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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
POLITICA
23 marzo 2015
Quando esplose tangentopoli ( di Stefano Olivieri)

Quando esplose tangentopoli l’Italia intera si innamorò dei giudici di Milano. I tre del pool Mani pulite diventarono, loro malgrado almeno all’inizio, gli interpreti del mugugno profondo della classe lavoratrice, soprattutto dipendente, di un paese che dopo il boom economico degli anni sessanta era cresciuto in fretta calpestando spesso e volentieri le leggi che esso stesso si era dato. Così spesso e volentieri che il sistema della mazzetta, o della tangente che dir si voglia, che era al centro delle attenzioni del pool di Milano, non veniva più percepito come fraudolento, bensì come la necessaria correzione di un sistema di regole antiquato e troppo rigido, insomma inadeguato ai nuovi tempi.

In realtà quel sistema non era la causa prima della corruzione. La stessa disponibilità del denaro, con cui confezionare mazzette da distribuire alla politica e alla amministrazione pubblica, derivava infatti da precedenti comportamenti fraudolenti come l’evasione o l’elusione fiscale. Quella, insomma, era una catena già ben strutturata, solida e perfettamente funzionante, quando Di Pietro la spezzò con l’arresto di Mario Chiesa. Dagli appalti di miliardi andando giù, fino al pizzo che la piccola impresa edile sottrae, gonfiando un preventivo, al cliente per foraggiare il tecnico che gli ha procurato la commessa.

Esplicito meglio ricorrendo a un esempio tratto da esperienza personale. Io rinunciai (non solo per questo naturalmente, ma anche per questo) a fare l’architetto professionista dopo che, al terzo incarico di progettazione di ristrutturazione di appartamenti, mi trovai per la terza volta di fronte agli ammiccamenti e ai cenni d’intesa dell’impresario edile, per la spartizione del 3% del plus valore derivato dal gonfiaggio dei preventivi.

Basta dire di no, non è difficile se si vuole. E infatti io risposi che il mio lavoro era stato già pagato dalla cliente e se c’era la possibilità di effettuare il restauro dell’immobile a un prezzo inferiore, era giusto che di quello sconto si avvantaggiasse il cliente, che pagava l’opera.

Mi dissero di tutto, che ero un pivello fuori dal mondo, e io infatti ne uscii. Continuai a essere iscritto all’albo degli architetti ancora per molti anni, quasi per mantenere in vita un sogno, poi mi cancellai. Nel frattempo tangentopoli aveva incendiato tutta l’Italia e dalle sue ceneri, purtroppo, era nata l’epopea berlusconiana. La feccia che risale il pozzo, come la definì pittorescamente Indro Montanelli. Riposi la laurea nel cassetto.
Aggiungo una sottolineatura non irrilevante. Offrire o accettare una mazzetta, o semplicemente essere spettatore consapevole e inerte di una "dazione", definisce una linea di confine che non si vede e non si sente, ma che esiste, eccome. E' il margine che divide l'onestà dalla disonestà, l'uso dall'abuso, la solidarietà e la condivisione dall'egoismo e dall'arbitrio. Accettare e promuovere, per esempio, un mondo come mafia capitale, in cui ladri e truffatori si muovono con libertà e interagiscono fra loro strutturandosi gerarchicamente, non solo costituisce una scelta dannosa per la comunità, ma determina, se consideriamo l'estensione del fenomeno, un mutamento profondo degli scenari e delle prospettive della comunità stessa, anche per chi è totalmente estraneo a mafia capitale e ne ignora addirittura l'esistenza.

Per questo la corruzione è un tumore sociale, perché finisce per contaminare anche le cellule sane della società. E non bastano le leggi e le sanzioni, serve anche e soprattutto lavorare in prospettiva, insegnando ai bambini e ai giovani, a scuola come in famiglia, che il ladro e il corrotto non è un furbo bensì un volgare delinquente da sbattere in galera.

Un cammino lungo e tormentato per l'Italia di oggi. Occorrono governanti sani e capaci disposti a combattere e io,a dire il vero, non ne vedo in giro, non potrei mai vederli con l'attuale meccanismo elettorale.

Il discorsetto che ha fatto oggi Renzi sui giudici e sul primato della politica mi ha dato i brividi. MI ha fatto ricordare il "tutti sapevano" di Crax, mi ha fatto capire che vent'anni sono passati invano. Forse serve davvero una rivoluzione

Stefano OLivieri

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POLITICA
4 febbraio 2015
Se chiude il Quirinale (di Stefano Olivieri)

Nella nuvola delle tag della chiacchiera politica c’è in questi giorni una vera mappata di retorica d’antan. Attorno a Mattarella appena un’istante dopo l’elezione è sorta un’aura di rispetto acritica, compatta e debordante come il blob, che accompagna il neo presidente della Repubblica ovunque vada proteggendolo dalle domande insidiose (tanto non risponde) e sanzionando preventivamente con occhiatacce e velate allusioni al reato di vilipendio del capo dello Stato chiunque si azzardi a fare la più innocente obiezione. Osservo oggi parole vecchie e scontate come garante, equidistanza, arbitro, tornare sulla bocca di quanti, nella casta politica italiana, appena due anni fa avevano spinto manu militari Napolitano a disfare i bagagli e restare al Quirinale, per poi inquadrarlo nel mirino di attacchi scriteriati e furibondi, quelli sì per davvero da denuncia per vilipendio.

Mattarella è politico navigato e ha mangiato la foglia. Ha precisato di non sentirsi padre della patria bensì un suo devoto figlio, ha accettato di buon grado la divisa da arbitro invitando da parte sua  i giocatori alla disciplina e si è ritirato sul Colle dopo aver dato di se, come unico segno veramente distintivo dei primi istanti del suo settennato, un silenzio così riservato da essere fuorviante.

Dal canto loro i cittadini attendevano che almeno il presidente della Repubblica riportasse al centro della scena le loro tante necessità. Hanno sperato fino all’ultimo nel colpo di scena ma il sorriso si è spento sulle loro labbra perché, dopo il breve discorso di insediamento, il nuovo presidente della Repubblica se ne è andato dimenticandosi del lavoro che non c’è per giovani e vecchi, delle numerose ingiustizie fiscali e sociali che turbano il nostro paese, del denaro che chissà come circola sempre allo stesso modo. C’è una saracinesca lunga migliaia di chilometri e calata sul futuro dei nostri ragazzi e lui non ne ha fatto cenno,  ha ritenuto però opportuno ricordare i marò in India e perfino il ragazzino ebreo ucciso nel 1982 da estremisti palestinesi di fronte alla sinagoga romana.

E vabbè, almeno Renzi è soddisfatto. Ha ricompattato il suo partito e ora porta al guinzaglio Berlusconi, che comunque il suo osso bello grosso l’ha ricevuto perché gli hanno già abbreviato la pena e anche messo in tasca una sostanziosa paghetta con la reintroduzione del decreto sul falso in bilancio, compresa quella parte del 3% di cui Renzi ( è mia quella manina…) aveva rivendicato la paternità. Tutto a posto dunque? Quasi, c’è solo il dettaglio di un paese che si ostina a non riconoscere i segnali di ripresa di cui tutte le tv parlano e continua a impoverirsi, forse per fare il gufo al presidente del Consiglio. I sondaggi danno un pil in ripresa addirittura al 2,5 % nel 2016, quasi un novello boom, ma per il momento in giro per l’Italia si fa la fame e circolano brutti pensieri, con buona pace del giovane premier e dei suoi giovani ministri.

Da domani si archivia il capitolo Quirinale e si torna alla solita vita, sempre meno spensierata. Io non so se Renzi abbia o no ricompattato il partito e se il centrodestra sia ancora in mano a Berlusconi o si stia accampando da Salvini, so per certo che l’ariaccia che tira in questi giorni nelle case delle famiglie italiane non è esclusivamente colpa del clima e ben presto la politica nel suo insieme, non solo il governo, sarà chiamata a testimoniare al paese se è davvero cresciuta e pronta a dare una mano per restituire diritti ai cittadini comuni e tutelare, stavolta senza giochetti di prestigio, una crescita comune dove non ci siano figli e figliastri, né vittime sacrificali.

Le chiacchiere, insomma, dopo la sbornia quirinalizia sono davvero finite e chi ha tela da tessere è opportuno che lo faccia adesso. Non c’è più tempo, neanche per la nascita di un Tzipras italico perché noi, dal punto di vista politico, siamo messi peggio, ma molto peggio della Grecia. E un Quirinale normalizzato e silenzioso - l'ombra di Prodi, l'unica scelta che avrebbe risarcito la democrazia italiana dello schiaffo perpetrato due anni fa dai 101 renziani, è ormai scomparsa all'orizzonte -  è il segnale inquietante di dove può andare la democrazia in questo nostro paese.

Stefano OLivieri

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POLITICA
16 gennaio 2015
CHIACCHIERE INUTILI (di Stefano Olivieri)

Chi ha colpa e chi ha ragione fra chi uccide e sgozza e le vittime innocenti di questa violenza? Messa così la domanda non può avere che una risposta, ma siamo seri: è davvero questo il problema? Si tratta davvero di dibattere di guerre fra religioni, se sia più “pacifica” quella cattolica o quella islamica? Fiumi di parole inutili, ore e ore di notiziari e talk televisivi che potrebbero essere più convenientemente usati per approfondire le vere primigenie cause di uno squilibrio - lo sappiamo e lo sanno tutti - che è alla base di ciò che accade: quello fra ricchezza e povertà, fra ignoranza e informazione, fra benessere e fame. Semplicemente.

Il tema è mondiale e non va circoscritto, dalle risorse energetiche a quelle alimentari, cominciando dall’acqua, il petrolio bianco sempre più raro e prezioso. C’è una parte del mondo che prende queste risorse fuori dai propri confini sottraendole a territori e popoli che quelle stesse risorse potrebbero e dovrebbero utilizzare per i propri bisogni, e non potendolo fare restano dietro e maturano risentimento e malessere. Poi, soltanto poi viene tutto il resto. Scusate se banalizzo ma trovo inutile sprecare altre parole se non si parte da qui. Non ci potrà essere crescita diffusa, a vantaggio davvero di TUTTI se prima non si metterà mano a questo enorme, non più tollerabile squilibrio mondiale, anche a costo di un iniziale significativo arretramento, cosa che per altro sta comunque già accadendo, dei nostri livelli di vita. Siamo tutti buoni a parlare fin quando non ci toccano casa, sono tutti buoni i governi a marciare per la pace e la fratellanza fra i popoli ma qui bisogna uscire dall’equivoco, altrimenti ci saranno sempre più Isis e sempre più bande di volenterosi pronti a contrapporsi armi in pugno. Stiamo facendo a pezzi il nostro pianeta e ci stiamo facendo a pezzi fra di noi, davvero un brutto esempio di evoluzione per la razza umana. Quando gli uomini e le donne a capo del mondo saranno così maturi da sedersi tutti attorno allo stesso tavolo per fare cassa comune di tutte le risorse e redigere un contestuale censimento delle necessità più urgenti verso cui indirizzare gli aiuti comuni, soltanto allora si potrà dire che non si perde tempo in chiacchiere.

Utopia dite voi. Vero, è utopia, roba da sognatori. L’età dell’oro, così ben rappresentata dal quadro di Cranach il vecchio che ho scelto per accompagnare questo post. La distopia è certo più semplice da digerire, in tv si preferisce evocare scenari funesti e litigare sul nulla perché così sale l’auditel. Beh, io preferisco sognare, e che mi sveglino soltanto quando avranno finito di litigare.

Ho il presentimento che aspetterò per un bel po’ di tempo.

Stefano Olivieri

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POLITICA
8 dicembre 2014
SERVE TORNARE ALLE SORGENTI DELLA DEMOCRAZIA (di Stefano Olivieri)

Quando i partiti avevano una struttura gerarchica vera dalla segreteria nazionale fino all’ultimo iscritto, chi partecipava attivamente alla vita del partito aveva opportunità di conoscere e farsi conoscere nelle riunioni, tante e sempre partecipate, che avvenivano durante l’anno. E quando la riunione era elettiva circolavano i nomi, i curricula di chi si proponeva, le proposte e i programmi da valutare e votare. E i nomi degli eletti, alla fine, non erano mai sconosciuti, la delega non si dava mai in bianco e seppure esisteva la cooptazione, questa non era la regola ma l’eccezione di un’organizzazione che fondava la sua forza sulla partecipazione attiva di ogni singolo iscritto. I partiti oltre alle sezioni avevano perfino la scuola, ricordo quella di Frattocchie per il PCI.

Oggi ci sono invece, per sfruttare al meglio le infinite opportunità di visibilità di tv e reti digitali, i partiti liquidi, dove la gerarchia è ridotta all’essenziale, da una parte gli eletti e i leaders, dall’altra gli elettori. Il partito liquido si espande facilmente (ricordiamo Forza Italia che, appena nato, vinse le elezioni esprimendo anche il presidente del consiglio) ma pecca in democrazia, perché la selezione interna è praticamente assente e la cooptazione è diventata la regola, basti vedere ministri e ministre usciti dal nulla nelle ultime legislature. E la legge elettorale tuttora in vigore deprime ancora di più la sovranità del voto popolare, riducendo le elezioni a una vera e propria farsa.

Come meravigliarsi, a questo punto, del livello di corruzione raggiunto dalla politica italiana se le regole per formare la classe (sarebbe opportuno dire casta) politica stessa sono state modificate in modo da favorire la corruzione, invece di combatterla? Ora che il vaso,i vasi cominciano a scoppiare bisogna raccogliere i cocci e fare pulizia, ma subito dopo saranno da ridiscutere dalle fondamenta le regole della politica, altrimenti non ci libereremo mai delle partecipate corrotte e del malaffare capace di prosciugare le risorse non solo di singoli comuni ma dello stesso Stato italiano (ricordo la cassa per le calamità con a capo Bertolaso, costituita presso la presidenza del consiglio dei ministri. Lì arrivarono le donazioni, miliardi di euro, dei singoli cittadini per le alluvioni, i terremoti, gli tsunami. Ancora non sappiamo che fine abbiano fatto quei soldi).

Siamo al punto di non ritorno. Occorre tornare alla sovranità popolare da una parte, rendendo i cittadini più informati e responsabili, modificando i meccanismi di selezione e delega a tutti i livelli in chiave di democrazia vera e partecipata, infine sanzionando con la galera chi sbaglia, perché fare politica non è obbligatorio bensì una scelta libera e responsabile, e chi la fa deve avere subito ben presenti i rischi che correrà se il suo comportamento al servizio della comunità non sarà più che irreprensibile.

Insomma, per eliminare, eradicare dalla società italiana il “territorio di mezzo”, serve estendere il potere del “popolo di sotto” di tutti noi cittadini elettori fino a contaminare, con un controllo diretto e benefico, il popolo di sopra, quello degli eletti, in parlamento e nei comuni e regioni italiane. E basta con i duci onnipotenti, ai duci si delega tutto e si evita di pensare, non va bene. La democrazia è un bene prezioso che va conquistato e alimentato ogni giorno da tutti i cittadini, nessuno escluso.

Stefano Olivieri

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POLITICA
3 dicembre 2014
CUPOLA MAFIOSA A ROMA ( di Stefano Olivieri)


 Rivoltatela e diventa una coppa di champagne perché il popolo del malaffare, quando brinda, si tratta bene. Però adesso è troppo tardi per arrabbiarsi, perché quel popolo l'abbiamo partorito, allattato e pasciuto tutti noi, ogni volta che abbiamo accettato uno scandalo senza indignarci, ogni volta che abbiamo cercato il Picone di turno per evitarci qualche fila agli sportelli, ogni volta che abbiamo, avremmo voluto ritagliarci un privilegio alla faccia
delle regole, che sono scritte solo per i fessi. La "terra di mezzo", il popolo di mezzo a cui accennano le voci nelle telefonate intercettate, altro non è che il nostro intorpidito disinteresse fatto persona, anzi persone visto che sono tante, tutte ben vestite e potenti, anche se poi tagliano gole e sparano in bocca. Il voto che dai alle elezioni non vale più nulla, il vero voto lo dai quando cominci a fregartene del bene comune, scrolli le spalle e sbuffi perché son cose risapute, lo sanno tutti, etc. Ebbene, è quella la tua vera delega elettorale alla mafia di Roma, perché i mafiosi sono come i sorci, arrivano laddove c'è più sporco, e lo sporco s'ammucchia quando i cittadini cominciano a fregarsene. Ben ti sta Roma, lo dico da romano innamorato della sua città. Adesso beccati pure la mafia fatta in casa e rifletti sul futuro. E se permettete, a questo punto, con tutta la sua panda
 in divieto di sosta, io mi tengo ben stretto Marino.

Pignatone, vai pure avanti!

Stefano Olivieri
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19 settembre 2012
E' ANCORA L'iTALIA DEL BUNGABUNGA (di Stefano Olivieri)


Non c’è bisogno di grandi sforzi di fantasia per accostare la festa dell’onorevole De Romanis del 2010 alle seratine eleganti dell’ex premier. Era, e probabilmente lo è ancora, l’Italia del bungabunga e troppo tempo dovrà passare prima che questo machismo da basso impero ( con donne compiacenti da basso impero, va detto purtroppo anche questo ) possa liquefarsi all’aria sana.

Bisogna prima di tutto cambiarla, quell’aria. In Parlamento come negli enti locali di questo nostro sciagurato paese che non riesce a cacciare i mercanti dal tempio. Da troppo tempo un’Italia marginale nei numeri ma godereccia, parassita e sprecona tiene banco arrogantemente, e non è bastato che Berlusconi desse le dimissioni per fare abbassare la cresta a questi cialtroni. Perché il commissario italiano Monti ha continuato a tenere ben conto delle pressioni della destra italiana e i risultati si sono visti. Oggi l’Italia povera è ancora più povera e quella ricca ancora più ricca e arrogante. Monti ha approfittato abilmente dell’imbarazzo del PD, ancor oggi sospeso fra Vendola e Casini, per realizzare tutti i desiderata dell’ex premier. Non solo, ma agendo esattamente come Berlusconi, cioè infierendo soprattutto sulla classe medio bassa della popolazione, su operai, dipendenti pubblici e privati, pensionati, fornisce oggi a Berlusconi l’occasione di replicare la favola dell’abbassamento delle tasse, dell’abolizione dell’IMU, della creazione di cento milioni di posti di lavoro dal nulla. 

Il populismo di destra riceve da Monti, nei fatti, un’eredità di bonus da spendere in termini elettorali assai più convincente del messaggio che necessariamente Bersani deve costruire, e con molta fatica, per smarcarsi definitivamente dalla deriva del governo dei professori e dei finanzieri.

Berlusconi, invece, non ha bisogno di smarcarsi perché ha da sempre abituato gli italiani a vederlo come il campione dell’antipolitica. Dunque, adeguatamente somministrata dalle tv del biscione, ben presto la minestra riscaldata dell’ex premier scenderà di nuovo sulle tavole degli italiani e molti, purtroppo, se la mangeranno, ancora una volta.

A meno che non si sparigli questo gioco infame e non si inchiodi Monti, Fornero, Passera & company alle loro responsabilità, prima fra tutte quella di aver scavato un solco ancora più profondo fra l’Italia che ruba e continua a godere e quella che lavora e soffre gli stenti di una ripresa che non arriva perché nessuno finora ne ha creato i presupposti.

È tempo di scelte radicali, che non sono fra destra e sinistra, categorie ormai logore. È tempo di scegliere, molto semplicemente, con quali risorse vogliamo uscire da questa crisi prima che ci ingoi del tutto. Bersani, sarebbe ora che tu ascoltassi la gente. La legislatura può anche finire alla sua scadenza naturale ma le carte, da parte del PD e della sinistra che vorrà stare dalla sua parte, devono essere scoperte da subito, perché il cavaliere sta per farlo. E le sue, come si sa, sono truccate.

Stefano Olivieri

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8 aprile 2012
BUONA PASQUA AL MIO BLOG (di Stefano Olivieri)


 Anche a te, caro blog, buona Pasqua. So che non credi a queste cose ma immagino faccia comunque piacere, sentirselo dire ogni tanto. Anche se il pensiero resta quello di un uovo rotto, senza vita. Scrivo da quattro anni le tue pagine annusando la cronaca di un paese bellissimo e mortificato, e tu mi hai sempre accontentato, recapitando emozioni e pensieri di un cittadino comune sugli schermi di tanti altri cittadini comuni. La rete, questa grande invenzione, ha tenuto insieme speranze, umiliazioni, sacrifici, progetti di risveglio di questa Italia fatta di regioni, di montagne e coste, di piazze e di mille città. Fatta sopratutto di sessanta milioni di cittadini che vogliono farcela, vogliono continuare a spalare per vedere che cosa c'è sotto l'ultima palata di terra.
In questi ultimi anni  non so più quante volte ho ripetuto a me stesso, come in un mantra, che l'età dell'oro era dietro l'angolo. Che bastava volerlo per essere liberi. Oggi, Pasqua 2012, siamo nel pieno della crisi più spaventosa dal dopoguerra e non sappiamo ancora se ne usciremo. Sappiamo di certo chi la sta pagando e continuerà a pagarla,  e questo pensiero ci riempie di rabbia.
Ci stavo ricascando. Scusami blog, ti avevo promesso una pagina serena e positiva e voglio dartela, almeno oggi. Guardiamo al bicchiere mezzo pieno e però lottiamo per riempirlo del tutto, di vino buono però, non di olio di ricino. Diciamoci l'un con l'altro che siamo bravi e che il lavoro, quale che sia, non può mai diventare merce, e con esso i lavoratori. Stringiamoci
tutti in un abbraccio solidale e sincero, contro tutte le caste. L'unità vince sempre, perchè anche il problema più spinoso si risolve, se viene realmente condiviso da tutti. Estendere la solidarietà, superare l'egoismo è la strada da seguire. Buona Pasqua caro blog, e buona Pasqua a chi ha letto per più di trecentomilavolte queste pagine.

Stefano Olivieri
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13 gennaio 2012
Ma che paese stiamo diventando? (di Stefano Olivieri)

Il popolo dei tassisti scende in piazza perché una loro licenza oggi è come i bund tedeschi, si svaluta poco finchè non c’è concorrenza. Il popolo dei suvisti invece è disorientato e vede finanzieri dappertutto, così si distrae dalla guida e mette sotto bambini, giovani e vecchi. L’Italia è un paese stretto, con le strade piccole e affollate di sisordine; i suv danno senso di onnipotenza ma hanno scarsa visibilità per i primi metri di visuale dell’autista. Eppure continuano a circolare perché sono uno status symbol, le signore lo adoperano per accompagnare i loro figli a scuola e riscuotere consenso e invidia sociale, i mariti se ne servono per rimorchiare veline e investire pedoni e vigili.
In piazza anche i cavallari. Una volta si diceva “Datti all’ippica” a chi non sapeva che fare della sua vita. Oggi si scopre che in tanti hanno scelto questa strada impiastricciata di biscazzieri e malaffare, e questi, come i tassisti, adesso lamentano i tagli governativi. Mi chiedo quando scenderanno in piazza i veri marocchinati, i pensionati ( e pensionandi), i lavoratori dipendenti (pubblici e privati) ai quali soprattutto il sobrio governo Monti ha rivolto la sua attenzione fino ad ora.
La Lega ha (ri)scoperto che Cosentino è un galantuomo e lo ha salvato dal carcere. La Consulta ha scoperto che è meglio una porcata piuttosto che nulla, quando si va a votare.
Ma che paese stiamo diventando? Me lo immaginavo un po’ diverso il dopo Berlusconi. Ammesso che si possa davvero parlare, di dopo Berlusconi. Perché a parte Cortina non vedo granché, e dire che basterebbe poco. Ad esempio, rendere obbligatorio il passaggio della tessera sanitaria (codice fiscale) in tutti gli acquisti, non solo in farmacia. E consentire al cittadino pagante e consumatore di recuperare in automatico, sul suo file presente all’Agenzia delle Entrate, una percentuale dell’Iva, anche infima se vogliamo, ma di tutti i suoi acquisti di prodotti e servizi. Da un giorno all’altro questo paese diventerebbe virtuoso, sono pronto a scommettere. Soprattutto introducendo il reato penale (con carcere) per evasione fiscale.
Ma questo genere di riforme sono poco interessanti per l’attuale politica. Quei duecento nomi, da destra a sinistra, che da vent’anni tengono in mano il parlamento, non voteranno mai una legge del genere. Per questo, secondo me, non ne usciremo mai, se non con una sana rivoluzione. Possibilmente incruenta.
29 novembre 2011
NON TAGLIATE SUI DISABILI (di Stefano Olivieri)

L'articolo che sto per riproporre l'ho scritto il 13 giugno del 2007. Ha fatto il giro del web, ancora oggi lo ritrovo su molti portali, grazie al copyleft che accompagna tutti i miei lavori. Avevo 56 anni e Francesco, mio figlio, ne aveva 29. Ora lui ha gli anni di Cristo e pare che in croce, dopo Berlusconi, lo possa mettere perfino il governo tecnico. Sono voci che girano, ovviamente, io voglio continuare a fidarmi - in modo vigile - di questo nuovo governo tecnico che deve trovare i soldi per tutti. Se mi sbaglio, sarò felice di correggermi. Non voglio dire che cosa succede se non mi sbaglio. Diciamo che certe cose è bene dirle prima. Buona lettura.

 

Una vita sola non basta

Di Stefano Olivieri
Roma, 13 giugno 2007
 
Allevare un figlio disabile costa dal suo primo giorno di vita. All’inizio tutti i bambini sembrano uguali, piangono e agitano le manine, fanno la pipì in continuazione, prendono il latte dalla mamma stringendo i piccoli pugni. Le prime settimane fanno in genere scomparire quasi del tutto le ansie per un parto difficile e prematuro, le preoccupazioni per un esserino che con il calo fisiologico può facilmente arrivare a pesare meno di un kg. di peso. Ce la fa, non ce la fa, tutti appesi al suo faccino, alle sue smorfie prima di sporcare il pannolino, ma è tutto normale, nella prassi prestabilita e consumata di una giovane famiglia che si allarga. I parenti e gli amici che si affacciano di continuo a casa tua, che gli portano regali sciocchi e inutili, che si complimentano con tua moglie che ha riacquistato subito la linea.
 
Poi avviene qualcosa, verso il terzo o quarto mese di vita. Anzi non avviene qualcosa. Ancora meglio, avviene qualcosa di anomalo. Il bambino tira su la testa e non la fa ricadere giù dopo qualche secondo, come tutti gli altri. “E’ più forte, è più sveglio” ci diciamo inorgogliendoci per lui. Però alla visita pediatrica di routine per i prematuri il medico ci consiglia cautela, parla di “ipertono”, di “iperattività”. Non è più precoce degli altri bambini, c’è piuttosto un problema di difettoso controllo del rilascio dei muscoli, va controllato. Inizia il tunnel.
 
Esami su esami, molti a pagamento perché si va dal migliore e non si può aspettare. Elettroencefalogramma, visite su visite,  lui ancora così piccolo e già va e viene dagli ospedali, con la mamma come appendice, un cordone ombelicale che invece di recidersi si ingrossa a dismisura e non si reciderà mai, per la vita. Passano i mesi e il gap diventa evidente, si entra nei gironi infernali della fisioterapia forzata, il trattamento “Vojta”. Mamma e figlio per un anno e più, due volte al giorno sull’autobus da casa fino a via dei Sabelli, al centro di neuropsichiatria infantile, a far la fila per la seduta di fisioterapia. Poi all’improvviso uno scivolo previdenziale mette in pensione da un giorno all’altro tutte le fisioterapiste anziane e lascia il centro in mano a ragazzi freschi di corso, il passaparola fra le mamme è fulmineo, chi ha il telefono privato di qualche fisioterapista pensionata lo passa alle altre. Si continuerà come prima ma stavolta a pagamento, per i disabili il welfare è un vestito sempre troppo stretto.
 
Provate a passare 28 anni così, seguendo un figlio notte e giorno, attraversando Luminalette e operazioni chirurgiche per metterlo in piedi, piangendo di gioia ad ogni minimo suo progresso. Pensate a quando cresce e diventa uomo, ma dovete continuare a vestirlo e a lavarlo, cercando di diventare invisibili e discreti come servitori estranei quando comincia a mostrare vergogna della sua nudità di fronte alla madre e al padre. Pensate alla sua rabbia di vita, alla voglia di scrollarsi di dosso l’handicap, di dimostrare che le gambe non possono fermare, non debbono fermare la mente, l’intelligenza, la creatività. Pensate alla sua delusione quando già a 14 anni, l’età per il primo motorino, la sua folla di amici si azzera all’improvviso perché per gli altri l’orizzonte si è allargato.
 
Pensateci e riflettete. Prima di scrivere queste righe ho surfato nel web nei forum dedicati alla disabilità, e ho trovato tanta solidarietà ma anche tanta, ma tanta miserabile ignoranza. Ottusa cattiveria di chi definisce impropri e arbitrari i “privilegi” economici dei disabili, dall’indennità di accompagnamento al permesso di circolazione e di sosta. Francesco, mio figlio, farebbe volentieri a cambio fra la sua disabilità indennizzata e un posto di banchista al bar assegnato a un normodotato, perché sa già che semmai potesse avvenire una cosa del genere, il giorno stesso userebbe le sue gambe buone per cercare qualcosa di più adeguato alla sua ambizione, alla sua cultura costruita e coltivata meticolosamente nel campo che ama, quello del cinema. Le userebbe per scegliere di uscire quando vuole con gli amici, per guidare l’auto, per farsi una vita e mantenersi da solo, altro che indennità.
 
Il welfare state per i disabili in Italia è purtroppo diventato un welfare family. Tutti a dare soldi e aiuti alle famiglie, a offrire viaggi già organizzati, spiagge già attrezzate, risorse preconfezionate. Tutte cose che nella maggior parte dei casi finiscono con l’accentuare la diversità, l’esclusione sociale non solo del disabile ma anche della sua famiglia dal resto del contesto. E ciò che è più grave, nessuna semplificazione nelle prassi burocratiche, milleuno file da fare per avere la pensione, poi rinnovarla, e poi il bollo, e poi ancora altre visite al compimento della maggiore età quasi che dalla tetraparesi spastica già diagnosticata si potesse guarire andando a Lourdes.
 
Chi non ha un figlio disabile non può capire, deve accettarlo per fede e per solidarietà umana ciò che scrivo, oppure rifiutarlo apertamente. Preferisco un cattivo sincero a un anima pelosa, che ti guarda e ti dice “poverini” e poi ti fa i conti addosso per i tre giorni al mese che ti prendi di legge 104, per l’aspettativa di due anni ex lege 151, per quel contrassegno con la sedia a rotelle che ti consente di entrare nella ztl. Privilegi li chiamano, e mostrano invidia, quasi quasi mi verrebbe voglia di fargli provare davvero che cosa vuol dire non poter contare sulle proprie gambe.
 
La disabilità è una malattia sociale profondamente contagiosa all’interno del nucleo familiare. Dal figlio passa ai genitori, li logora e li asciuga, appanna il loro entusiasmo, spenna le loro ambizioni fino a ridurle ad un esile lancia, l’ autonomia del figlio prima che sia troppo tardi, prima che a loro manchino del tutto le forze. Se la sua rabbia di vivere e di emanciparsi è come una droga e ti fa stare in piedi, è il resto dell’organismo che ormai cede, per i bocconi amari che devi ingoiare sulla tua carriera negata, per la cattiveria e il cinismo della gente intorno, per la solidarietà pelosa di uno Stato che vorrebbe tapparti la bocca con qualche soldo in più purchè ci pensi tu a tuo figlio, a fargli il bagno e cambiargli le mutande la mattina, a tentare di aiutarlo quando non trova nessun amico al telefono, a esortarlo ad avere speranza perché prima o poi arriverà il momento in cui potrà far valere il suo sapere e nessuno gli sbatterà più la porta in faccia. Vorrei che fosse domani, che lui potesse venire a dirmi che ha trovato un lavoro ben remunerato e non precario nell’ambiente del cinema, e che ha deciso di provare a vivere da solo e prendersi una badante. Vorrei vedere il suo futuro finalmente fuori dal tunnel e il giorno dopo farei domanda di pensione, anche se ho solo 56 anni, perché addosso me ne sento 70 e mi piacerebbe passare anche un solo week end al mare con mia moglie come due fidanzati, sapendo che Francesco è contento e lontano da noi. Ma forse una vita sola non basta per raggiungere tanta felicità.

Stefano Olivieri

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permalink | inviato da Stefano51 il 29/11/2011 alle 19:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
22 novembre 2011
IL PAESE DELLE ZUCCHINE (di Stefano Olivieri)


Ecco perché sono rincarate e il loro prezzo si mantiene alto anche d’estate. Il gustoso ortaggio è stato preso a riferimento nei frenetici scambi di mazzette avvenuti nel verminaio Finmeccanica, un’azienda che doveva essere il fiore all’occhiello della rinascita industriale italiana e si è invece trasformata in un pozzo nero. Non a caso da tempo ci sguazzava dentro anche Walter Lavitola, il consigliori dell’ex premier Berlusconi.

Le “zucchine” volavano impazzite da una mano all’altra e da un palazzo all’altro, roba da fare impallidire la prima tangentopoli, perché stavolta davvero non si capisce chi è imprenditore e chi è politico, chi da e chi riceve, pare quasi un rito iniziatico a cui prima di tutto è importante partecipare, per far capire agli altri che si è d’accordo, che si sta al gioco, quello delle cricche.

Ci sarà tanto da lavorare, roba da autospurgo 24ore su 24, non basterà certo il governo Monti che ha un anno e mezzo scarso davanti. Bisognerà lasciar lavorare i giudici e anzi supportarli con attestazioni ufficiali – l’altro governo mandava gli ispettori – e con maggiori risorse per stanare meglio e più in fretta questo esercito di delinquenti. Perché poi le notizie girano e i mercati guardano anche a Finmeccanica e a Marchionne che rovescia le carte sul tavolo e disdetta tutti i contratti, e si scordano dell’Italia che tenta di rigare dritto.

Perché esiste quell’Italia, ed è anche maggioritaria rispetto all’Italia delle zucchine. Nel nostro paese ci sono fabbriche e imprenditori sani, che vorrebbero guadagnare ma anche far circolare il denaro, spargere benessere fra le famiglie dei propri dipendenti. Potremmo e dovremmo ad esempio aiutare l’ambiente, interrompendo quelle filiere malate e malavitose descritte l’altro ieri da Report: i nostri rifiuti plastici, per i quali i cittadini pagano lo smaltimento, finiscono in Cina e vengono mescolati senza criteri, controlli e regole ad altri rifiuti contaminati, perfino quelli ospedalieri, e ci ritornano sotto forma di pupazzetti profumati che facciamo masticare ai nostri bambini. Ci vogliono leggi severe e drastiche, chi si sporca di reati contro la comunità non può e non deve più essere eletto, ma neanche in una assemblea di condominio. Regole draconiane, altrimenti non si va da nessuna parte, anche per i partiti che non controllano preventivamente l’operato dei propri eletti, sul genere che per ogni deputato e senatore colto dalla giustizia con le mani nella marmellata dovrebbe essere prevista una sanzione ufficiale per il partito, che sia realmente sgradevole ( per esempio la confisca dei rimborsi elettorali). E poi, accanto all’imprenditoria sana, c’è tutto il paese a reddito fisso, che resta attonito di fronte alla tv quando ascolta delle intercettazioni fatte a un deputato, già stipendiato profumatamente dalla collettività, che ricorda all’imprenditore di pagargli “la mensilità” (quindicimila euro). A operai, impiegati, pensionati e disoccupati si attorcigliano le budella ad assistere a queste cose, occorre non per voglia di gogna ma per etica che questa gente paghi tutto e subito, se si vuole insieme alla fiducia dei mercati anche quella del paese.

Stefano Olivieri

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Perché l’Italia vera non è quella delle zucchine.

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