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DALLE PIAZZE ALLE BARRICATE O SARA’ LA FINE ( di Stefano Olivieri)

Ieri a Milano in diecimila e più sotto lo stesso tetto, si cercava l’Italia del futuro dando un volto e una voce all’ansia di tanti cittadini che vogliono dire basta. Saviano, Eco, Zagrebelsky, la Camusso e la De Gregorio cercavano le parole giuste per interpretare questo momento, per fare intendere non al premier – che ovviamente dice “ non bisogna prenderli sul serio” – ma a tutto il paese mortificato da anni di soprusi, bugie e raggiri, che si è passato il segno e stavolta si deve cambiare sul serio.
 
E’ vero, le parole sono importanti, e allora cerchiamole bene, prima di pronunciarle. Poche ma buone, perché in questo momento di asfissia democratica le parole giuste devono sostenere mente e muscoli, devono rappresentare ideali sempre più fantasmi nel nostro paese : giustizia, libertà, solidarietà, trasparenza.
 
La nave del governo è in rada dall’inizio della legislatura. Hanno fatto pagare  al popolo italiano, prima di partire, un biglietto salatissimo ma poi non sono mai salpati, adducendo come scusa di volta in volta la crisi internazionale, il deficit interno, la magistratura, etc. Ultimamente abbiamo scoperto che fra i motivi c’è anche la stanchezza e la poca lucidità di un premier che si diverte tanto la notte con le ragazzine.
 
Nel frattempo sul Bounty del cavaliere c’è stato anche  un ammutinamento e per rimpiazzare le perdite Berlusconi sta ora raccattando quel che passa il porto, da Scilipoti a Storace. Vuole tornare a quota 320 deputati per stare tranquillo, per continuare indisturbato il suo cammino. E per tacitare i giudici di Milano ha già promesso la legge sulle intercettazioni.
 
Ora, per l’opposizione, è giunto il momento di parlare chiaro. Scendere in piazza un giorno, a reclamare e a issare cartelli, non servirà a impedire a questo governo di vivacchiare fino al termine della legislatura. L’Italia, i cittadini, le imprese, i giovani e le loro speranze di futuro sono allo stremo e non possono, non devono aspettare altri tre anni. Dunque quando si parla di piazze, d’ora in poi, bisogna ragionare in prospettiva. Se non vogliamo e non crediamo – e io sono fra quelli – che Berlusconi possa cadere per problemi giudiziari, allora occorre trasformare la piazza in una barricata e proteggerla, presidiarla come porto franco della democrazia fino a quando sarà necessario.
 
Questa è violenza, è rivoluzione ? Non ancora. I partiti dell’opposizione devono mettere tutta la loro saggezza, la loro organizzazione, il carisma e l’impegno dei loro capi, ma la via è segnata. Se non si risponde oggi all’ultima tracotante violenza del cavaliere, quella di un voto infame che ha praticamente omologato il suo diritto a spupazzarsi le minorenni e di non essere perseguito dalla legge, allora o ci si rassegna o si combatte, fino all’ultima trincea. Ci saranno scontri, feriti, morti ? Ci sono già carissimi, e nessuno ne parla più: vittime di un’Italia che non tutela più la sicurezza sul lavoro, le angherie e la violenza della criminalità organizzata, il cinismo delle cricche di Stato.
 
La prossima, quella del tredici, potrebbe essere l’ultima piazza, per noi tutti o per il cavaliere. Tocca a noi scegliere guardando a questo martoriato paese, al futuro che non c’è più per i nostri giovani. Questa è una battaglia etica prima di tutto ma se sarà necessario bisognerà anche menare le mani e che nessuno si tiri indietro, lo dico prima di tutto a Bersani che candida giustamente il Pd alla guida per la svolta, ma lo dico anche agli altri, da Vendola a Casini. Non avremo una seconda occasione.
 
Stefano Olivieri
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Pubblicato il 6/2/2011 alle 10.50 nella rubrica Politica.

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