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TAGLI A POLITICA: SERVE L'ETICA PRIMA DELL'ARITMETICA

Troppo e male si sta parlando in questi mesi dei risparmi della politica. Quando un argomento diventa un tormentone rilanciato dai media tutto il giorno, finisce che si perde il senso delle proporzioni e qualcuno ci inzuppa dentro il suo pane per il proprio tornaconto e non per senso dello Stato.
 
In mezzo alla folla ci sono sempre i mariuoli, i borseggiatori, quelli che piangono il morto ma fregano il vivo. Oggi tutti vogliono accorciare, taglieggiare i costi della politica, dal numero delle provincie a quello di deputai e senatori. Circolano elenchi degli stipendi di parlamentari, sindaci, assessori, etc. e poi ancora dei bonus, dalla mensa quasi gratuita del Senato fino al barbiere, gli sconti della Tim e chi più ne ha più ne metta. ttenzione, di questo passo arriveremo – qualcuno lo sta già facendo – a dire che l’impegno politico di chi è stato eletto dovrebbe essere assolutamente gratuito. A questo punto vorrei ricordare due cose.
 
La prima: i cosiddetti costi della politica non sono assolutamente circoscritti a stipendi, prebende varie, auto blu, etc. Certo si può risparmiare su queste cose e si può – anzi si deve - rendere più efficiente la macchina legislativa sfoltendo il numero dei parlamentari ed eliminando il bicameralismo perfetto in cambio di qualcosa che dia però le stesse garanzie di democrazia.
 
Il vero costo della politica sta nella corruzione della sua classe. Inutile girarci attorno, è questo il vero problema e se non lo si risolve alla radice, tornerà anche dopo qualsiasi dimagrimento. Perciò non perdiamo tempo in ricette francesi, tedesche o in salsa d’Arcore ( come è noto il premier ebbe a dire una volta che l’intero parlamento era inutile, sarebbero bastati i capi gruppo). E vengo alla seconda cosa che vorrei ricordare:
 
E’ dal 2001, dalla memorabile scoppola che l'Ulivo di Rutelli prese dal presidente operaio (ricordate i maxicartelloni) Silvio Berlusconi, è da allora che in Italia si è cominciato a parlare di primarie. Cioè di far tornare in mano ai cittadini, il popolo sovrano, il potere di scelta basato su una conoscenza reale dei candidati alla cosa pubblica. Perché non basta poter scegliere fra tanti nomi, si deve poter scegliere fra persone oneste e ci devono essere regole e strumenti per controllare questa onestà, al momento del voto e anche in corso d’opera, cioè durante il periodo di delega del deputato e senatore.
 
Noi abbiamo in vigore la legge Calderoli, che ha riempito il parlamento di persone che tutto sono tranne che rappresentanti del popolo. Fra di loro un numero altissimo di inquisiti, condannati, etc. Per non parlare dei servi sciocchi, delle ragazze di bella presenza pronte a organizzare feste di compleanno per il sultano, e via discorrendo. Uno degli effetti aberranti della Calderoli è stato quello di aver accelerato il guasto della frammistione fra politica e affari. Non a caso le cricche sono proliferate, sulle varie emergenze è nato l’affare della Protezione civile che più che altro ha protetto e arricchito i soliti noti, l’Aquila è ancora lì che aspetta.
 
Dunque non basta liberare il campo dalle erbacce, occorre ararlo, rivoltarlo bene con strumenti nuovi. Se dimezzassimo l’attuale classe politica senza mutarla nel suo DNA, l’Italia non risparmierebbe un fico secco. Anzi forse, potrebbero riuscire a rubare ancora meglio.
 
Fra l’altro, quella parte malata dell’imprenditoria italiana che ha sempre fatto affari con la politica, troverebbe assai più vantaggioso avere a che fare con meno parlamentari meno pagati di adesso. Il perché immaginatelo, non voglio offendere la vostra intelligenza.
 
E’ una fase delicata quella che stiamo attraversando, ma bisogna mantenere il buon senso. Perché ci sono sempre gli imbroglioni in agguato, anche e soprattutto nelle istituzioni. Prima si stabiliscano le regole per eleggere i futuri deputati e senatori, poi si provveda ai tagli. E nel frattempo facciamoci dare i soldi da chi non ha mai pagato, per favore.
 
Stefano Olivieri
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Pubblicato il 20/8/2011 alle 8.20 nella rubrica Ambiente.

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