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DUE MESI A NATALE ( di Stefano Olivieri)

 

In altri tempi, millenni fa, la data del ventitrè di ottobre coincideva con i primi allestimenti natalizi. Operai si affaccendavano sulle scale per le strade tirando da un lato all’altro i festoni, nei negozi i vetrinisti decoravano con drappi verde bosco, nastri rossi e stelline dorate la merce. Nelle drogherie in prima fila i canestri ripieni di ogni bendidio, torroni, panettoni e datteri immersi in un mare di noccioline lucide. Le chiese tenevano le porte aperte nel pomeriggio, e ci si entrava dentro anche solo per curiosità, per sfuggire alla calca degli acquisti, scoprendo quanto fosse piacevole quella pace odorosa di incenso, quelle luci tenui con il coro delle beghine che giù in fondo, proprio davanti all’altare, recitavano il rosario. In casa ci si preparava alle feste programmando le ferie natalizie, pulendo tappeti e tende, riprendendo i contatti con amici e parenti, facendo la lista dei regali natalizi.

Mi chiedo se sia la particolare contingenza di una crisi cinica e cattiva ad aver spazzato via tutto questo, e se non sia per caso in atto un mutamento profondo nell’uomo stesso. Non mi si fraintenda, non parlo del Natale come festa religiosa perché io per primo, da agnostico profondo, non possiedo gli strumenti culturali per fare un discorso del genere. Mi riferisco piuttosto a quel momento di intimità profonda di una comunità, che in occasione del Natale fino a pochi anni orsono riusciva a trascurare le ambasce della routine quotidiana per dedicarsi agli affetti, alle amicizie, ai rapporti con la gente. Tutto questo non c’è più, secondo me non solo per la crisi, e non è soltanto il Natale a risentirne.

Il nostro paese è oggi profondamente segnato da una nuova lotta di classe, che tende sempre più a dividere da Nord a sud tutta l’Italia. Una lotta assolutamente non ideologica, bensì intessuta di un materialismo profondo. La gente non si incontra più, non dialoga, piuttosto si riconosce e si assortisce prendendo come parametro il denaro posseduto. Si apre il portafoglio e lo si esibisce, circondandosi di quei beni voluttuari e costosissimi che sono gli unici a non aver conosciuto flessioni nelle vendite. Dopo aver apparecchiato il presepe personale si attendono gli ospiti, che non tarderanno ad arrivare. Ma potranno visitare il presepe soltanto quelli che riusciranno a dimostrare di essere “pari”, nel portafoglio s’intende. A tutti gli altri sarà lasciata soltanto l’opportunità di guardare dal di fuori, come quelli che pagano al Billionaire di Briatore e della Santanchè il biglietto per guardare dall’alto della piccionaia il parterre delle feste dei vip. Il denaro divide la gente, distrugge i rapporti, consolida le corporazioni, avvilisce la solidarietà e l’amicizia, seppellisce lo scambio e l'arricchimento culturale.

Un po’ prima di Natale, quest’anno, c’è un’altra data, non propriamente liturgica. Il 14 dicembre la Consulta potrebbe togliere lo scudo all’intoccabile, se nel frattempo non se ne sarà costruito un altro. Ebbene, tutta l’atmosfera prenatalizia degli italiani se ne è andata a farsi benedire a causa della personalissima e niente affatto religiosa via crucis del premier. Perché non solo costringe tutto il Parlamento ad occuparsi di lui soltanto, ma offende e mortifica un intero paese che attende da lui soluzioni importanti e definitive per una crisi sociale ed economica che ha ormai impoverito più dei due terzi delle famiglie. Oggi sfida apertamente perfino il Quirinale, chiamando Napolitano a garante dell’ennesima furbata, quella che dovrebbe aprire al premier più indagato della nostra storia repubblicana le porte del Colle, alla fine di questa legislatura. Ma Napolitano per fortuna ha già risposto con un secco NO.

Per questo oggi, con due mesi di anticipo, penso già a fare gli auguri di Natale. Perché potrebbe essere davvero un buon, anzi un ottimo Natale per l’Italia se sapremo sopravvivere alla prossima scossa senza mandare in frantumi la nostra democrazia.

Stefano Olivieri

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Pubblicato il 23/10/2010 alle 13.30 nella rubrica Etica & dintorni.

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