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E LE CHIAMANO MORTI BIANCHE ( di Stefano Olivieri)

 

Altri due morti sul lavoro nel sabato di Ognissanti, il primo novembre. Dovrebbe essere un giorno di festa, ma in questa Italia di precariato diffuso le feste comandate non esistono più, e neanche le regole sul lavoro. Si lavora tutti i giorni della settimana se serve per guadagnare qualche briciola di euro, se serve per racimolare un pizzico di fiducia in più da parte del padrone, se serve per tappare un buffo in banca.

Le chiamano morti bianche ma non lo sono mai. L’inestetico sangue esce fuori quando finisci nel pentolone che fabbrica il truciolato, quando finisce addirittura nell’impastatrice del mangime. Macchinari sempre in movimento e molto, molto pericolosi, lo sanno bene gli operai che ci lavorano, lo sapevano bene anche quelli che hanno perso la vita. Sacconi insisterà ancora questa volta sulle regole di sicurezza, sulla necessità di formazione, sulla sciagurata inavvedutezza di questi due ultimi poveracci.

Perché la colpa alla fine è sempre la loro, perché se non si sentivano lucidi e in forma si dovevano fermare. E già, come se si potesse scegliere di fermarsi, di dire “sono stanco, per oggi basta !”. Non è possibile, Sacconi e tutto il governo dovrebbero sapere che cosa significa lavorare oggi, dovrebbero provarlo sul serio, e dovrebbero andare almeno una volta a vedere come finisce, sempre più spesso, un lavoratore logorato da orari sempre più lunghi e da paghe sempre più da fame. Dovrebbero guardare con i loro occhi quei corpi irriconoscibili e straziati, dovrebbero guardare negli occhi i familiari di questa povera gente, quando affermano che la colpa è sempre e soltanto dell’imprudenza di chi lavora.

Dovrebbero, ma non lo fanno mai, e mai lo faranno finchè non verranno cacciati dal palazzo del governo. Speriamo molto presto, facciamo in modo che sia molto presto.

Pubblicato il 2/11/2008 alle 9.29 nella rubrica Cronaca.

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