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Terremoti, Protezione civile e grandi eventi, passando per la newtown della Maddalena (di Stefano Olivieri)

 

Molti italiani non ne erano a conoscenza e bene ha fatto Claudio Fava ( Sinistra e libertà) a ricordarlo qualche sera fa nell’ultima puntata di Anno Zero interamente dedicata al terremoto de l’Aquila. Così il Dipartimento della Protezione civile da qualche tempo si occupa anche di “grandi eventi”, e per la precisione dei grandi lavori alla Maddalena nell’area dell’ex arsenale militare per accogliere il prossimo G8, dell’organizzazione del 150° anniversario dell’unità d’Italia e anche dei mondiali di nuoto che si terranno a Roma nel corso della manifestazione “Roma 2009”.

Apparentemente sembrerebbe quanto meno insolito mischiare i cavoli con i vescovi, come recita un vecchio proverbio per sottolineare gli accoppiamenti malfatti. Ma dipende dai punti di vista : per i media televisivi il terremoto è stato un affaire gigantesco ad esempio, un evento insomma, da fare impallidire tutti i festival di sanremo messi insieme. E Berlusconi, come è noto, di media se ne intende, oltre che di palazzine. Sarebbe interessante ad esempio verificare se e quando le tariffe per gli spot pubblicitari siano stati ritoccati di recente, visto che la liturgia del dolore ha raggiunto in tv picchi altissimi, le rovine dell’Aquila e dintorni prese d’assalto come un’acquasantiera da politici e giornalisti a tutte le ore del giorno, la disperazione di quella sfortunata gente triturata e spremuta fino all’ultimo, giungendo alla perfidia di andare di notte con il microfono in mano fra le auto piene di terremotati che cercavano di prender sonno.

Che cosa c’entri tutto questo con il G8, con il 150° anniversario della repubblica e con i mondiali di nuoto potrebbe spiegarcelo soltanto Bertolaso. O meglio chi ha pensato, in un paese spesso e volentieri sconvolto da alluvioni, terremoti, slavine e quant’altro che era il caso di caricare il dipartimento della Protezione civile di altre incombenze. Lo dico perché  il terremoto dell’Aquila e dintorni si candida da solo ad essere un grattacapo bello lungo e impegnativo, che traguarderà sicuramente e supererà anche le date dell’incontro dei potenti alla Maddalena, l’anniversario della Repubblica etc. etc. Ricostruire dalle fondamenta un capoluogo di provincia non è affare da poco, anche perché dopo i primi giorni di smarrimento e di sgomento comincia ad emergere possente e vigoroso il desiderio degli abruzzesi di tornare padroni del loro destino, a cominciare appunto dalla ricostruzione.

Non vogliono new towns, questo appare assodato. Sanno bene – lo hanno appreso pagando purtroppo a carissimo prezzo questa scoperta – che gran parte delle loro case, vetuste o recenti che fossero, sono andate giù perché costruite male o ristrutturate peggio da una banda di ladroni, politici e imprenditori, che da più di trent’anni continua ad aggirarsi famelica per tutto il nostro paese. Sanno dunque, gli abruzzesi, che niente potrà tornare esattamente come prima, ma al tempo stesso vogliono ostinatamente inseguire un sogno, che la loro cara città e i loro paesi tornino su con le stesse volumetrie, con le stesse facciate, le stesse finestre e gli stessi balconi infiorati. Vogliono le loro piazze e le loro fontane, vogliono poter inseguire di nuovo con gli occhi quei tetti che salgono e scendono nel cielo azzurro dell’Abruzzo, vogliono i loro colori, dal bruno del travertino al rosso dei mattoni. Oggi le macerie odorano di morte e di distruzione, le pale meccaniche hanno preso a violentare le rovine sotto gli occhi senza lacrime di chi dopo aver pianto i suoi morti ora da l’ultimo addio anche alle sue cose, i suoi vestiti riconosciuti fra i detriti, l’armadio della nonna accartocciato nella polvere. Gli abruzzesi guardano tutto, annotano tutto perché vogliono di nuovo esattamente quelle stesse case e quelle stesse cose, in una città che sia identica a quella di prima e forse anche più bella, forte di quella robustezza e di quella solidità strutturale che pur previste dalla legge si sono rivelate assenti da queste parti. Ma è tutta l’Italia così, non illudiamoci.

Proprio per questo non servono le new towns. E non servono oggi – anzi sarebbe il caso di tenerli lontani con i pali infuocati come si fa sulle montagne con i branchi di lupi che si avvicinano alle case - non servono dunque imprenditori senza scrupoli ma con molti appetiti. E invece gente del genere, proprio per effetto delle nuove incombenze affidate alla Protezione civile,  potrebbe trovarsi addirittura in seno alle istituzioni, a gente del genere potrebbe essere stata affidata per esempio la costruzione – coperta per di più dal segreto di stato – della new town della Maddalena, nella località del vecchio arsenale militare. Per il G8 non si baderà a spese, la new town dei capi di stato ospitati dal cavaliere sarà tutta alberghi, centri congressi e piscine, centinaia e centinaia di milioni di euro che escono dalle tasche degli italiani senza che nessuno possa metterci bocca perché c’è il segreto di stato. Un segreto che qualche tempo fa Fabrizio Gatti dell’Espresso ha disvelato con un servizio video e con una ricerca meticolosa che ha confermato ciò che in Italia segreto non è, e cioè che per capire da che parte sta il potere basta seguire l’odore dei soldi. Alla Maddalena sta scorrendo un fiume di denaro per costruire ad un costo a metro quadro quasi quattro volte superiore alla media delle costruzioni di lusso della zona. Eppure lo Stato, da buon amministratore della cosa pubblica, dovrebbe saper risparmiare. Invece le spese sembrano davvero gonfiate, come se tangentopoli non fosse mai finita.

Vi rimando alla lettura dell’articolo e al video di Gatti, per i dettagli. Ciò che qui mi interessa rimarcare è che dentro la nostra protezione civile, soprattutto per ciò che riguarda la gestione dei fondi, con questo bislacco rimescolamento di funzioni non c’è la trasparenza che sarebbe necessario ci fosse, dato che lì, tanto per dire, finiscono i soldi dei nostri sms che vorremmo destinati ai terremotati. E ci bazzicano persone, sempre a leggere l’articolo di Gatti, che giocano spesso su due tavoli, quello dell’amministratore statale che assegna i fondi e al tempo stesso quello dell’impresa privata che li riceve. Un film già visto d’altra parte, come la storia della Rocksoil del ministro Lunardi in un'altra legislatura. Sempre targata Berlusconi, naturalmente.

Così in Abruzzo la gente non vuole le new towns, soprattutto perché il pesce puzza dalla testa. E anche perché non si fidano di un premier che ha già più volte dimostrato scarsa sensibilità per l’ambiente e i monumenti. Uno che in Sardegna, per realizzare uno spot efficace per l’amico texano, non ha esitato a distruggere ettari di meravigliosa macchia mediterranea per ricreare un angolo di deserto texano, con tanto di migliaia di cactus trapiantati. No, grazie presidente. Si tenga Milano2 e Milano3, si tenga i laghetti artificiali e i cigni, e si tenga anche i cactus. In Abruzzo preferiamo ricostruire la città vecchia, ma per bene.

Stefano Olivieri
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Pubblicato il 12/4/2009 alle 14.46 nella rubrica Ambiente.

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