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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
LAVORO
23 settembre 2014
Articolo 18, una bandiera strappata (di Stefano Olivieri)

La sinistra e il sindacato ne hanno fatto per decenni un simbolo, l’anima stessa dello statuto dei lavoratori. Oggi lo attaccano tutti, il maggiore partito al governo lo vuole eliminare del tutto non per il risultato, più che risibile, che la sua completa eliminazione potrebbe comportare nelle dinamiche del mondo del lavoro, ma per cancellare dal biglietto da visita dell’Italia all’estero ciò che è visto ormai dai più come un inutile residuato bellico, che scoraggia (dicono al governo) gli investimenti e al tempo stesso frena l’occupazione.
Sarà vero? Sarà falso che il mondo intero  non investe più  in Italia a causa dell’articolo 18? Potrei ricordare che, secondo me, è assai più ingombrante e dannosa per l'immagine e la reputazione del nostro paese la presenza attiva, ormai in tutto il territorio nazionale, della criminalità organizzata come mafia, camorra, etc., ma non voglio infoltire l’esercito chiacchierone dei benaltristi, che parlano tanto e alla fine concludono poco. 
Voglio piuttosto fare presente, soprattutto alla sinistra e alla CGIL alle quali mi sento vicino da sempre, quanto possa oggi essere dannoso difendere una bandiera strappata, la cui perdita o il cui mantenimento non sposterebbe di una virgola la dolorosa situazione del lavoro in Italia. Perché il vero problema, la vera domanda che andrebbe posta in questa disputa sull'articolo 18, in cui spesso e volentieri viene richiamato l'esempio di ciò che accade all’estero, la vera domanda dunque è: che cosa avrebbe in cambio il lavoratore italiano?

Perché se è vero che in Europa si licenzia con maggiore facilità, è altrettanto vero che lo Stato, in Francia come in Germania, in Olanda come in Svezia, è per tutto il resto molto più vicino ai suoi cittadini, anziani o giovani che possano essere. Nell’offerta di servizi alla  persona e alle coppie, nella trasparenza ed efficienza del sistema fiscale; negli aiuti per l’acquisto di una prima casa, o per la nascita di un figlio, nel supporto attivo ai disoccupati, affinché possano trovare rapidamente un nuovo lavoro affine alle competenze maturate. Infine nel regime di paghe e stipendi, che nella stragrande maggioranza dei paesi europei sono più alti di quelli italiani, e seppure le pensioni estere possono essere più leggere di quelle nostrane, quasi tutti gli operai e impiegati esteri hanno da decenni la possibilità reale, cioè sufficienti soldi in tasca, di attivare un mutuo o una assicurazione privata che garantisca loro una vecchiaia serena. Naturalmente non è tutto oro ciò che luccica e anche in Europa troviamo imperfezioni, talvolta truffe e bidoni ai lavoratori, ma rappresentano le eccezioni, non la regola come avviene in Italia. E soprattutto, in Europa i truffatori e i ladri di pubbliche risorse finiscono in galera, e ci restano.

È insomma sul fronte complessivo della qualità della vita, dell’appagamento reale delle necessità quotidiane, è nella soddisfazione completa dei diritti del cittadino lavoratore ma anche consumatore, abitante, utente fiscale che la sinistra italiana e il sindacato dovrebbero concentrare l’attenzione e ingaggiare battaglia. Perché in cambio di questo scalpo benedetto dell’articolo 18, in realtà il governo Renzi con il suo Jobs act non offre NULLA ed è questo il vero disastro, il vero problema. Il partito democratico sta ponendo il popolo dei lavoratori italiani a reddito fisso di fronte a un ricatto che di democratico, e di sinistra, non ha più niente. Perché Renzi pensa, in cuor suo, di replicare alle prossime elezioni politiche il successo del 40,8% delle europee incamerando i voti della destra, e quando ciò dovesse accadere scommetto che non esiterebbe a cambiare il nome stesso del partito democratico.
Ebbene io non ci sto, e penso che nessun democratico convinto possa accettare questa brusca sterzata.
Dobbiamo fermarlo prima che ciò accada, e sotto questo profilo la battaglia sull'articolo 18 torna a essere importante. Dobbiamo però riformularla all'interno di un quadro rivendicativo ( ma anche propositivo) più vasto e articolato, dobbiamo essere in grado di definire,  al di là di facili slogan,  i tanti deficit rispetto all'Europa che oggi contraddistinguono le difficoltà quotidiane dei cittadini italiani di fronte allo Stato, al Credito, agli enti erogatori di acqua ed energia, al diritto di curarsi negli ospedali pubblici senza che ogni ricovero divenga un'odissea pericolosa, al diritto allo studio e alla formazione in  scuole e università pubbliche che sappiano riconoscere e premiare il talento a prescindere dalla provenienza socio-economica, e sappiano sopratutto raccordarsi in modo sistemico al mondo del lavoro, per riattivare quell'ascensore sociale basato sul merito che è l'unico a poter garantire una vera, costante crescita del p.i.l. Le risorse per farlo ci sono già, non vanno cercate in nuove tasse per dipendenti e pensionati. Perché l'Italia è un paese ricco, fra i più ricchi in Europa come capitale mobile, ma questo capitale, come sappiamo,  non è equamente distribuito perché la più ragguardevole massa di reddito è in mano a una ristretta classe di cittadini. Di questi si conosce da tempo tutto, a partire dal nome e cognome per finire ai depositi bancari, per lo più all'estero, nei cosiddetti paradisi fiscali. Riconquistare al bene comune questa enorme massa di risorse non è un obbligo etico di chi governa, è piuttosto il modo giusto per restituire decoro all'immagine pubblica del nostro paese, testimoniando in modo concreto come possiamo farcela da soli, facendo totale pulizia in casa nostra.
L'attuale travaglio del PD sulla questione dell'art. 18 è tutta qui, ma non è cosa di poco conto. In un grande partito plurale e inclusivo si può e si deve discutere, quando sono in ballo gli stessi valori fondanti. La minoranza del PD deve sapere che non è minoranza nel paese e che in certi casi vale la pena di ricontarsi tutti, attraverso le elezioni.

Riflettiamo tutti e in fretta, perché si può anche perdere una battaglia se però ciò può consentirci di vincere la guerra finale. L’Italia è ancora lontana dall’Europa, ma non per l’articolo 18 della legge 300.

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it 






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