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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
14 dicembre 2013
ATTENTA ITALIA (di Stefano Olivieri)
 

Attenta Italia. Se questa sia la protesta di autentici forconi proletari o piuttosto quella dei porconi che fino a ieri hanno addentato la parte debole del paese, non so dire. Troppa confusione in giro, troppa baruffa nell’aria. Ci sarebbero anche i sorconi aggrappati al sultano, ma questo è un altro discorso, non meno pericoloso, però.

Ho parlato spesso, in questi ultimi anni, dei mille fuochi che si andavano accendendo. Dalle fabbriche agli uffici, dalle aree metropolitane alle campagne. La gente non ce la fa più, e quando l’orizzonte si abbassa, quando la prospettiva certa è quella di un domani assai peggiore dell’oggi, chi già sta sul fondo del pozzo prende a salire, a mani nude, per riguadagnare la luce.

Se i mille fuochi diventeranno un milione sarà difficile sapere quando e come, dentro a quel falò, si sono imboscati i furbi. La democrazia è un esercizio quotidiano fatto di sintesi e di ragione, quando resta soltanto la sintesi esce fuori il peggio, il rifiuto di tutto e tutti e si finisce in mano al re travicello di turno.

Vorrei che ci fosse un sussulto di dignità in parlamento e smettessero tutti di guardarsi allo specchio. L’unica cosa decente da fare è varare una nuova legge elettorale che renda di nuovo il popolo sovrano nelle scelte, e subito dopo andare a votare.

Subito dopo, perché non c’è più tempo. La crisi corrode ormai i valori fondanti dello Stato democratico e nessun democratico può realmente desiderare uno stato di polizia. Ma le urla in piazza ormai questo portano, la richiesta della testa dei nemici, senza mezze misure. La tabula rasa, per ricominciare.

Non c’è tempo per le mezze bugie e le mezze verità. Non si varare una legge che elimina il finanziamento ai partiti dal 2017, chi non ha neanche un mese di autonomia si sente ancor più preso in giro. Così, per contro, non si può sbattere sul banco degli imputati Equitalia e condannarla all’impotenza, va invece preteso che Equitalia rivolti le tasche giuste, quelle che con la ctrisi si sono riempite a dismisura mentre gran parte del paese è ridotto alla fame vera.

I ricconi in Italia ci sono, e poco importa che non si vedano i loro soldi, blindati in Svizzera o alle Cayman. Si svuotino le carceri di quelli che han rubato alimentari al supermercato e le si riempiano di questi cinici furbacchioni che hanno azzannato per decenni il paese, e continuano a farlo. Non possono esistere mezze misure non ce ne facciamo niente degli sconti sui libri e sulle assicurazioni se i salari sono regolati da norme che premiano soltanto il padrone. Non arriveremo da nessuna parte se continueremo a considerare merce il lavoro, e il lavoratore vuoto a perdere. Alla fine l’incendio totale sarà inevitabile, e non ce ne sarà più per nessuno.

Legge elettorale, elezioni, patrimoniale vera per tutti i redditi non reinvestiti e carcere vero per gli evasori. Intanto per cominciare e restituire fiducia e speranza a un paese che non vuole più essere preso in giro. Fuori i mercanti e i santoni dal tempio della democrazia, torniamo a contare e torniamo a contarci, con le spalle dritte e la testa serena, perché ci sarà sempre qualche furbetto pronto a infiltrarsi. Renzi legga la lettera di Reichlin e mediti, questa è l’ora della verità. Il governo la smetta di essere ondivago e passi la mano, non vogliamo un nuovo ventennio e non ci tireremo indietro. Sappia, Letta, che la sinistra non ha ancora imbracciato i forconi, ma potrebbe decidere di farlo, prima o poi.

Stefano OLivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

29 gennaio 2011
LIBERTA' E DEMOCRAZIA PASSANO ATTRAVERSO LA RETE ( di Stefano Olivieri)

Si è appena dimesso il governo egiziano di Mubarak, sedicente zio di Ruby rubacuori. L’Egitto segue Albania e Tunisia in questo straordinario gennaio 2011 che segna nel breve giro di pochi giorni la capitolazione di  Zin el-Abidin Ben Ali, al potere da 23 anni in Tunisia. Ora si è rifugiato in Arabia Saudita.
 
Poi è stata la volta dell’Albania di Sally Berisha. Un premier dispotico e molto amico di Berlusconi, era appena il 3 dicembre del 2010 quando “…Una delegazione dei Club della Libertà guidata dal Presidente della Commissione Trasporti della Camera, on.Mario Valducci, presidente anche dei Club della Libertà, ha incontrato il Primo Ministro albanese Sali Berisha a FeClub della Libertà Albania con sede a Tirana, ha affrontato due temi principali, due pilastri: infrastrutture statali e tecnologiche e situazione politica…” ( da l’Unità online). In quell’occasione Berisha commentò : “Sono entusiasta che questo movimento dei Club di Silvio Berlusconi sia arrivato in Albania, la libertà è un grande valore…”. Poi il 20 gennaio gli spari sui manifestanti inermi, i morti, e l’altro ieri una protesta oceanica a Tirana, in ricordo di quei morti. Di fronte a quella folla rabbiosa ma composta Berisha ha scelto il silenzio, mentre l’opposizione si candida per la guida del paese. Aria tesissima, da guerra civile,
 
Infine l’Egitto, è cronaca di queste ore. Mubarak ha scelto la linea dura, ha tentato di mettere il bavaglio all’informazione web e ai telefoni, ma è stato tutto inutile e adesso anche per l’Egitto si apre, forse, una nuova stagione.
 
Naturalmente non è tutto oro ciò che luccica. Accanto alle legittime e sacrosante proteste della popolazione tunisina, albanese ed egiziana, oppressa da tre regimi tutt’altro che benevoli, c’è l’ombra inquieta di Al Qaeda. In Tunisia per esempio, in perfetta coincidenza dei disordini, l’organizzazione Al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi), uno dei gruppi terroristi appartenenti alla rete di Bin Laden, ha diffuso un video, subito individuato dai servizi americani, in cui Abu Musab Abdul Wadud, leader di Aqmi invita i tunisini a rovesciare il regime del presidente Ben Ali. E che Bin Laden e i suoi sappiano maneggiare assai bene le comunicazioni di massa purtroppo lo sappiamo da quel 11 settembre 2011, quando tre aerei in mano a terroristi islamici fecero fuori il World Trade Center a New York e un’ala del Pentagono a Washington. La sequenza dell’attacco era stata sicuramente studiata per far si che i media televisivi potessero riprendere il terrore e diffonderlo in modo virale in tutto il pianeta.
 
Occorre dunque essere cauti, esattamente come sta facendo Obama con il suo alleato Mubarak : siamo per la libertà e la giustizia dei popoli, esattamente nella stessa misura in cui siamo schierati contro il terrorismo. Quel che conta di più è restituire al popolo egiziano ( ma anche a quello tunisino e albanese) la capacità di autodeterminarsi e di poter scegliere liberamente i propri rappresentanti a cui affidare il governo.
 
E l’Italia ? Forse Berlusconi tirerà un sospiro di sollievo al pensiero che questa inaspettata tempesta politica nel mediterraneo possa in qualche modo distogliere l’attenzione dalle sue feste eleganti dove si gioca a scopa, ed è certo che non fa bene a questo paese rimanere invischiato da anni nelle conseguenze giudiziarie dei pruriti senili del premier mentre nel mondo accadono cose importantissime : a parte le vicende già citate, c’è ad esempio il nuovo equilibrio socioeconomico che va velocemente delineandosi ( per dirne solo una la Cina, l’India, il Brasile che oggi  “tirano” la ripresa mondiale con Usa, Giappone e la vecchia Europa costretta a rincorrere).
 
Berlusconi spera di far dimenticare Ruby, ma ciò che ormai non può ignorare il paese è l’inadeguatezza di questo governo. E le bugie del suo premier : non solo Ruby ma anche Mills e Mediatrade ( i nuovi processi al varco), e poi il percolato dei rifiuti napoletani sversato in mare con l’accondiscendenza del plenipotenziario Bertolaso, e le nuove case in Abruzzo che già perdono i pezzi…
 
La favola è finita signor presidente, a prescindere dalle schifezze che lei fa a casa sua con le ragazzine. E’ ora di voltare pagina anche in Italia.
 
Potrà la rete internet, i social network, il tam tam informatico  della rete e degli sms aiutare anche il nostro paese a liberarsi da un regime vecchio e corrotto come quello di Berlusconi ? Potrà soprattutto far lievitare e rendere visibile una convincente alternativa democratica, perché il partito dei dubbiosi è ormai arrivato secondo i sondaggi al 40 % ? Io spero davvero di si, ma occorre l’impegno, la mobilitazione, la fantasia creativa ( perché questa battaglia si gioca anche e soprattutto sui media), il sacrificio e l’impegno di tutti. Ad esempio, sto cercando insieme ad altri amici di Facebook di lanciare la pagina "Siamo tutti nipoti di..." per mettere in risalto davanti a tutto il mondo la balla che il premier ci vuole propinare ( ha creduto che Ruby fosse nipote di Mubarak, e per questo ha telefonato in Questura, da presidente del consiglio, perchè quello era un caso di galateo internazionale...).
 
Insomma, diamoci tutti da fare, e subito. Nessuno può stare alla finestra ad aspettare che si faccia la storia. La storia siamo noi.
 
Stefano Olivieri
6 ottobre 2010
DEMOCRATICI E SERENI ( di Stefano Olivieri)
 

Il vero democratico si arrabbia per gli abusi ma non fomenta la violenza. Semmai a violenza può rispondere, per naturale istinto di sopravvivenza, quel tanto che serva a ricondurre uno scontro troppo acceso nel naturale alveo di un dibattito democratico. Alzare i toni, seminare odio, irridere alle regole della democrazia e della Costituzione è tipico di chi insegue obiettivi occulti, opposti alla stessa democrazia, che se disvelati apertamente non potrebbero che portare questo paese all’insorgenza civile.

Ho più volte ammonito da queste pagine, da questo piccolissimo e oscuro spazio web, circa il rischio che potesse partire qualche scheggia impazzita se si fossero alzati troppo i toni dello scontro politico. E ho anche scritto che il governo Berlusconi avrebbe avuto tutto da guadagnare in una situazione del genere, varando al momento opportuno una politica autoritaria ancora più asfissiante delle altrui libertà di pensiero.

Ebbene i segnali purtroppo cominciano ad esserci e per questo occorre la massima vigilanza democratica, perché la pratica del gettare il sasso e poi nascondere la mano è nota. Fin dai tempi del G8 di Genova, ricordate tutti le famose molotov confezionate dagli stesi agenti che poi le avrebbero “ritrovate” alla scuola Diaz.

La sicurezza dei cittadini innanzi tutto, dice Maroni. Benissimo. Ma qui il pericolo Al Qaeda, seppure mai scomparso del tutto dai paesi occidentali (e dunque è più che giusto non rilassarsi mai) rischia in questo improvviso clima preelettorale di confondersi per assumere subito dopo contorni e connotati più comuni e riconoscibili. Comunque rossi, comunisti, non importa se del sindacato o della politica. Dunque nemici giurati, diamogli giù. Mentre Berlusconi e Bossi spargono benzina.

Bene intesi : le prevaricazioni violente non vanno mai bene, chi passa alle vie di fatto sbaglia e deve pagare, da qualsiasi parte stia. Lo ripeto, il vero democratico è sereno, consapevole che la vera forza sta nel rispetto della legalità repubblicana e non nel suo contrario. Anche per questo non facciamoci dare lezioni di democrazia da chi vorrebbe una commissione di inchiesta contro la magistratura, semmai invitiamolo ad andare a ripetizione da un giurista.

Abbiamo forse atteso troppo, e troppo concesso senza rintuzzare subito i violenti e ripetuti attacchi di un premier che non è mai stato, neanche per un solo attimo, il presidente di tutti i cittadini italiani. Berlusconi ha sempre esercitato il suo potere indossando e mai smettendo la casacca del capopopolo, immiserendo il parlamento a colpi di decreti legge e richieste di fiducia, e adesso che i numeri cominciano a non essere più dalla sua parte si sente legittimato a straparlare ancora di più di quanto non abbia fatto finora. Le parole sono pietre, se a tirarle è il presidente del consiglio rischiano di ferire davvero, altro che un paio di uova marce. Se dovesse succedere qualcosa di grave a questa debole, fragile Italia, Berlusconi sarà il primo a doversene assumere la responsabilità, altro che cerino acceso. L’Italia democratica è tranquilla ma attenta a ciò che accade, e al momento opportuno saprà giudicare.

Stefano Olivieri
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27 giugno 2010
L’Agenda la deve dettare il paese ( di Stefano Olivieri)
 

Il fiato corto e il cuore in gola. Così si svegliano ogni mattina Maria di Treviso, Giuseppe di Napoli, Luca di Catanzaro, Graziella di Torino e Donato di Palermo. Vivono e lavorano in regioni diverse, in città lontanissime fra loro ma si assomigliano ogni giorno di più perché il disagio è un’accetta che taglia la siepe dei diritti per tutti allo stesso modo, il passato viene inghiottito dal buco nero del presente e il futuro perde senso. Esattamente allo stesso modo a Milano come a Bari, a Treviso come a Napoli. Ciascuno di questi disperati cittadini titolari di diritti vorrebbe poter dire – come dicono i leghisti – di essere padrone in casa propria, ma quando si è perso il lavoro, il denaro, la casa, si scopre a quel punto, anche senza mai aver letto Marx, che i diritti hanno senso e hanno futuro soltanto se possono essere condivisi da tanti. E talvolta inaspettatamente scoprono compagni di strada ai quali fino al giorno prima non avrebbero teso la mano a causa dell’odio politico, della lingua, del colore della pelle.

I bisogni, le esigenze primarie, i beni indispensabili. Se leggiamo i dodici principi fondamentali della nostra Costituzione, chiunque vive un forte disagio potrà riconoscervi un pezzo della propria vita, una sponda su cui far leva per risollevarsi, un sogno da realizzare. Per questo la democrazia è importante, perché fa navigare le piccole barche a remi accanto alle navi veloci, le vele al fianco dei motori in piena libertà e competizione ma sempre all’interno di sponde comuni. Un paese in difficoltà ha bisogno di regole forti  per evitare l’anarchia, prima fra tutte quella che si chiama Legalità e che impone per legge, laddove non prendono radici da sole, la solidarietà e la giustizia per sanare le diseguaglianze. La legalità, il “potere dei senza potere” la definiva Alessandro Galante Garrone, storico, scrittore e magistrato, uno dei padri fondatori della nostra repubblica antifascista.

Una slitta corre alla velocità del suo cane più lento. Si ha bisogno di lui non solo perché il suo vigore, pur scarso, è comunque indispensabile a far muovere il carico. Si ha bisogno di lui perché se passasse il principio che chi è debole deve soccombere, in breve la slitta si troverebbe ferma e senza più cani che la tirano. E non arriverebbe mai alla fine del percorso. Per questo il guidatore illuminato non deve pensare soltanto al percorso, non deve nemmeno pensare soltanto al carico, ma deve porsi anche l’obiettivo di portare tutti alla meta. Deve perciò saper amministrare le sue risorse – che poi sue non sono ma di tutta la comunità - con saggezza e lungimiranza. Deve rifocillare più spesso i cani più deboli e saper chiedere qualcosa di più a quelli più vigorosi e potenti senza generare conflitti, facendo capire a tutti che più ci sarà armonia, meno faticoso sarà alla fine il viaggio, per tutti.

Sulla slitta chiamata Italia c’è oggi un carico enorme e la muta di cani, per quanto sterminata, è debolissima. In Italia il 46 % del reddito è detenuto da poco più del 12 % della popolazione. Questo 12 % è rappresentato da quanti, titolari di consistenti redditi, non hanno conosciuto la crisi e anzi hanno visto crescere il loro capitale finanziario. Questo 12 % è comodamente seduto sulla slitta, tirata dal resto della popolazione che arranca. Ma la velocità diminuisce ora dopo ora, i cani più esausti vengono liberati dalle redini e abbandonati al loro destino con un tozzo di pane chiamato c.i.g. accanto, che servirà soltanto a prolungare la loro agonia. Prima o poi la slitta si fermerà del tutto e i cani stanchi e affamati si scaglieranno sui loro simili più fortunati, e si sbraneranno a vicenda. Ma il guidatore non è abbastanza lucido per valutare il rischio, o forse pur valutandolo crede di poter arrivare a destinazione in tempo per ricompensare con una razione extra lo sforzo sovrumano della sua muta di cani. Perché pensa che poi, con la pancia piena, la loro rabbia sbollirà e tutto potrà ricominciare come prima, peggio di prima.

E’ ora per questo che la slitta cambi guida. E’ ora che l’agenda al paese sia dettata da chi tira la slitta e non da chi ci sta sopra. Se non si capisce questo perderemo tutti e non servirà a nulla bloccare l’informazione e la giustizia. Aspiriamo tutti a un passaggio democratico, senza tumulti e senza martiri, da questo incubo a un governo democratico. Il nostro paese ha già pagato con la Resistenza un prezzo enorme in passato, e se siamo tornati in questa terra di nessuno è perché ha difettato la memoria storica, la cultura delle nostre origini, roba che non va chiusa in un museo ma portata fra la gente insieme al pane quotidiano. E’ tempo di cambiare, di fare scelte nette e coraggiose, di dare un segnale ai cani disperati che tirano la slitta, prima che siano loro a darcene uno, doloroso e terrificante, del loro disagio. Cacciamo i mercanti dal tempio della democrazia prima che sia tardi.

Stefano Olivieri
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POLITICA
10 gennaio 2010
ROSARNO, CIO' CHE E' UTILE RICORDARE ( di Stefano Olivieri)
 

Dal 1900 al 1930 quasi tre milioni di italiani sono emigrati all'estero soltanto da Calabria, Campania e Sicilia.

Oggi sulle spiagge africane che si affacciano sul mediterraneo, dalla Libia alla Mauritania, si ammassano ogni giorno in decine di migliaia pronti a partire. Secondo l'organizzazione "Fortress Europe" tra il 1988 e il 2005 sono annegate alle porte dell'Europa 3908 persone in fuga dall'Africa. Solo nel canale di Sicilia, tra il 2004 e il 2006 sono morti 1641 immigrati. Nel Mediterraneo, dal 2002 al 2006 sono morti 2080 clandestini e 1117 cadaveri (uno su tre) giacciono ancora in fondo al mare. Non si sa quanti siano morti a causa dei respingimenti in mare.

La legge statunitense del 1885 (appoggiata dai sindacati) sul lavoro straniero escludeva gli immigrati giunti dall’estero con un contratto di lavoro. Questo per proteggere, in una economia di mercato deregolata, i salari americani dalla concorrenza di manodopera a basso costo. In Italia per questioni di sicurezza si sta facendo esattamente l’opposto, e se le tutele sul lavoro cederanno anche da noi al mercato ciò potrebbe produrre – e sta già accadendo - nuova disoccupazione nazionale e condizioni di schiavitù per gli immigrati.

Anche gli italiani sono stati clandestini, il popolo calabrese soprattutto lo sa bene. Nel secondo dopoguerra e fino agli anni 60 più di 100 italiani al giorno varcavano il confine francese attraverso le montagne di Ventimiglia, e c’è un punto in particolare, molto pericoloso a causa di un dirupo, dove ne morirono ben 87, precipitando al suolo da centinaia di metri.

I nostri primi emigranti negli Usa partivano col marchio della razza impresso; negli Stati Uniti si faceva infatti una netta distinzione tra nord e sud, all'arrivo veniva esplicitamente dichiarato come luogo di provenienza north-Italy e south-Italy : un'Italia a due razze. La prima di ascendenze nordiche e quindi meritevole di migliori attenzioni, la seconda di ascendenze mediterranee/africane con tutto quel che consegue. Vale la pena di ricordare che i “ south-italians immigrated “ dalla legge americana venivano definiti “di origini non chiaramente di razza bianca” . Esemplare l'esempio di un processo svoltosi nell'Alabama dichiaratamente razzista : un afro-americano accusato di aver avuto rapporti (proibiti per legge : reato di miscegenation) con una ragazza bianca di origini italiane,venne assolto perchè la ragazza essendo una calabrese non poteva definirsi di chiara razza bianca.

Negli Usa vige dal 1911 lo “jus soli”, il diritto di suolo : chi nasce negli Usa, anche da genitori stranieri, diventa cittadino statunitense e può votare per far valere i suoi diritti. In Italia vige lo “jus sanguinis”, il figlio di stranieri non ha alcun diritto di cittadinanza anche se è nato e cresciuto nel Paese, lavora nel Paese, ne paga le tasse e parla la lingua del Paese. Il figlio di stranieri nato in Italia deve attendere il diciottesimo compleanno, dopodiché ha la facoltà ( ma attenzione : per un solo anno, dopo il quale questo diritto decade) di fare domanda per acquisire la cittadinanza. Ma in molti non lo sanno e su questa opportunità non è stata fatta mai informazione da parte del governo.

Le condizioni di lavoro che trovarono i primi emigranti italiani in America non sono dissimili da quelle che incontrano gli immigrati nel nostro paese quando si imbattono in un padrone - e capita spesso - che non rispetta le regole. La percentuale media delle denunce per infortunio tra i lavoratori immigrati è dell'11,71%, mentre quella dei decessi è del 12,03%: una sostanziale uguaglianza anomala. Infatti nel rapporto emerso per i lavoratori italiani la percentuale degli incidenti è di gran lunga superiore a quella dei morti. Segno, secondo l'Eurispes, che per quanto riguarda gli immigrati molti infortuni - in particolare quelli non letali - non vengono mai denunciati.

L’Italia ha toccato recentemente quota 60 milioni, malgrado il suo bassissimo tasso di natalità. Tutto merito degli immigrati, senza i quali la nostra popolazione stagnerebbe e (ciò che più importa) invecchierebbe irrimediabilmente. Le prospettive sono dunque quelle di un paese in cui si fronteggeranno giovani in buona parte di origine straniera e anziani in grandissima maggioranza di origine italiana: un cocktail potenzialmente esplosivo che può essere disinnescato solo da una politica della accoglienza e della integrazione che sappia guardare al domani.

Uno studio di Unioncamere e dell'Istituto Tagliacarne, utilizzando dati relativi al 2006, ha accertato che è dovuto agli immigrati il 9,2% del valore aggiunto, corrispondente a una quota di 122 miliardi del Pil. Solo nel 2006 le imprese appartenenti a immigrati hanno assicurato un gettito fiscale pari a 4 miliardi di euro. Nel 2007 era già arrivato a 5,5 miliardi. Senza contare che anche i lavoratori dipendenti stranieri hanno un peso ormai rilevante nella nostra economia: l'Inps ha accertato che gli immigrati assicurano, annualmente, un ammontare di 5 miliardi di euro come contributi previdenziali e, al contrario, percepiscono ancora un numero molto limitato di pensioni, essendo per lo più lavoratori giovani.

Nella piana di Gioia Tauro, detta spesso anche piana di Rosarno, vive la terza comunità italiana di popolazione extracomunitaria. Vive, ho detto, dovrei dire sopravvive in condizioni di assoluto degrado sia per le condizioni di lavoro – nella stragrande maggioranza dei casi occorre parlare di riduzione in schiavitù – sia per la totale mancanza di alloggi messi a disposizione ( e i migranti si sono dovuti arrangiare, nascondendosi di notte in baracche e in cantieri abbandonati). La popolazione locale, la stessa che in questi giorni è scesa in piazza per la caccia al nero, sprangando gli emigranti, sparandogli addosso, investendoli con l’auto, addirittura andandoli a cercare sulle ambulanze, dovrebbe riflettere sulla enorme possibilità che invece questa povera gente sta offrendo al popolo calabrese : quella di scuotersi dal giogo secolare della ndrangheta, che nel sud ha sostituito lo stato. Maroni ha sbagliato – e lo sa bene – a dire le cose che ha detto, ma qui il problema sarebbe principalmente di Sacconi, il ministro interessato a far rispettare le regole sul lavoro. Qui c’è la schiavitù, il diritto di vita e di morte sull’immigrato da parte dei padroni, e c’è soprattutto la solidale omertà di una popolazione locale che mostra di preferire di essere rappresentata in strada dagli sprangatori mafiosi a una sana, difficile, certamente pericolosa battaglia popolare dei diritti che non sono solo quelli degli immigrati, badate bene. Sono di tutti. Dovrebbero anche a Rosarno, come già successe a Locri, piuttosto scendere in piazza accanto ai neri dietro lo striscione "E adesso ammazzateci tutti". Questo dovrebbero fare per una vera battaglia di riscatto legalitario di un sud italia che oggi, nello stesso istante in cui si illude di cacciare gli ultimi dietro di se, in realtà stringe attorno al suo collo ancora più stretto il giogo della mafia, della ndrangheta, della camorra.

L’Italia, trampolino del mediterraneo, ha fra i suoi fondatori i greci, i saraceni, gli africani, i normanni e i longobardi, e grazie agli etruschi – stando alle ultime attendibili risultanze dell’archeologia moderna – perfino i turchi. Questo tanto per rispondere a chi oggi richiede che la Turchia stia fuori dalla UE, senza sapere che noi i turchi ce li avevamo in casa da millenni. E poi non passerà tempo e busseranno alla nostra porta anche i “rifugiati ambientali”. Un rapporto dell'Aiuto norvegese ai rifugiati rivela che la Danimarca è l'unico Stato europeo a dare asilo ai profughi del clima, ossia a persone che abbandonano il loro Paese a causa dei mutamenti ambientali. Ma secondo il quotidiano di Copenhagen, Berlingske Tidende, anche Svezia e Finlandia hanno previsto nelle rispettive leggi sull'asilo una clausola che consente d'accogliere questi rifugiati. E in Norvegia una normativa analoga entrerà in vigore l'anno prossimo. Il nostro paese non ha ancora affrontato il tema dei profughi ambientali e ha appena introdotto il reato di clandestinità.

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/

POLITICA
1 luglio 2009
ALLORA MI CANDIDO ANCH’IO ( di stefano olivieri)


Oggi (4 luglio 2009) Marino ha deciso di candidarsi. Per cui non ha più senso la mia autocandidatura, che avevo deciso di pubblicare qualche giorno fa in questo spazio, quando sembrava che Marino volesse rinunciare. Ora che è presente anche il mio candidato sono un po' più sereno e ottimista sugli esiti delle primarie di ottobre. Senza nulla togliere a Franceschini e a Bersani, serviva al popolo dei democratici un candidato più sinceramente schierato dalla parte degli esclusi.
Dell'articolo preesistente conservo la parte - diciamo - programmatica, che credo e spero possa essere condivisa da molti democratici, e che può comunque seguitare ad essere spunto di riflessioni.

Un grazie comunque a tutta la redazionepd per la visibilità che mi è stata riservata nella hp del PD.

Sono stufo di vedere diritti calpestati, sono stufo di vedere parlamenti di nominati, non intendo più aspettare. Se l’Italia è un paese civile come credo che sia nella sua maggioranza, deve saper trovare la forza di premiare le idee anche quando non hanno ancora un volto. Voglio saper restituire a un figlio disabile che ha tanta voglia di fare la speranza nei suoi progetti, voglio poter parlare di persone e non solo di numeri, voglio un paese dove chi è onesto non sia preso più in giro. Voglio sentirmi cittadino del mondo restando in Italia ed essendo fiero dei miei concittadini, voglio un presidente in cui potermi specchiare.

DOVE ANDIAMO, CON CHI ANDIAMO

Se il partito è democratico, democratica deve essere la sua gente. E la democrazia guarda ovunque, all’imprenditoria illuminata e solidale come all’esercito di lavoratori dipendenti, ai precari e ai disoccupati e alle loro famiglie, ai tanti appesi al filo di ammortizzatori sociali le cui fonti si esauriranno a breve se non cambia la strategia di insieme in questo paese. Alle categorie più deboli e svantaggiate come i disabili, i giovani in cerca di prima occupazione, le donne, gli anziani, gli incapienti, gli omosessuali, gli extracomunitari onesti clandestini loro malgrado e per questo colpevoli a prescindere, secondo questo governo.

Se il partito è democratico deve saper guardare e parlare non ai rappresentanti della società ma alla società stessa, compilando insieme ai cittadini l’agenda delle emergenze e consentendo ai cittadini ma a tutti davvero, con elezioni primarie realmente paritarie, senza capestri per i candidati dalla società civile e senza bonus per chi è indicato dal partito, di indicare la strada che tutti possano percorrere perché tutti devono poter arrivare. E dopo, una volta al governo, adottare forme di democrazia diretta come il bilancio partecipato che orientino il federalismo in chiave solidale e democratica.

Se il partito è democratico non dovranno ammettersi effetti collaterali nel suo progetto di rilancio di questo paese. Nessuno dovrà essere lasciato indietro e la solidarietà dovrà diventare legge di Stato ogni qualvolta lo Stato non disporrà di risorse sufficienti, perché non avvenga ciò che oggi avviene, che per 37 miliardi di euro di entrate fiscali in meno sia gettata la croce sui “catastrofismi della sinistra”. Solidarietà per legge affinché chi ha visto ridurre il suo reddito e oggi ha appena il necessario per vivere non cada in povertà, mentre chi ha ricevuto più del necessario sia tenuto a partecipare di più. Se il partito è democratico non potrà accettare e nemmeno ipotizzare tagli a pensioni e a contratti di lavoro fino a quando non sarà completamente ripristinata la lotta all’evasione e alla corruzione dilagante, che causa al paese non solo un danno etico ma anche un’ingentissimo quotidiano ammanco nelle casse dello Stato di quelle risorse che dovrebbero essere impiegate per ripristinare uno stato sociale solido e solidale, regolato da una meritocrazia sana e trasparente per imprese e lavoratori e non dai numeri di un liberismo malato e suicida.

Se il partito è democratico non può pregiudizialmente cercare alleanze soltanto al centro. Ci sono almeno due milioni di cittadini italiani che votando a sinistra, da due anni non hanno più una loro rappresentanza parlamentare. Il nostro parlamento di nominati abbonda di imprenditori, di liberi professionisti ( soprattutto avvocati, chissà perché..) di finanzieri e di industriali. Dov’ è il mondo del lavoro con il suo sudore, le sue sveglie all’alba, i suoi viaggi infiniti e quotidiani ? Dove sono le famiglie vittime delle morti bianche, che bianche poi non sono mai perché a quei morti è negata anche la compostezza nell’ultimo respiro ? Dov’è l’Italia delle bollette da pagare, dei mutui che non fanno dormire, di quell’ascensore sociale interdetto a tutti tranne che a velini e veline ? Dov’è ? Voglio un partito che sappia pretendere senza condizioni il ripristino della sovranità popolare nel voto, che voglia imporre le elezioni primarie a livello nazionale come preventivo strumento per la creazione delle liste elettorali, voglio un paese dove gli interessi di pochi siano per legge ridimensionati alla legalità comune prima ancora di generare conflitti; aspiro ad un paese dove l’unica casta legittima sia quella dei cittadini elettori e non bensì quella dei loro rappresentanti. Voglio un paese dove la legalità, il potere dei senza potere come diceva Galante Garrone, torni ad essere la regola e non l’eccezione.

Se il nostro partito è davvero democratico deve caricarsi l’onere di una preoccupante e crescente marginalità sociale e delle sue tante voci. Ricordandosi che si diventa marginali anche a causa di una invisibilità determinata da un voto che è stato infruttifero non solo a sinistra e per questo non può, non deve essere scaricata soltanto da una parte. Nel deserto dei diritti, nelle macerie che sta lasciando intorno a se questo governo, non solo può ma deve ripartire un dialogo a sinistra, e senza intermediazioni.

Le primarie di ottobre potranno essere davvero determinanti se sapremo accogliere anche tutte le istanze, le richieste di aiuto, le speranze e i mille progetti del pianeta degli esclusi. Tornando a parlare di una nuova sinistra consapevole di un mondo nuovo dove le identità culturali si costruiscono più facilmente sul vissuto quotidiano che sulle ideologie, dove i partiti riescono a contare se all’interno di essi riesce a contare la gente, con la partecipazione attiva alle scelte. Basta con le palizzate e i tabù, se diamo l’ostracismo a una bandiera rossa dobbiamo essere altrettanto sereni nel riconsiderare che cosa non ha funzionato – e va riparato con l’apporto di tutti – nella costruzione del partito democratico italiano, a cominciare dai suoi stessi documenti fondativi.


Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/

22 settembre 2008
DEMOCRAZIA & ALTRE MERAVIGLIE
 

Italia paese in movimento. Tutti a correre ma non si sa dove, tutti a gridare l’un contro l’altro, potere contro potere, corporazione contro corporazione, Picone contro il picone di turno. E tutti schierati da una parte o dall’altra. Ma tu che leggi ad esempio, sei democratico o fascista ? E’ il tormentone delle ultime settimane dopo le uscite di Larussa e Alemanno, e la svicolata di Berlusconi. Ma che significa esattamente oggi in Italia essere democratici o essere fascisti ? E poi ancora : Ti senti sicuro o insicuro ? E chi sono per te quelli o quelle cose di cui aver paura ? Prova a rispondere con sincerità. E infine, ti consideri ricco, tranquillo e benestante o ti senti già risucchiato dalla statistica dei poveri in canna ? E secondo te il tuo lavoro è sicuro o potresti perderlo da un giorno all’altro ?

Oppure : sai davvero in che paese vivi ? Pensi di essere sufficientemente informato, o non te ne frega niente ? Hai una tua opinione, un credo politico di riferimento o sei di quelli che “Franza o Spagna, purchè se magna” ? E secondo te è la politica a sporcare la società, o è la società che ha insozzato la politica ? E secondo te un paese dove è possibile fondare un partito dal predellino di una mercedes, è più libero o più schiavo ?

La mattina appena sveglio, in quei dieci scarsi minuti fantozziani durante i quali mi alzo dal letto, vado in bagno, mi vesto, prendo il caffè, saluto mia moglie e i cani ed esco di casa per andare al lavoro, faccio sempre un po’ di questa ginnastica mentale per azzerare le scorie immagazzinate dal giorno precedente. Mi serve per riposizionare la bussola etica, per ricordare che oltre al presente sempre troppo gravido di novità ingombranti esiste il passato dell’esperienza e il futuro delle opportunità che dovrebbero assisterci ogni volta che facciamo una scelta.

La democrazia ad esempio. Ne parliamo ad ogni piè sospinto, la citiamo in continuazione. Ne sentiamo celebrare il funerale e poi la rinascita centinaia di volte, la invochiamo quando ci sentiamo persi salvo dimenticarcene quando pensiamo – illusi - di averla raggiunta e conquistata per sempre. Eppure dovremmo sapere che la democrazia non è uno stato fisico, non è un insieme di leggi più o meno giuste bensì un farsi in continuo divenire di idee, valori e regole comuni, man mano consolidati in quanto condivisi, a cui la comunità deve ispirarsi nel suo percorso.

La prassi democratica è un esercizio faticoso ma necessario a cui nessuno dovrebbe mai sottrarsi, men che meno chi ha responsabilità di stato e di governo. Ma tutti, nessuno escluso, dovremmo avere un’ idea più o meno condivisa della democrazia, tutti dovremmo ispirarci sempre a quei principi di legalità repubblicana che hanno guidato la penna dei padri costituzionalisti. La nostra prima legge è una mappa preziosa, che può e anzi deve essere cambiata per ciò che prescrive nell’organizzazione dello Stato per adeguarla alla società attuale, ma non può mutare nei suoi principi ispiratori : i diritti di un uomo ad esempio, che sono inviolabili e devono rimanere uguali a quelli degli altri così come i doveri, ieri come oggi e come domani; la libertà e l’eguaglianza dei cittadini che non possono essere mai declinate al singolare, ritagliando aree di impunità per alcuni. Nella nostra Costituzione c’è scritto tutto ciò che serve alla prassi democratica, dalla libertà di associarsi ( art. 18) a quella di professare la propria fede religiosa (art. 19), dalla libertà di pensiero e di stampa (art. 21) al diritto alla salute (art.32) e alla istruzione (art. 34). E’ tutto già scritto ed elencato, ed è un elenco che se fosse davvero letto ed osservato da tutti almeno una volta al mese, farebbe dell’Italia un paese decente e un po’ più democratico perché la Costituzione spiega, ad esempio, quali e quante siano le differenze fra libertà di tutti e arbitrio personale.

Non è cosa di poco conto in un paese dove ancora oggi prosperano corrotti e corruttori, furbetti dei quartierini e politici – fin nelle più alte cariche istituzionali – impuniti per legge. Servirebbe, il conoscere bene la Costituzione repubblicana, per indignarsi, piuttosto che per le strade sporche e i rom clandestini, per il bavaglio imposto all’informazione che ci impedisce di conoscere lo stato del nostro paese, o per il lodo Alfano che immunizza Berlusconi mentre c’è chi viene arrestato per aver rubato l’insalata al supermercato o peggio, sgozzato per strada per un pacchetto di caramelle.

Conoscere meglio i nostri diritti e doveri vuol dire sapere quando rialzare la testa, saper distinguere un sopruso da una giusta punizione, e pretendere giustizia laddove è davvero assente. La “tolleranza zero” di uno stato poliziotto e di tanti sindaci sceriffi sta già producendo le banlieues nostrane in quel di Castel Volturno, che non sarà Napoli depurata dai rifiuti e militarizzata ma è vicino Napoli, ed è comunque Italia. Una Italia dove vince Gomorra evidentemente, e tuttavia si preferisce mostrare gli inceneritori presidiati dall’esercito piuttosto che andare a caccia dei camorristi, si preferisce intimidire la stampa ( la redazione dell’Espresso perquisita già due volte dopo la pubblicazione delle rivelazioni di un pentito) piuttosto che schierare l’esercito di fronte al clan dei casalesi. Perfino l’ineffabile Fede ci ha messo bocca, commentando da par suo i guadagni che il film e il libro Gomorra avrebbero portato all’autore Saviano.

E per contro, non conoscere bene la democrazia equivale soprattutto a un disimpegno nell’esercitarla proficuamente, a proprio beneficio e a vantaggio di tutta la comunità. E dimenticare, o semplicemente trascurare i principi fondamentali della legalità ci fa andare tutti fuori strada. Perché la legalità – amava dire Galante Garrone – “ è il potere dei senza potere”, è la madre di tutte le leggi, l’unica che ci consentirebbe davvero di eradicare in modo definitivo “la casta” al soldo dei potenti e non del popolo sovrano.

Conoscere davvero i nostri diritti e doveri servirebbe a farci capire che oggi in Italia la democrazia per come l’hanno intesa i nostri padri costituzionalisti, semplicemente non c’è più. Il popolo dei cittadini elettori, scippato di ogni residua libertà di scelta, non è ad esempio più sovrano da tempo; il premier impunito per legge continuerà ad imporre provvedimenti a suo personale uso e consumo, distribuendo premi e prebende a chi lo accontenterà prima e meglio; il fascismo e il razzismo, vietati dalla nostra Costituzione in ogni loro forma, dalla propaganda alle associazioni, sono nei fatti di nuovo presenti nel nostro paese, dal momento che il nostro presidente del consiglio non ha mai commemorato il 25 aprile, ha definito una vacanza il confino degli antifascisti e i suoi alleati della Lega vanno in tv e nelle piazze italiane ed europee, da Calderoli a Borghezio, a innescare incendi di odio. Tra i rifiuti di Napoli da incenerire la Lega ci avrebbe messo volentieri anche i Rom, e qualcuno a furia di sentirli gli ha dato retta in quel di Ponticelli.

La democrazia non si fabbrica in parlamento, e per fortuna neanche la si può disfare con una maggioranza strapotente e arrogante di deputati e senatori. Ma occorre una profonda e radicata consapevolezza e conoscenza per evitare che questo bene comune si ingrotti per sopravvivere, occorre fermezza e coraggio nel difendere le istituzioni in primo luogo, senza parteggiare per gli uomini che le rappresentano. Siamo noi cittadini i sovrani di questo paese, e abbiamo l’obbligo di difenderlo e di difenderci quando c’è chi attacca le regole fondamentali della democrazia. Non possiamo, non dobbiamo stare a guardare aspettando che le mele marce cadano dall’albero, perché il marcio infetta il terreno su cui cresce l’albero e se l’albero muore, occorrerà aspettare che ne cresca un altro altrettanto grande, forte e fruttifero.

Così dunque, ripassiamo la democrazia ogni giorno. Per strada andando al lavoro, dialogando con gli amici. Spargiamo il suo seme, e se pensiamo di non averne a sufficienza facciamo rifornimento da chi non ha ancora smarrito i valori della giustizia, della solidarietà sociale, della conoscenza come strumento di progresso. Tendiamo la mano a chi è più diseredato di noi – ce ne è sempre qualcuno – e non chiudiamoci in casa per paura, attendendo che la tempesta passi. La democrazia siamo noi, vive attraverso di noi, i nostri atti, i nostri stessi sogni. Facciamola vivere e crescere nonostante questo tempo buio, diventiamone apostoli laici in un paese che ha eletto il denaro come dio e sovrano assoluto, facciamolo se non per noi, almeno per i nostri figli che hanno una vita intera da vivere. Cacciamo i mercanti dal tempio.

Vorrei chiuderla qui, ma ho ancora la sensazione di non aver detto abbastanza, sopratutto ai più giovani. E allora mi affido alle parole di Piero Calamandrei, che nel 1955 così parlava ai giovani della nostra Costituzione :

DAL DISCORSO DI PIERO CALAMANDREI AI GIOVANI, SULLA COSTITUZIONE – MILANO 1955 :

L'articolo 34 della nostra Costituzione dice: “I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra Costituzione c’è un articolo che è il più importante, il più importante di tutta la Costituzione, il più impegnativo, impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così: “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti. Dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. 1 “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, questa formula corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e studiare e trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa eguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una eguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale. Non è una democrazia in cui tutti i cittadini siano veramente messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro migliore contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società; e allora voi capite da questo che la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà; in parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinnanzi!...

Però vedete, la Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lascio cadere e non si muove; perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica. L’indifferentismo che è, non qui per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghi strati, in larghe categorie di giovani, un po’ una malattia dei giovani: l’indifferentismo. “La politica è una brutta cosa. Che me ne importa della politica?”

Ed io, quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina che qualcheduno di voi conoscerà: di quei due emigranti, due contadini che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime, che il piroscafo oscillava. E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: - Ma siamo in pericolo?- E questo dice: se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: "Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare tra mezz’ora il bastimento affonda". Quello dice: "...che me n’importa? unn’è mica mio!...". Questo è l’indifferentismo alla politica.

E’ così bello, è così comodo, è vero? è così comodo! La libertà c’è, si vive in regime di libertà. C’è altre cose da fare che interessarsi di politica! Eh, lo so anche io, ci sono…Il mondo è così bello vero? Ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica!

E la politica non è una piacevole cosa: Però la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni e che io auguro a voi giovani di non sentire mai. E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica…

Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra, metteteci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che nessuno di noi nel mondo non è solo, non è solo, che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, un tutto nei limiti dell’Italia e del mondo. Ora, vedete, io ho poco altro da dirvi. In questa Costituzione c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato, tutti i nostri dolori, tutte le nostre sciagure, le nostre glorie. Sono tutti sfociati qui in questi articoli e, a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane… E quando io leggo nell’art. 2 “l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”; o quando leggo nell’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle altre patrie…ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini! O quando io leggo nell’art. 8: “tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour! O quando io leggo nell’art. 5: “la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo!; o quando nell’art. 53 io leggo a proposito delle forze armate: “l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica”, esercito di popolo; ma questo è Garibaldi! E quando leggo nell’art. 27: “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccarla! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani…

Ma ci sono anche umili voci, voci recenti! Quanto sangue, quanto dolore per arrivare a questa Costituzione!Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta, Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.

Stefano Olivieri http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/

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