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Libertà e Liberazione ( di Stefano Olivieri)

 




Liberazione deriva da libertà. E la libertà è un valore universalmente riconosciuto, e così intensamente percepito da ciascuno da essere assimilata, metabolizzata con facilità e naturalezza e poi ostentata per ragioni spesso le più diverse fra di loro. Non a caso è anche un termine usato e abusato a destra come sinistra, a sottolineare appunto quanto fra tutti noi, ma proprio tutti, il desiderio di libertà sia immutato e forte.

Ma a questo punto è bene chiarirsi sui significati. Anche a prescindere dalla ricorrenza del 25 aprile che è chiara, dettata dalla storia nella sua interpretazione univoca. E’ bene parlarsi, e forse il modo più alto e giusto per festeggiare la Liberazione, oltre quello di ricordare il martirio e il sacrificio degli eroi della Resistenza, è proprio questo, fare di questo giorno il simbolo di una ricerca ostinata e sincera di contatto fra diversi per conoscere fino in fondo in quanti modi si può coniugare il verbo “liberare”. E scoprire poi come sempre più spesso, appena scalfita la superficie delle parole e della retorica d’occasione, “libertà” sia soltanto l’involucro che ricopre l’arbitrio, il privilegio di alcuni su tanti, l’abuso e la sopraffazione incondizionata da regole.

Perché quando la libertà si coniuga al singolare, non funziona. Cambia pelle, diventa un’altra cosa. Se tentiamo di nutrirla con l’egoismo dei nostri desideri personali e non con la solidarietà, se intendiamo brandirla come un’arma l’abbiamo già perduta e per riconquistarla dovremo ricominciare da zero, farci sconfiggere da tutti per comprendere finalmente le ragioni e la rabbia degli ultimi, dovremo assaporare il giogo della sottomissione totale per comprendere alla fine che da quella condizione di schiavitù non se ne potrà uscire da soli bensì unendosi in tanti, condividendo le forze degli esclusi dai diritti contro l’oppressore.

Così il nazifascismo non appartiene soltanto ai libri di storia. Se così fosse sarebbe sufficiente raccogliersi in silenzio davanti alle mille lapidi dei nostri caduti e ricordare. Ma non è così, l’uomo ricade negli errori perché non sa, non vuole ricordare. C’è sempre un Hitler, uno Stalin, un Mussolini in agguato in una coscienza addormentata. Per questo il 25 aprile da fastidio, perché la libertà di questo giorno ha il sapore inconfondibile della vera democrazia. Non si tratta di destra o di sinistra, così come non ha senso rivendicare l’appartenenza di un valore assoluto come la libertà a questo o a quello schieramento politico, se con la libertà si gioca invece di servirsene per costruire un paese su basi solide e condivise.

Libertà di coscienza, libertà di opinione, libertà di studio, di lavoro, di cura. Tante libertà ma in fondo una sola, quella di essere davvero uguali e di partire tutti da pari opportunità. Ogni giorno può, deve essere un 25 aprile se si vuole ritrovare il coraggio, la rabbia e l’entusiasmo di ricostruire la casa comune della democrazia. La coscienza politica, la stessa cultura democratica di questo nostro paese sono da anni inclini al sonno, una narcosi innaturale indotta da chi ha affermato che l’elettore italiano è come un bambino di undici anni, e nemmeno troppo sveglio. E questo qualcuno ha tutto l’interesse a che questo bambino non cresca e continui a baloccarsi nell’incoscienza e nell’ignoranza dei diritti e dei doveri.

Berlusconi l’ha già ribattezzata festa della libertà, giocando ancora una volta sull’ambivalenza di un termine che è stato sempre presente nei suoi slogan, nelle etichette delle sue iniziative politiche, nel suo stesso partito, il popolo della libertà, appunto. Però l’abbraccio simbolico che lui richiama fra repubblichini e partigiani non è vera, sincera pacificazione, rappresenta piuttosto il tentativo – al solito goffo e irritante – di omologare questa data nel suo circo equestre. E occorre dire che la sua spudoratezza è direttamente proporzionale all’incapacità di reazione di una opposizione democratica che non sa ritrovarsi. Il premier con il sisma in poppa viaggia alla grande, forte di un consenso che se anche non dovesse realmente crescere nel paese aumenta a dismisura in tv, il che in Italia – paese in regime mediatico assoluto da parte del cavaliere – è quanto serve per conservare il potere. Qualsiasi decisione del presidente del consiglio, anche la più bislacca come quella di spostare il G8 dalla Maddalena a una città come l’Aquila ancora oggi in preda a scosse del 4 grado, non si contesta ma si esegue e basta. E con il consenso nasce e prende corpo un culto dell’uomo che è ormai religione, atto di fede. Essere di destra ormai non è più sufficiente se non si è con lui, alzare una mano per fare una domanda o semplicemente prendere appunti per una sua battuta fuori posto durante una conferenza stampa può significare trovarsi senza lavoro da un momento all’altro.

Che intanto la stampa, a cominciare da quella di destra, rialzi la testa con dignità, perché Berlusconi finirà prima o poi, e se si rinuncia completamente a un dibattito sociale e politico che prescinda da quest’uomo l’Italia rischierà, all’indomani della scomparsa di Berlusconi dalla scena politica, un contraccolpo micidiale. Cominciare a dire di no, tirare fuori le idee dalla testa, manifestare liberamente il dissenso non è soltanto utile e salutare per la nostra coscienza, lo è molto di più per questo paese dei campanelli che si sta addormentando. Liberiamoci dal sonno e scopriremo che è molto più semplice di quanto non si pensi liberarsi anche di un premier che al nostro paese ha preso immensamente di più di quanto abbia saputo restituire in termini di governo.

Stefano Olivieri
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Pubblicato il 25/4/2009 alle 14.40 nella rubrica Politica.

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