi sei e da dove vieni. E c’è un vero esercito ormai in questo pozzo italiano, ma il gelo e l’umido si percepiscono sempre di meno se si resta insieme. Pensaci.

Risalire la china aiutandosi l’un l’altro. Parlare invece di tacere. Esternare l'angoscia anziché coltivarla come un orto malato. Abbattere le pareti di case e famiglie e ritrovarsi tutti insieme per strada significa sollevarsi di almeno un gradino dalle sabbie mobili della disperazione. Con la rabbia di vedere l’alba del nuovo giorno, di quel domani che abbiamo già dipinto di nero fin da oggi e che invece sarà diverso se avremo voglia di lottare, fianco a fianco.

L’Italia ha già conosciuto la guerra e ha avuto i suoi martiri. Donne e uomini che scrissero col sangue la loro scelta di fare liberi i loro fratelli, le loro sorelle, offrendogli l’opportunità di ricostruire dalle macerie un paese nuovo e vitale.

Quello stesso paese oggi lo inseguono ancora in tanti anche se ora tu non li vedi. Cerca di incontrarli.

Non vogliamo più vedere crisantemi a maggio. Un padre di famiglia solo e disperato deve trovare la forza di spezzare la sua solitudine con la ragione e la consapevolezza che la soluzione a qualsiasi debito non può essere quella di togliersi la vita, un atto crudele e inutile che trasferirà quel debito su una famiglia ancora più debole e addolorata.

La soluzione è invece aprire quella porta e uscire per strada, fra la gente. Cercare gli altri fin quando la disperazione cesserà e il demone denaro sarà sconfitto. E fare tutto questo prima che la ragione venga meno e quella stessa rabbia possa armare la tua mano e farti credere che è giusto farsi giustizia, verso di se o verso gli altri, quando nessuno ascolta.

Ma se non cominci a parlare, se dopo aver bussato a cento porte inutilmente non alzi la voce e cominci a urlare nessuno potrà ascoltarti, parlarti, aiutarti. Dalla tua voce può nascere un coro e dal coro una folla, un cambiamento. Dalla tua morte nulla.

Di povertà e di debiti non si può, non si deve morire. Mettitelo in testa, amico.

Stefano Olivieri
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Pubblicato il 3/5/2012 alle 17.6 nella rubrica diario.

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