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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
6 giugno 2011
RIMPASTO RICCO MI CI FICCO (PER PERDERE TEMPO) di Stefano Olivieri
 

Ma si laveranno almeno le mani Berlusconi e Bossi prima di procedere al rimpasto? Ve li immaginate questi due con gli zinali, che fino a ieri hanno spalato fango elettorale, mettersi ora a impastare per bene quel che resta di questo governo, aggiungere lievito ( i responsabili? Altri leghisti? Chissà) e poi infornare a 180 gradi la pagnotta sperando che non sia indigesta agli italiani ?

Io ci credo poco che questo governo riuscirà a proseguire. Da una parte lo spettro di una manovra – necessaria – di almeno 40 miliardi, dall’altra la necessità di non scontentare e anzi tentare di sedurre il proprio elettorato che alle ultime elezioni ha voltato le spalle. Tutto questo in una Italia che il voto ha profondamente mutato, checché ne dica il cavaliere. Dura minga, non può durare, e non ho preso neanche in esame la questione referendaria.

Berlusconi sta perdendo tempo e lo fa perdere a tutto il paese. Lo sappiamo tutti perché lo fa, inutile andare a cercare giustificazioni che anche soltanto lontanamente abbiano a che fare con la politica e con il bene della comunità nazionale. Lui se ne frega, lui si è sempre fatto i suoi affari e se li farà fino in fondo, fino a quando gli sarà consentito dalla carica che ricopre.

Che il PDL si rinnovi sotto la guida di Berlusconi è un ossimoro. La destra italiana è già in pieno cortocircuito perché la separazione da Casini prima e da Fini poi non offre più sponde credibili all’elettorato moderato, che di fatto si è progressivamente allontanato dalla maggioranza di governo. La Lega di Bossi, che pensava di poter vampirizzare a suo piacimento l’agonizzante PDL, ha dovuto ricredersi e ora Bossi ha il giustificato timore che il ciclo si chiuda anche per lui. Direi a questo punto ( e mi perdoni Dalema): tutti al voto, anche con questo schifo di legge Calderoli, perché il rischio che un governo cosiddetto di transizione possa ristagnare più del necessario impedendo l’indispensabile ricambio di una classe politica bollita, è grandissimo.

Il referendum potrebbe a questo punto essere l’innesco per il cambiamento. Se fossi un elettore deluso dal cavaliere non mi lascerei fuggire questa occasione, per di più legittima e democratica, per dare una bella scossa a questo paese.

Stefano Olivieri

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11 maggio 2011
Quanto ci costa Scilipoti & c. (di Stefano Olivieri)

 

Secondo le tabelle correnti, note a tutti, di prebende e retribuzioni delle istituzioni nazionali, i nuovi sottosegretari nominati da Berlusconi costeranno alla comunità dei cittadini elettori circa 350mila euro l’anno ciascuno. A cui vanno aggiunti altri 150mila euro in quanto trattasi di deputati e senatori già eletti nelle nostre assemblee nazionali. Ciascuno di questi sottosegretari avrà poi il suo staff di segreteria, che proprio ridotto all’osso fanno almeno altri 200mila euro all’anno. Adesso calcolate il fatto che, malgrado Napolitano si sia già espresso negativamente, oltre ai nove sottosegretari già nominati Berlusconi ne ha annunciati almeno altrettanti per completare la distribuzione di pani e di pesci ( nostri, perché i soldi li tiriamo fuori noi) fra i “responsabili” venuti a soccorrere il governo dal 14 dicembre (tutti fuoriusciti da partiti attualmente all’opposizione).

Si tratta alla fine non proprio di noccioline, bensì di decine e decine di milioni di euro che l’ineffabile premier ha deciso di sottrarre alle spese per la comunità per dedicarli a rinforzare l’esecutivo. E questa squadra di Scilipoti ( che non compare in questa infornata, ma sarà nella prossima) ingrasserà a nostre spese fino alla fine della legislatura, con l’unica incombenza di schiacciare il bottone del voto ogni volta che il capo lo richiederà.

Così oltre alla rapina dell’aumento delle tasse nazionali e locali, oltre al congelamento di paghe e stipendi, oltre agli aumenti sulla benzina per (non) finanziare la tutela dei monumnti, oltre alla perdita ormai giornaliera di diritti in tutti i campi del consorzio umano e civile alle famiglie italiane arriverà quest’ultima pillola amara, allevare e ingrassare un branco di costosi e inutili scilipotini. Non è esattamente quel che dice il premier, non mettere le mani in tasca agli italiani. Chissà com'è perchè le sue sono sempre più piene e le nostre sempre più vuote.

Possiamo dire no a tutto questo il 14 maggio e il 12 giugno, con i referendum. Non facciamoci scappare l’occasione. Se l’opposizione in parlamento sonnecchia troppo, almeno noi cittadini svegliamoci.

Stefano Olivieri

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30 aprile 2011
VOGLIAMO L'INFORMAZIONE REFERENDARIA IN TV! ( di Stefano Olivieri)

Vogliamo le tribune elettorali in tv  per i referendum (nucleare,  2 su acqua pubblica e legittimo impedimento) senza dover aspettare il 30 maggio, data in cui la Cassazione deciderà. il danno di visibilità e di informazione per la mancata messa in onda tv degli spazi previsti sarebbe enorme e chiunque ostacolasse, governo in primis, il regolare corso della campagna elettorale dovrà assumersene le responsabilità giudiziarie prima che politiche.
 
I partiti dell’opposizione, quale che sia il loro intendimento sui referendum, impongano al governo il rispetto delle regole democratiche.
 
VOGLIAMO PARLARE DEI REFERENDUM IN TV. SIA DATO SPAZIO AI COMITATI A FAVORE E CONTRO I QUESITI REFERENDARI PER CONSENTIRE AI CITTADINI DI SCEGLIERE.
 

IN DEMOCRAZIA SI FA COSI’.

Stefano Olivieri

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LAVORO
3 gennaio 2011
SE L’ITALIA DIVENTA FIAT ( di Stefano Olivieri)

Il mondo del lavoro è così, è sempre stato così. Il padrone che scuce i soldi decide e i lavoratori si attengono alle sue decisioni. Questo naturalmente di larga massima, perché poi vanno considerate un sacco di variabili. Come ad esempio i tempi : nel 1800, prima rivoluzione industriale, il padrone faceva il bello e il cattivo tempo in fabbrica e chi non si atteneva alle sue regole poteva anche rimetterci la pelle. Allora non esisteva neanche il termine di classe lavoratrice, figurarsi se esistevano i diritti dei lavoratori.
 
Due secoli dopo, oggi, sembra di essere ancora lì. Prima la globalizzazione dei profitti, poi la roulette finanziaria mondiale che ha preso a scommettere non già più sul valore intrinseco di una impresa ( il suo hardware, i suoi macchinari, la qualità dei suoi prodotti e servizi) bensì sulle sue prospettive di guadagno e di successo nella riffa schizofrenica della borsa mondiale. Le merci che scompaiono insieme a chi le produce in un gorgo anonimo che risucchia in pochi secondi montagne di denaro da una parte del mondo per farle rispuntare da un’altra parte, con un semplice clic, in quel gioco senza senso che ci hanno a lungo spacciato come portatore di progresso e di benessere per tutti e che invece ha diviso il mondo in molti sud e molti nord, segnati dal denaro o dalla fame.
 
Anche la Fiat ha partecipato per tanto tempo all’ebbrezza finanziaria. Smettendo di fare ricerca e puntando a fare solo affari, in realtà disastri, è arrivata sull’orlo del collasso. Per la verità ci è arrivata più volte anche in passato e ha trovato sempre un governo pronto a lanciarle la ciambella di salvataggio. Il denaro investito dall’Italia, diciamo pure dagli italiani tutti con i vari bonus delle rottamazioni, per salvare l’auto made in Italy è stato tanto, ma oggi nessuno se ne ricorda più e quando l’ultimo padrone, l’amerikano Marchionne, l’uomo col maglione, ha cominciato a fare la voce grossa con gli operai e con i sindacati, il governo invece di ricordargli il passato gli ha steso un tappeto verso il futuro. Da Berlusconi a Sacconi i complimenti e le pacche sulle spalle si sprecano in questi giorni, e il prossimo referendum viene in pratica già invalidato da una condanna : se vinceranno i nò niente investimento a Mirafiori.
 
E se vincessero i sì con il 51 % Marchionne che cosa farebbe ? Si porrebbe il problema del 49 % di operai che hanno detto no e farebbe lo stesso l’investimento ? Ho qualche dubbio. Rialzerebbe piuttosto la puntata, cercherebbe di fare terra bruciata attorno agli operai che gli hanno votato contro. Partirebbero liste di proscrizione e casi ripetuti di mobbing, tanto al ministero c’è Sacconi che gli regge il gioco. E il caso Fiat sarebbe replicato ovunque, con effetto domino. La fine della concertazione, della contrattazione, dello stesso sindacato. Un tuffo nel passato, nell’ottocento.
 
Non so a chi possa convenire accendere il fuoco in mezzo all’esercito disperato di schiavi che questo bucaniere dalla faccia tranquilla e gioviale intende creare in Italia. L’Italia ha dato alla Fiat finora molto più di quanto la Fiat abbia restituito al nostro paese, in particolare negli ultimi venti anni. Non è declassando stipendi, sicurezza e decoro del lavoro in fabbrica che si risolvono i problemi degli operai e delle loro famiglie. Non è sanzionando alla cieca la malattia e diminuendo all’osso le pause che si migliora la produttività di una azienda. Non è sbarrando la strada alla rappresentatività sindacale che si ottiene un migliore clima fra gli operai. Ciò che si vuol fare giova soltanto alle tasche del padrone, ma per quanto tempo ? E a quale prezzo ? Se il caso Fiat diventa un caso Italia, come è probabile che avvenga stante l’atteggiamento del governo e la più che tiepida reazione dell’opposizione, aspettiamoci di tutto. Quando il distacco fra ricchi e poveri, fra potenti e inermi diventa troppo grande, il primo pericolo che si corre è che qualcuno, come è già successo in passato, riprenda a parlare di resistenza armata. Anche le brigate rosse si consideravano partigiane, e facevano la lotta contro il S.I.M. (lo Stato Imperialista delle Multinazionali). Non vorrei proprio che dopo quaranta’anni si ricreassero quelle condizioni, l’Italia, gli italiani e le italiane che lavorano, si meritano di meglio. Vorrei che qualcuno lo spiegasse per bene a Marchionne, a Sacconi, a Berlusconi, ma anche a D’Alema e a Fassino, che non è bene avventurarsi per certe strade, e che non è lecito a nessuno abusare delle difficoltà della povera gente. La storia della democrazia deve andare avanti, non all’indietro.
 
Stefano Olivieri

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17 ottobre 2009
L?Antiberlusconismo ? Si esaurirà per noia ( di Stefano Olivieri)
 

Niente di nuovo sotto il sole. Anche stavolta tutto secondo copione, il lodo Alfano spazzato via dalla Consulta e il premier che risponde attaccando le Istituzioni e rilanciando l’idea di una repubblica presidenziale senza contrappesi, basata soltanto su un capo voluto dal popolo opportunamente indottrinato dallo strapotere mediatico al servizio della maggioranza.

Nessuna novità, insomma. Questo Berlusconi che veste per l’ennesima volta i panni della vittima predestinata, che racconta sul palco i fantastiliardi di processi a suo carico e chiama la folla alla riscossa, non fa più notizia e quasi comincia a stancare la platea. Tutto troppo già previsto, nessun colpo di scena che sia degno di tale nome, anche perché se non ci si sconvolge più di un presidente del consiglio che prende a calci la Costituzione i motivi possono essere soltanto due : o siamo pronti – potrei dire rassegnati – al regime oppure abbiamo preso le misure su Berlusconi a tale punto da poter affrontare con calma e con freddezza i suoi attacchi, senza scomporci più di tanto. Ci divertiva di più, in fondo, il presidente viagrato tutto intento a smanacciare le veline, questo qui ossessionato dalle toghe rosse è un deja vu troppo scontato, perfino per i suoi aficionados.

Io personalmente propendo per la seconda ipotesi, anche perché solo l’idea che Berlusconi annetta anche il Quirinale al folto numero delle sue residenze mi fa venire l’orticaria. Ma anche perché soprattutto leggo segnali di insofferenza fra i più stretti alleati del premier, a cominciare da Fini. E senza l’appoggio di Fini il tentativo di superare il doppio passaggio alle Camere con la riforma presidenzialista appare del tutto improbabile, così come la ruota di scorta del referendum popolare che si renderà necessario se la riforma non sarà approvata dai due terzi del parlamento.

E’ una boutade insomma, il ruggito del topo, più o meno come la sparata del ponte sullo stretto. Malgrado nessuno dei processi a suo carico sia ufficialmente ripartito dopo la scomparsa del lodo Alfano, l’uomo si sente già in trappola e non mi stupirei se fra qualche anno si venisse a scoprire che perfino la minaccia di morte pervenuta al Riformista si rivelasse una patacca.

Il conteggio alla rovescia comunque è cominciato per il trapasso politico del peggiore presidente del consiglio della repubblica italiana. Le elezioni regionali lo confermeranno presto.

Stefano Olivieri
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POLITICA
3 maggio 2009
L'Italia di "papi" Silvio
 



Mamma mia, non scrivo da una settimana o poco più ed è cambiato il mondo. Le badanti europee di Silvio e il ciarpame di Veronica, la febbre suina e la pandemia, la Fiat che si compra la Chrysler e ora forse anche l’Opel, il tunnel della crisi che – dicono – mostra già un puntolino di luce in fondo, e infine il primo di maggio con i suoi canti, le sue bandiere e le sue speranze. Quanta carne al fuoco.

Macchè. A ben vedere è la solita ordinaria amministrazione. Silvio “papi” Berlusconi è sempre lo stesso di prima, può darsi soltanto che la sua passione per la gnocca stia subendo l’ennesima recrudescenza, il che è tipico dell’età senile : più si va avanti negli anni e più ci si allontana dalla sponda di una gioventù che non ritorna, neanche a seppellirci in un mare di viagra. Il premier vuole i suoi candidati benvestiti e le sue candidate ben svestite, e allora ? Ci stupiamo per questo dopo che ci ha abituato a ben altre stramberie ? E’ lui il presidente del consiglio, se ha deciso così e gli alleati son d’accordo ( e ti credo : chi gli si mette contro è fuori) vuol dire che l’Italia va avanti così, con le poppe al vento invece che con il vento in poppa, e infatti gli indicatori economici vanno sempre più giù, il prodotto interno lordo pure e solo l’inflazione tende a risalire, segno che i commercianti nella guerra dei poveri che si è accesa nel nostro paese non vogliono certo finire ultimi e raschieranno la botte fino all’ultimo euro, che ci pensino i dipendenti a fare solidarietà.

Il governo alla fine ha ammesso che per tutto il 2009 non c’è trippa, la nave continuerà ad affondare fino a -4,2 % ( Tremonti sotuttoio a luglio 2008, dopo aver licenziato una legge finanziaria dove diceva di aver previsto e risolto il futuro del mondo, aveva previsto un -2 %) e i poveri sempre più poveri continueranno a sopportare il peso di una crisi che ha fin qui salvato le rendite da capitale, i furbetti del quartierino, i mazzettari e i concussi, i falsificatori di bilanci. Il terremoto ha sconquassato l’Abruzzo ma la crisi ha terremotato l’intera Italia e papi Silvio che fa ? Promuove Michela Brambilla a ministro del turismo italiano, forse promuove Fazio alla Salute ( una bella figura di merda andare agli ultimi consessi sulla febbre suina e scoprire che il nostro paese manco ce l’aveva, un ministro della sanità…), infine promette il suo sì al referendum Guzzetta ( così poi fa una bella crisi pilotata, raddoppia deputati e senatori e amen, è pronto per l’incoronazione al quirinale).

Ah, quasi dimenticavo. L’infaticabile “papi” ha anche spostato il G8 dalla Sardegna all’Aquila. Tanto i fondi adoperati saranno sempre gli stessi, i senza fondo f.a.s., le risorse per le aree svantaggiate del nostro disperato paese. Ora in Sardegna nell’oceanico centro congressi in costruzione alla Maddalena ci faranno un bel museo delle cere, a testimonianza imperitura di come anche un popolo fiero e sospettoso come quello sardo possa darsi da solo una bella martellata sulle gengive.

E andiamo avanti così poveri noi. Speriamo soltanto che la crisi non faccia chiudere la gioielleria Damiani, altrimenti papi non potrà rifornirsi di una adeguata scorta di collier con diamanti per le sue tante figliette adottive sparse per la penisola.

Stefano Olivieri
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