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ALLORA MI CANDIDO ANCH’IO ( di stefano olivieri)



Oggi (4 luglio 2009) Marino ha deciso di candidarsi. Per cui non ha più senso la mia autocandidatura, che avevo deciso di pubblicare qualche giorno fa in questo spazio, quando sembrava che Marino volesse rinunciare. Ora che è presente anche il mio candidato sono un po' più sereno e ottimista sugli esiti delle primarie di ottobre. Senza nulla togliere a Franceschini e a Bersani, serviva al popolo dei democratici un candidato più sinceramente schierato dalla parte degli esclusi.
Dell'articolo preesistente conservo la parte - diciamo - programmatica, che credo e spero possa essere condivisa da molti democratici, e che può comunque seguitare ad essere spunto di riflessioni.

Un grazie comunque a tutta la redazionepd per la visibilità che mi è stata riservata nella hp del PD.

Sono stufo di vedere diritti calpestati, sono stufo di vedere parlamenti di nominati, non intendo più aspettare. Se l’Italia è un paese civile come credo che sia nella sua maggioranza, deve saper trovare la forza di premiare le idee anche quando non hanno ancora un volto. Voglio saper restituire a un figlio disabile che ha tanta voglia di fare la speranza nei suoi progetti, voglio poter parlare di persone e non solo di numeri, voglio un paese dove chi è onesto non sia preso più in giro. Voglio sentirmi cittadino del mondo restando in Italia ed essendo fiero dei miei concittadini, voglio un presidente in cui potermi specchiare.

DOVE ANDIAMO, CON CHI ANDIAMO

Se il partito è democratico, democratica deve essere la sua gente. E la democrazia guarda ovunque, all’imprenditoria illuminata e solidale come all’esercito di lavoratori dipendenti, ai precari e ai disoccupati e alle loro famiglie, ai tanti appesi al filo di ammortizzatori sociali le cui fonti si esauriranno a breve se non cambia la strategia di insieme in questo paese. Alle categorie più deboli e svantaggiate come i disabili, i giovani in cerca di prima occupazione, le donne, gli anziani, gli incapienti, gli omosessuali, gli extracomunitari onesti clandestini loro malgrado e per questo colpevoli a prescindere, secondo questo governo.

Se il partito è democratico deve saper guardare e parlare non ai rappresentanti della società ma alla società stessa, compilando insieme ai cittadini l’agenda delle emergenze e consentendo ai cittadini ma a tutti davvero, con elezioni primarie realmente paritarie, senza capestri per i candidati dalla società civile e senza bonus per chi è indicato dal partito, di indicare la strada che tutti possano percorrere perché tutti devono poter arrivare. E dopo, una volta al governo, adottare forme di democrazia diretta come il bilancio partecipato che orientino il federalismo in chiave solidale e democratica.

Se il partito è democratico non dovranno ammettersi effetti collaterali nel suo progetto di rilancio di questo paese. Nessuno dovrà essere lasciato indietro e la solidarietà dovrà diventare legge di Stato ogni qualvolta lo Stato non disporrà di risorse sufficienti, perché non avvenga ciò che oggi avviene, che per 37 miliardi di euro di entrate fiscali in meno sia gettata la croce sui “catastrofismi della sinistra”. Solidarietà per legge affinché chi ha visto ridurre il suo reddito e oggi ha appena il necessario per vivere non cada in povertà, mentre chi ha ricevuto più del necessario sia tenuto a partecipare di più. Se il partito è democratico non potrà accettare e nemmeno ipotizzare tagli a pensioni e a contratti di lavoro fino a quando non sarà completamente ripristinata la lotta all’evasione e alla corruzione dilagante, che causa al paese non solo un danno etico ma anche un’ingentissimo quotidiano ammanco nelle casse dello Stato di quelle risorse che dovrebbero essere impiegate per ripristinare uno stato sociale solido e solidale, regolato da una meritocrazia sana e trasparente per imprese e lavoratori e non dai numeri di un liberismo malato e suicida.

Se il partito è democratico non può pregiudizialmente cercare alleanze soltanto al centro. Ci sono almeno due milioni di cittadini italiani che votando a sinistra, da due anni non hanno più una loro rappresentanza parlamentare. Il nostro parlamento di nominati abbonda di imprenditori, di liberi professionisti ( soprattutto avvocati, chissà perché..) di finanzieri e di industriali. Dov’ è il mondo del lavoro con il suo sudore, le sue sveglie all’alba, i suoi viaggi infiniti e quotidiani ? Dove sono le famiglie vittime delle morti bianche, che bianche poi non sono mai perché a quei morti è negata anche la compostezza nell’ultimo respiro ? Dov’è l’Italia delle bollette da pagare, dei mutui che non fanno dormire, di quell’ascensore sociale interdetto a tutti tranne che a velini e veline ? Dov’è ? Voglio un partito che sappia pretendere senza condizioni il ripristino della sovranità popolare nel voto, che voglia imporre le elezioni primarie a livello nazionale come preventivo strumento per la creazione delle liste elettorali, voglio un paese dove gli interessi di pochi siano per legge ridimensionati alla legalità comune prima ancora di generare conflitti; aspiro ad un paese dove l’unica casta legittima sia quella dei cittadini elettori e non bensì quella dei loro rappresentanti. Voglio un paese dove la legalità, il potere dei senza potere come diceva Galante Garrone, torni ad essere la regola e non l’eccezione.

Se il nostro partito è davvero democratico deve caricarsi l’onere di una preoccupante e crescente marginalità sociale e delle sue tante voci. Ricordandosi che si diventa marginali anche a causa di una invisibilità determinata da un voto che è stato infruttifero non solo a sinistra e per questo non può, non deve essere scaricata soltanto da una parte. Nel deserto dei diritti, nelle macerie che sta lasciando intorno a se questo governo, non solo può ma deve ripartire un dialogo a sinistra, e senza intermediazioni.

Le primarie di ottobre potranno essere davvero determinanti se sapremo accogliere anche tutte le istanze, le richieste di aiuto, le speranze e i mille progetti del pianeta degli esclusi. Tornando a parlare di una nuova sinistra consapevole di un mondo nuovo dove le identità culturali si costruiscono più facilmente sul vissuto quotidiano che sulle ideologie, dove i partiti riescono a contare se all’interno di essi riesce a contare la gente, con la partecipazione attiva alle scelte. Basta con le palizzate e i tabù, se diamo l’ostracismo a una bandiera rossa dobbiamo essere altrettanto sereni nel riconsiderare che cosa non ha funzionato – e va riparato con l’apporto di tutti – nella costruzione del partito democratico italiano, a cominciare dai suoi stessi documenti fondativi.


Stefano Olivieri
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Pubblicato il 1/7/2009 alle 12.36 nella rubrica Politica.

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