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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
POLITICA
8 dicembre 2014
SERVE TORNARE ALLE SORGENTI DELLA DEMOCRAZIA (di Stefano Olivieri)

Quando i partiti avevano una struttura gerarchica vera dalla segreteria nazionale fino all’ultimo iscritto, chi partecipava attivamente alla vita del partito aveva opportunità di conoscere e farsi conoscere nelle riunioni, tante e sempre partecipate, che avvenivano durante l’anno. E quando la riunione era elettiva circolavano i nomi, i curricula di chi si proponeva, le proposte e i programmi da valutare e votare. E i nomi degli eletti, alla fine, non erano mai sconosciuti, la delega non si dava mai in bianco e seppure esisteva la cooptazione, questa non era la regola ma l’eccezione di un’organizzazione che fondava la sua forza sulla partecipazione attiva di ogni singolo iscritto. I partiti oltre alle sezioni avevano perfino la scuola, ricordo quella di Frattocchie per il PCI.

Oggi ci sono invece, per sfruttare al meglio le infinite opportunità di visibilità di tv e reti digitali, i partiti liquidi, dove la gerarchia è ridotta all’essenziale, da una parte gli eletti e i leaders, dall’altra gli elettori. Il partito liquido si espande facilmente (ricordiamo Forza Italia che, appena nato, vinse le elezioni esprimendo anche il presidente del consiglio) ma pecca in democrazia, perché la selezione interna è praticamente assente e la cooptazione è diventata la regola, basti vedere ministri e ministre usciti dal nulla nelle ultime legislature. E la legge elettorale tuttora in vigore deprime ancora di più la sovranità del voto popolare, riducendo le elezioni a una vera e propria farsa.

Come meravigliarsi, a questo punto, del livello di corruzione raggiunto dalla politica italiana se le regole per formare la classe (sarebbe opportuno dire casta) politica stessa sono state modificate in modo da favorire la corruzione, invece di combatterla? Ora che il vaso,i vasi cominciano a scoppiare bisogna raccogliere i cocci e fare pulizia, ma subito dopo saranno da ridiscutere dalle fondamenta le regole della politica, altrimenti non ci libereremo mai delle partecipate corrotte e del malaffare capace di prosciugare le risorse non solo di singoli comuni ma dello stesso Stato italiano (ricordo la cassa per le calamità con a capo Bertolaso, costituita presso la presidenza del consiglio dei ministri. Lì arrivarono le donazioni, miliardi di euro, dei singoli cittadini per le alluvioni, i terremoti, gli tsunami. Ancora non sappiamo che fine abbiano fatto quei soldi).

Siamo al punto di non ritorno. Occorre tornare alla sovranità popolare da una parte, rendendo i cittadini più informati e responsabili, modificando i meccanismi di selezione e delega a tutti i livelli in chiave di democrazia vera e partecipata, infine sanzionando con la galera chi sbaglia, perché fare politica non è obbligatorio bensì una scelta libera e responsabile, e chi la fa deve avere subito ben presenti i rischi che correrà se il suo comportamento al servizio della comunità non sarà più che irreprensibile.

Insomma, per eliminare, eradicare dalla società italiana il “territorio di mezzo”, serve estendere il potere del “popolo di sotto” di tutti noi cittadini elettori fino a contaminare, con un controllo diretto e benefico, il popolo di sopra, quello degli eletti, in parlamento e nei comuni e regioni italiane. E basta con i duci onnipotenti, ai duci si delega tutto e si evita di pensare, non va bene. La democrazia è un bene prezioso che va conquistato e alimentato ogni giorno da tutti i cittadini, nessuno escluso.

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

POLITICA
14 ottobre 2010
AUTARCHIA, PER RICRESCERE (di Stefano Olivieri)


L’Italia sta per essere spazzata via. Dall’industria che conta e dalla ricerca, perché non si può esportare il made in Italy nel mondo se prima non si valorizza il lavoro italiano. E ogni giorno restano senza lavoro sempre più operai, gente che sa il suo mestiere, che ha costruito l’industria manifatturiera in Italia pezzo dopo pezzo, dai pistoni agli elettrodomestici, dalle auto ai pannelli solari, dai vestiti ai cuscinetti a sfere. Il lavoro è prima di tutto quel che sai, competenza e professionalità, non solo quel che produci, ma questo i nuovi padroni italiani non vogliono, probabilmente non riescono a comprenderlo perché sono esperti soltanto ad aprire il loro portafogli e a contare i soldi guadagnati. E sanno di restare impuniti, sanno di essere protetti, ha dato proprio un bell’esempio, il cavaliere. Con gli operai non si parla, con i sindacati non si contratta, così va il liberismo all’italiana, ottuso e ostinato nel prendere senza mai dare.

Se ne va il cinema, a Cinecittà costruiranno alberghi e parchi del fitness per accogliere ricconi da tutto il mondo, con la suggestione di un cinema che fu che assomiglia sempre di più a un parco archeologico. Oggi inizia il grande fratello, ma gli operai di Cinecittà resteranno senza lavoro perché le commesse tv sono già belle e confezionate altrove, il denaro già spartito, scenografie e arredi già prodotti dagli sponsor, per questo reality show che ormai è diventata tutta l’Italia. Pensate che ancora tre anni fa i film realizzati a Cinecittà superavano per numero quelli realizzati a Hollywood. Col denaro ormai si compra tutto, che sia made in Italy o no, per questo stiamo andando giù e ci stiamo impoverendo, perché vogliono metterci in competizione non per il talento ma per i muscoli, la fame e la disperazione che esprimiamo. Vogliono schiavi, non dipendenti. Ma alla fine dei giochi il conto non torna, l’Italia perde competitività non perché lavora meno ma perché non esiste un piano industriale, non esistono regole e sanzioni per i negrieri della nostra industria, non esiste nulla. Un esempio emblematico è dato dal calcio: milionario per i clubs, miserevole per la nazionale. La squadra italiana più forte aveva un solo italiano ( e di colore) e l’ha venduto, la nazionale under21 ha preso schiaffi da tutti, più o meno come la nazionale maggiore in sud Africa. Se non si investe nelle proprie risorse si perde in partenza, il denaro può generare soltanto altro denaro, è con la testa, con i progetti che si cresce.

Io penso che ci farebbe bene un po’ di autarchia. Spazzare via la monnezza e la polvere accumulata e poi chiudere per un po’ porte e finestre, come fanno i negozi quando devono allestire una nuova vetrina. Lavorare sodo e mettere fuori il cartello “lavori in corso” fin quando non sarà fatta pulizia. Autarchia per ricrescere, per far ripartire il mercato interno, poi si vedrà. La bufala di strizzare gli operai per vendere meglio all’estero la raccontino ad altri, se ci riescono, perché da noi non funziona più. Occorre fare ordine nelle regole, tornare a chiamare le cose con il loro nome. Perché i sacrifici qui da noi li fa soltanto la povera gente, ed è stufa, non solo stanca. Perché chi sbaglia deve pagare, deve essere messo da parte, punto. Basta con i ladroni, i catastorie, i truffatori e i mazzettari. Basta.

Rimbocchiamoci le maniche e torniamo a scegliere il nostro futuro. Anche fra le macerie, con un po’ di inventiva, con pazienza e sacrificio, si trova materiale utile per la ricostruzione. L’Italia è stata bombardata, mettiamola così, dovremo rimetterla su nel più breve tempo possibile. L’ingegno ce lo abbiamo, l’entusiasmo ci verrà se ci lasciano in pace, se restituiscono dignità ai lavoratori, se la smettono di considerare il lavoro una merce. Facciamo da noi, puntelliamo la Costituzione, scegliamo fra di noi chi va in parlamento, tiriamo giù la statua di capi e capetti illuminati dalla tv e voltiamo pagina con una rivoluzione allegra e pacifica, ma determinata. Non facciamoci più prendere in giro, siamo nel terzo millennio e l’Italia vuole tornare a mettere la sua firma nella storia del mondo dopo il medioevo del cavaliere e dei suoi compagni di merende.

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

POLITICA
18 settembre 2010
PD, DIRITTO DI CRITICA E DOVERE DI CRESCITA* (di Stefano Olivieri)
 

Ben venga anche Veltroni, ci mancherebbe. La politica non è mai morta per eccesso di dibattito, semmai per i troppi silenzi. Se nel Pd si alzano voci critiche, così come accade nel Pdl, questa non è una malattia ma un segno di crescita, di cambiamento. L’inesorabile parabola discendente del padrone d’Italia, che avviene più per ragioni fisiologiche che politiche, ha fatto sì che al nascere di ogni nuovo giorno ci siano novità, qualcuno che voglia dare la sua ricetta per la crisi, e non si può non esserne contenti.

Ho letto spesso : “Walter se ne era andato in Africa, meglio se ci restava…” Battuta a parte, non conosco molti altri leader candidati premier che si siano messi da parte dopo aver fallito. Walter ha diritto a dire la sua, anche ad alzare i toni se vuole, così come ne ha diritto la Bindi, o Renzi, o chiunque altro. Il problema semmai è in che modo questo dibattito può intercettare e fondersi con quello corale dei cittadini, che forse voleranno più bassi ma conoscono il paese reale molto meglio di chi si è chiuso in parlamento, sortite elettorali a parte, da 10, 15, anche venti o più anni. La capacità di ascoltare il territorio è ancora più importante che sapersi fare ascoltare dai cittadini, e sarebbe ora che a questo si pensasse seriamente in un paese invaso dalle tv e dai telefonini ma sempre più assente e senza potere e voce quando si devono prendere decisioni importanti.

Ho letto l’analisi di Walter e ne ho apprezzato molti passaggi. Compresi quelli in cui ribadisce con passione l’aspirazione maggioritaria del Pd, e al tempo stesso la legittimità di guardare anche fuori, per un leader. Anch’io ci ho visto una apertura alla candidatura di Vendola (potrebbe essere lui il papa nero?), insieme al pericolo che ciò possa essere letto a sinistra (Veltroni boccia sia la scelta neofrontista che quella neocentrista) come una rivisitazione del “voto utile” in chiave di “leader utile”. Tutto potrebbe andar bene alla fine, se non fosse che in questo paese parlare di riforme non è più sufficiente. Per riallineare tutti al nastro di partenza occorrono aggiustamenti pesanti e rapidi, i cui effetti semmai, per durare nel tempo, avranno certamente bisogno di riforme, di un quadro di regole diverso per la giustizia, l’equità sociale e fiscale, la trasparenza di diritti e doveri di ciascuno. Ma se prima non ci si mette davanti a problemi come un bel 20 % di pil nazionale nascosto, se prima non si raddrizza il fisco colpendo i patrimoni e i capitali illeciti, se prima non si da certezza ai cittadini che i furbi e i furbetti hanno davvero le ore contate, ebbene alle riforme, caro Walter, non ci crederà più nessuno, più o meno come adesso.

Un paese normale, anche semplicemente decente ma con nuove regole ( e strumenti adeguati per farle rispettare) che consentano a tutti, nessuno escluso da destra a sinistra, di percepire un vero cambiamento dalla repubblica delle banane del premier Berlusconi. La gente, gli elettori non pretendono la luna da nessuno ma sono stanchi di sole parole. E soprattutto vorrebbero qualcosa di più di un leader nuovo e onesto, vorrebbero che i partiti si tenessero fuori dagli affari e tornassero fra la gente. Vorrebbero che i rappresentanti nominati in parlamento tornassero fra la gente che li ha eletti senza poter scegliere e ascoltassero umilmente ciò che la gente ha da dire loro. Vorrebbero vedere una ragazza brutta ma intelligente fare strada per il suo talento, vorrebbero che si parlasse di riforma del welfare senza partire, per una volta, dalle analisi di Ichino e di Brunetta, perché lo stato sociale è un bene collettivo a cui oggi però contribuisce in massima parte lo strato più disagiato del paese, e questo non va bene.

Parlatene fra di voi caro Walter Veltroni, cari Bersani, Bindi, Vendola, parlatene ma fate parlare anche noi, che abbiamo ormai poco fiato da spendere. L’Italia in movimento ha voglia di guarire da Berlusconi e dal berlusconismo, con o senza di voi, tenetelo a mente.

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcanocchiale.it

* Avevo intitolato questo pezzo "Italia in movimento". Poi ho visto in tv Berlusconi parlare al convegno della Destra, che aveva lo stesso titolo, e per non ingenerare equivoci ...

POLITICA
1 luglio 2009
Quelli dell’ulivo selvatico ( di Stefano Olivieri)

Circa dieci anni fa dalle pagine del forum dell’Ulivo, più o meno da queste parti del web visto che ancora oggi questo sito, come dieci anni fa, risulta intestato alla senatrice Marina Magistrelli ( ex Margherita e stretta collaboratrice di Prodi), dieci anni fa dunque nacquero attorno alla pianta dell’ulivo molte fruste, che avevano voglia di crescere e dare frutti. Si vagheggiava già allora di elezioni primarie, di iscrizione tout court all’Ulivo quasi fosse un partito e non un cartello elettorale. C’era grande entusiasmo ma anche molto spirito critico per ciò che non si era fatto nella prima legislatura dell’Ulivo, quella del 96, dove mai fu affrontato e risolto il problema del conflitto di interessi, il problema del pluralismo radio televisivo, giusto per indicarne due.

Queste fronde dell’ulivo, schegge di democrazia, nel tempo trovarono nuove sistemazioni. Io ad esempio insieme ad altri transfughi del forum, fondai liblab.it ( e per un po’ di tempo anche ulivoingiro.it), altri si trovarono il nome accattivante di ulivo selvatico, altri ancora smisero di agitarsi e si riallinearono. Ma la voglia di associazionismo, e ancor prima la necessità di dibattere in senso costruttivo e propositivo del destino comune dei democratici in una avventura di governo, continuarono ad esserci.

Poi arrivo il tempo del pd, che nacque da una forzatura decisa da pochi, è inutile negarlo. E nacque in un momento di grande crisi dei due principali partiti fondatori, i ds e la margherita. In una azienda si rinnovano le macchine quando i guadagni sono alti, per ammortizzare la spesa, in politica spesso si fa il contrario perché la nomenclatura è fortemente autoreferenziata e cerca sempre di salvare almeno se stessa. Si obietterà : “Ma il pd ha fatto le primarie, fin dall’inizio”. Vero. Ma quelle per Prodi furono una necessità per dare un volto ( il popolo delle primarie, per l’appunto) al suo territorio politico di riferimento, visto che Romano non era nemmeno segretario di un partito. Le successive, quelle di Veltroni, servirono a uccidere l’Unione già morente per conto suo. Ma né la prima e nemmeno la seconda volta si è trattato di un vero suffragio universale, dove la società civile potesse realmente avere voce e rappresentanze incisive nelle scelte. Furono inventate regole bizantine, handicap per le new entries così mortificanti per la democrazia che quasi mi vergogno soltanto a ricordarle, e quelle stesse regole per altro sono state riprese nel regolamento per le prossime primarie di ottobre, alla faccia del rinnovamento. Intanto però il Pd aveva creato il suo social network, così chiunque poteva pensare di avere voce e spazio nel partito. Bella trovata.

Nel frattempo era stata inventata – da altri per fortuna – la “porcata” . La legge Calderoli è in piedi da cinque anni e ha attraversato indenne già tre legislature, di cui una di sinistra durante la quale, al solito, come già avvenne per il conflitto di interessi e per il pluralismo radiotelevisivo, nessuno ha mosso un dito per modificarla. Così oggi abbiamo un bel parlamento di nominati, da destra a sinistra, e per rinnovarci dobbiamo sperare che una Serracchiani prenda coraggio durante un congresso e sia così fortunata da trovare qualcun altro che la riprende e poi manda il filmato su youtube. Una scorciatoia per la visibilità e il successo, onorabilissima si intende se paragonata a ben altre scorciatoie che vediamo a destra, ma pur sempre un mezzo del tutto alieno alle regole di delega e rappresentanza che tutti dovremmo conoscere e condividere, se vogliamo parlare di democrazia.

Stamane ho fatto un esperimento. Mi sono fotografato con la webcam e ho ritoccato con un paio di scritte e il logo del pd la mia foto, aggiungendola a una mia autocandidatura alle primarie di ottobre, con tanto di manifesto elettorale. L’ho pubblicata sul mio blog, creando perfino un indirizzo email ad hoc e poi dopo qualche minuto ho pubblicato una nuova notizia, quella del tronista Cozzolino, falso ex di Noemi Letizia, che svela come il suo flirt sia stata tutta una montatura. Ebbene, di solito ( ma non sempre per la verità) pdnetwork pubblica tutte le news provenienti dai blog collegati, salvo sotterrarle dopo 30 secondi con nuove news, alcune delle quali inspiegabilmente restano a galla per ore, se non per giorni. La mia autocandidatura forse è restata su 10 secondi ed è svanita dalla prima pagina, il mio secondo pezzo ( quello su Cozzolino) invece è ancora presente, e ha perfino un commento.

Vorrei che riflettessimo tutti sul significato di democrazia e su dove vogliamo andare. La mia candidatura non è un bluff nella misura in cui la democrazia stessa non è un bluff, ma un impegno serio, serissimo quando le libertà pubbliche, i diritti di tutti, le tutele dei più deboli sono in pericolo. Per questo vi invito a leggere il mio post “E allora mi candido anch’io” , lo trovate qui (http://www.partitodemocratico.gruppi.ilcannocchiale.it/?t=post&pid=2287033 ) e a commentarlo nel merito. E’ inutile mettere su un socialnetwork se poi chi ha voglia di mettersi in gioco viene triturato dal rullo delle news senza avere neanche il tempo di verificare l’impatto della sua candidatura.

Grazie per l’attenzione

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

POLITICA
12 giugno 2009
NUOVO PD, NON E’ QUESTIONE DI TESTE MA DI REGOLE ( di Stefano Olivieri)
 Seguo il dibattito aperto dopo la sconfitta del PD alle amministrative e la sua pseudo tenuta alle europee. Soprattutto i giovani sono avvelenati, perché ancora una volta si tende a minimizzare la sconfitta invece di analizzarla, perché si continua a demonizzare Di Pietro e nello stesso tempo a rincorrerlo, perché infine il partito, malgrado la cura Franceschini, continua ad essere né carne né pesce, un po’ democristiano e un po’ di sinistra ma senza grande entusiasmo, senza consapevolezza, senza identità.

Così si finisce con il consolarci del bicchiere mezzo pieno, della Debora Serracchiani che ha battuto Berlusconi dopo essere stata catapultata dalla rete internet sul proscenio della politica nazionale. Fortunata – dicono – ma certo anche brava, abile nel fiutare l’occasione giusta al momento giusto, furba nell’attirarsi quell’applauso iniziale con l’accenno a Eluana Englaro accolta soltanto dalla sua città, Udine. Ma soprattutto preparata, bene informata, aggressiva e pungente sul piano dialettico, come vorremmo tutti i nostri rappresentanti in questo momento di stradominio della destra in Italia.

Certo che poi, andando a vedere più da vicino, ti accorgi che anche quella di Debora è stata alla fin fine una cooptazione, come quella che portò Marianna Madia in parlamento alle scorse politiche. Diventare famosa, acquisire consensi e visibilità dicendo delle cose giuste e condivise da tanti è certo cosa assai diversa da quella scuola di formazione politica per veline che aveva messo su Berlusconi prima che la moglie gli vomitasse addosso tutto il suo veleno. Tuttavia non ci siamo ancora, non è questa la democrazia di un paese che intenda davvero scrollarsi di dosso un premier diventato impresentabile e la sua filosofia velinocratica. Ogni tanto guardarsi indietro può servire, per riscoprire regole dimenticate, valori comuni impolverati dal disuso. Ma prima di tutto occorre scegliere, una volta per tutte, chi vogliamo diventare e che cosa intendiamo costruire in Italia quando parliamo di opposizione di sinistra.

Perché delle due l’una : se continuiamo ad andare alla ricerca di leader – giovani o meno giovani che siano non ha importanza – a cui affidare tutto, dalle nostre aspettative ai nostri bisogni primari, dai sogni alle certezze, allora ci comportiamo già – ma senza averne vera consapevolezza, come è per esempio negli Stati Uniti – da partito liquido, probabilmente più adatto alla rete e alla sue modalità di comunicazione, dove burocrazia e impalcature non servono se non in fase prelettorale e ci si stringe tutti, come un immensa scuderia, attorno al purosangue che dovrà correre il gran premio. Può essere una scelta azzeccata, ma allora ci sono da apportare importanti e significative correzioni al processo di selezione della classe dirigente. Ad esempio vanno benissimo le elezioni primarie, purchè non siano finte ovvero infarcite da quei tanti bizantinismi che invece di favorire le new entries della società civile le mortificano in un angolo, salvo ripescarle se la rete te le risbatte in faccia come è avvenuto per la Serracchiani. La selezione deve essere vera, democratica, trasparente e non gestita in modo esclusivo dalla segreteria di partito, che in questo caso riprodurrebbe se stessa con qualche ritocco, Bersani al posto di Franceschini ad esempio, e basta. L’ho già detto e lo ripeto : il ducismo non ci deve appartenere, la democrazia è un dovere, un sacrificio quotidiano di tutti e tale deve rimanere se vogliamo che cresca sul serio. Dunque se scegliamo il partito liquido dobbiamo totalmente rivedere il criterio di selezione, ed essere anche pronti, una volta scelto il nostro purosangue, a sostituirlo – se dovesse fallire - senza drammi e senza lungaggini, per ritornare in corsa rapidamente. Ma non solo : dobbiamo accettare che anche lo statuto e il manifesto dei valori del PD vadano a suffragio universale, perché gran parte della attuale inadeguatezza del partito è dovuta – parere personale naturalmente, ma prima di pronunciarmi su una cosa così vistosa mi sono prudentemente sciroppato mesi e mesi di rete, centinaia di forum e di pagine web – è dovuta dunque alle troppe non scelte, ai troppi compromessi disegnati dai padri fondatori del PD. Ai quali evidentemente non è andato di ispirarsi alla semplicità della nostra Costituzione, ed è per questo che hanno fallito. Bisogna parlarsi a lungo, frequentarsi, capirsi fino in fondo e se alla fine questo provocherà qualche scissione, nulla di male, purchè si arrivi a un chiarimento definitivo sulle strategie di lungo respiro, su come interpretare oggi la democrazia, su quali strumenti adottare per conquistarla e proteggerla. C’è tutto un paese che spinge fuori dalla porta, c’è un immenso iceberg di idee e progetti surgelati dalla disattenzione di una classe dirigente che non è disposta a mettersi completamente in gioco, rinunciando per una volta ai privilegi della fama e della visibilità, per contendere ad armi pari con chi intende affacciarsi alla politica attiva dalle retrovie di una militanza tanto oscura quanto gratuita. E non si può aver timore di essere politicamente scorretti in un paese che sta soffocando sotto il regime, non è più tempo di esitare.

Poi, in alternativa al partito liquido, c’è l’altra strada, quella più tradizionale : il partito solido organizzato stabilmente, con la sua struttura diffusa territorialmente, e la sua scuola di formazione politica. A prima vista sembrerebbe antistorico pensare oggi a cose del genere, ma per certi versi potrebbe essere l’unica strada davvero percorribile per chi non ha il supporto dei media televisivi e delle risorse economiche a disposizione di Berlusconi e dei suoi. Radicarsi al territorio, ascoltare la gente, prendere appunti e spunti da ogni situazione, anche la minima, e metabolizzare tutto i chiave di riferimento politico. E’ quello che ha saputo fare la Lega, che è avanzata non a caso ben oltre il PO; è quello che ha fatto anche Di Pietro, erodendo consensi al PD, che invece è arretrato vistosamente proprio in riferimento al territorio, visto il dato delle amministrative.

C’è il tempo per fare nel PD una cosa del genere, ammesso che si riesca a coniugare democrazia e burocrazia ? Non va bene secondo me, un partito organizzato e tanto strutturato non ce lo possiamo permettere, i tempi poi sono troppo stretti e il rischio di fare un indigesto fritto misto fra le due ipotesi, ovvero un partito pesantemente strutturato che poi però rinnovi la sua classe dirigente con le primarie, è più che evidente : si finirebbe con il fare le primarie finte come è successo finora, per consentire ai pulcini allevati nell’incubatore di prendere tutti i posti disponibili lasciando solo qualche insignificante rimasuglio a chi arriva dall’esterno del partito.

Insomma non è questione di teste, e nemmeno di età anagrafica, bensì di regole da darsi e subito dopo di programmi chiari e distintivi, che devono tornare ad avere supremazia sulle persone. Sono i programmi chiari, le scelte cristalline a riflettere davvero la condivisione dell’elettorato di riferimento, e non i begli occhi, la fotogenìa, i comportamenti di questo o quel candidato leader. Obama è diventato presidente dal nulla, e ha fatto subito dimenticare i suoi tratti distintivi ( un nero alla Casa Bianca, etc. ) perché sono state le sue scelte, i suoi discorsi ad appassionare la gente, ben oltre il suo elettorato. Non conta insomma, non è tanto importante trovare il nostro Obama, quanto saper ritrovare il coraggio di parlare, di condividere idee, di progettare un futuro che possa essere condiviso senza lasciare indietro nessuno, perché spesso le risorse migliori sono nascoste dal buio.

Siamo oggi arrivati al fondo del pozzo, scivoloso e oscuro. Per tornare a rivedere la luce non possiamo aspettare di crescere per inerzia e ammassarci gli uni sugli altri fino in cima, perché così i più deboli fra di noi finirebbero schiacciati. Dobbiamo darci un piano più efficace per risalire in fretta perchè la crisi, il disagio ci stanno divorando, e questo piano lo dobbiamo scegliere partecipando tutti insieme, perché quando si è in fondo al pozzo le cariche, la fama, la visibilità sono cose che non possono, non devono avere più valore. Siamo dunque solo noi peones  - e non pochi altri - a dover stabilire se ci sarà o meno un congresso ad ottobre, e con quali regole. Il cappio lo abbiamo accettato una volta, ma si era sotto elezioni, ora abbiamo 4 anni davanti, non facciamoci prendere di nuovo in giro.

Berlusconi è un format – ha detto qualcuno qui dentro – e io condivido. Un format però così ben congegnato e così ormai ben assimilato ( è dal 1984, dalla serrata Mediaset con l’auto oscuramento durante i serial Dalla e Dinasty, che Berlusconi alleva il suo elettorato) da far digerire anche lo scandalo Noemi e Mills ai suoi sostenitori. Berlusconi è una religione ormai, e tanto più lo è diventato in assenza di una sincera, appassionata quanto laica risposta da parte dell’opposizione. Ecco, o il nuovo PD sarà un partito sinceramente e intimamente  laico, nei suoi programmi e nei suoi rappresentanti - perché la laicità è l’unico valore che possa unire davvero il popolarismo cattolico al riformismo di sinistra -, oppure è meglio fin d’ora rompere le righe e pensare ad altro.

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it /

POLITICA
10 novembre 2008
Un esercito di 30mila blogghers. E adesso che (ci) facciamo ? (di Stefano Olivieri)
 

Un vecchio adagio dice che un italiano da solo si riposa; due italiani insieme giocano a carte; tre italiani insieme fondano un partito. Un modo come un altro per dipingere una Italia macchiettistica, inconcludente e criticona, che un po’ certamente ci somiglia e un po’ no, se consideriamo in quante e in quali occasioni il nostro popolo ha dimostrato di essere molto più avanti della sua politica. Ma veniamo al punto.

La rete, si dice, è stata la fortuna di Obama. E’ attraverso la rete che un americano medio, senza particolari mezzi a disposizione se non la propria tenacia e intelligenza, è riuscito ad arrivare alla Casa Bianca malgrado diversi handicap. Il primo – la candidatura contemporanea nelle primarie di Hilary Clinton – si è rivelato alla fine un vantaggio per lui : se i democrats avevano accettato la candidatura di una donna presidente, non potevano non accettare un nero. Il secondo problema è stato per lui il colore della pelle, troppo poco bianca per farlo accettare fra i bianchi e non così nera per omologarlo fra gli afrikans, ma alla fine anche quello che sembrava un’insuperabile problema è stato trasformato in un vantaggio dall’abile Obama (incredibile il suo nome : ma ci pensate se avessero detto il 12 settembre del 2001 agli USA che dopo sette anni ci sarebbe stato un presidente nero che portava i due nomi più odiati, Obama e Hussein ?.. Un po’ come se in Germania fosse eletto un Harold Hitler, o in Italia un altro Mussolini…). La verità di fondo è che Obama ha trasformato questi suoi problemi in opportunità, disfandosene con noncuranza e soprattutto parlando un linguaggio diretto, semplice e carismatico al tempo stesso, da vero predicatore senza diventare mai populista come più di qualcuno in casa nostra. Ha smosso totalmente l’elettorato medio basso, quasi costringendo al voto gente delusa che non votava da anni ma che ha sentito forte dentro di se la missione di portare questìuomo fino al gradino più alto, vincendo una sfida titanica.

Questo forse troppo lungo preambolo per dire che adesso 30mila blogghers iscritti al network del PD non sono per niente uno scherzo. Non parlo in termini elettorali naturalmente, saremmo più o meno l’1,5 per cento della popolazione attiva elettoralmente ( più o meno 47 milioni di elettori), ma mi riferisco al formidabile potenziale di idee, di progettualità e anche se vogliamo di militanza attiva che un tale esercito può comportare se opportunatamente sfruttato. Si impone comunque una scelta da fare in breve tempo perché – giusto per fare capire – è come quando la rete idrica costruita per una cittadina di 10mila abitanti va improvvisamente in stress perché la popolazione raddoppia o triplica in pochi mesi : non si possono più utilizzare gli stessi tubi, c’è da ricostruire interamente la rete con un nuovo criterio.

Dico questo perché sono tanti, troppi ormai, i segnali di sofferenza che palesa il network. Dispersione, anzi polverizzazione dei contributi dei blogghers, scarsa visibilità di interventi anche di grande interesse che finiscono in ennesima pagina prima ancora di essere letti e/o valutati, etc. etc. C’è anche chi ( come Emisama, Valeriox e in parte anche il sottoscritto) si è dato da fare per tentare di mettere su una sorta di promemoria per la gestione del network, con una serie di rivendicazioni che vanno dalla netiquette fino al dialogo con i nostri rappresentanti in parlamento.

Basandomi su una mia precedente lunga esperienza ( quella all'interno del forum dell’Ulivo, all’indomani della disfatta del 2001) dovrei dire cha da qui non se ne esce se non con la creazione di un interfaccia da inserire fra il partito e il network, qualcosa che insomma contamini la gestione tecnico-culturale-politica della struttura web attraverso due procedure sostanzialmente : la prima, un atto unilaterale di trasparenza da parte del network ( percorsi e riferimenti chiari per raggiungere facilmente il cuore operativo della redazione e della gestione di PDnetwork); la seconda, l’innesto di alcuni non meglio definibili “rappresentanti dei blogghers” all’interno della gestione-redazione, scelti (dai blogghers) attraverso regole chiare e trasparenti di delega e rappresentanza ( se pensiamo alle primarie bva benissimo, ma occorre discuterne i termini attentamente), che riportino al partito con tempestività ed efficacia le cose buone e meno buone che il network riesce a produrre giornalmente, così da poter correggere rapidamente gli errori e capitalizzare altrettanto rapidamente gli inputs positivi.

Far continuare a crescere così velocemente il network senza far nulla è a mio parere andare dritti verso un’implosione assolutamente infruttifera ( e qualche segnale l’ho già colto in chi dice di andarsene verso altri social forum, o semplicemente di tirare i remi in barca).

Spero che questo intervento non cada nel vuoto. Il partito deve crescere, ma dalla parte giusta, quella democratica.

2 novembre 2008
E LE CHIAMANO MORTI BIANCHE ( di Stefano Olivieri)
 

Altri due morti sul lavoro nel sabato di Ognissanti, il primo novembre. Dovrebbe essere un giorno di festa, ma in questa Italia di precariato diffuso le feste comandate non esistono più, e neanche le regole sul lavoro. Si lavora tutti i giorni della settimana se serve per guadagnare qualche briciola di euro, se serve per racimolare un pizzico di fiducia in più da parte del padrone, se serve per tappare un buffo in banca.

Le chiamano morti bianche ma non lo sono mai. L’inestetico sangue esce fuori quando finisci nel pentolone che fabbrica il truciolato, quando finisce addirittura nell’impastatrice del mangime. Macchinari sempre in movimento e molto, molto pericolosi, lo sanno bene gli operai che ci lavorano, lo sapevano bene anche quelli che hanno perso la vita. Sacconi insisterà ancora questa volta sulle regole di sicurezza, sulla necessità di formazione, sulla sciagurata inavvedutezza di questi due ultimi poveracci.

Perché la colpa alla fine è sempre la loro, perché se non si sentivano lucidi e in forma si dovevano fermare. E già, come se si potesse scegliere di fermarsi, di dire “sono stanco, per oggi basta !”. Non è possibile, Sacconi e tutto il governo dovrebbero sapere che cosa significa lavorare oggi, dovrebbero provarlo sul serio, e dovrebbero andare almeno una volta a vedere come finisce, sempre più spesso, un lavoratore logorato da orari sempre più lunghi e da paghe sempre più da fame. Dovrebbero guardare con i loro occhi quei corpi irriconoscibili e straziati, dovrebbero guardare negli occhi i familiari di questa povera gente, quando affermano che la colpa è sempre e soltanto dell’imprudenza di chi lavora.

Dovrebbero, ma non lo fanno mai, e mai lo faranno finchè non verranno cacciati dal palazzo del governo. Speriamo molto presto, facciamo in modo che sia molto presto.

SOCIETA'
25 ottobre 2008
Ieri altri 4 morti sul lavoro. Oggi manifestiamo anche per loro ( di Stefano Olivieri)
 

Ci sarà un corteo silenzioso oggi nella folla del circo massimo. Non avrà striscioni e non urlerà slogan, perché i morti non hanno mani e non hanno voce. In Italia gli incidenti mortali sul lavoro – deteniamo un tristissimo primato – sono più di 1300 l’anno e ormai sono divenute il doppio rispetto agli omicidi. Le chiamano morti bianche ma bianche non sono mai, perché la carne è debole rispetto alle macchine che stritolano le ossa, che lacerano la carne e uccidono. E ieri ne sono morti altri 4, la media di questo periodo.

Questo smisurato esercito è fra di noi, nell’angoscia e solitudine delle loro famiglie che oltre all’affetto più caro hanno perso anche una preziosa fonte di reddito. E’ nostro preciso dovere e impegno lottare anche per loro, far capire all’Italia quanto sarebbe più civile e utile parlare di sicurezza nei cantieri piuttosto che inseguire gli ambulanti clandestini nei mercati rionali. E’ nostro compito spiegare ai nostri figli che di lavoro non si deve morire ma vivere, e dignitosamente.

Lasciamo uno spazio libero oggi al circo massimo, e al centro piantiamoci una croce. Per ricordare e far ricordare una vergogna nazionale, che questo governo liberticida vorrebbe coprire rigettando ogni volta puntualmente la colpa dell’accaduto sulle vittime. Anche per loro, sopratutto per loro dobbiamo combattere per far cadere Berlusconi e ripristinare la legalità in questo nostro tormentato paese.

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/

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