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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
politica interna
11 novembre 2015
LA RIFORMONA DI RENZI RACCONTATA A MODO MIO (di Stefano Olivieri)

Vi racconto a modo mio la riformona di Renzi, a spanne, per non perder tempo. Fuori dai mille slogan sorridenti del premier e lontano da questo misterioso raddrizzamento e rialzamento del P.I.L. di gatta Italia, perché la grandissima parte di italiane e italiani, malgrado le rassicurazioni del presidente del consiglio, le fusa ancora non riescono a farle.

Dunque, il jobs act, la lanterna magica con cui Matteo Renzi ha schiavardato il mercato del lavoro. Lui, non eletto da nessuno, è riuscito prima a conquistare la segreteria del PD e dopo, autospintonato dai suoi che nel frattempo gli avevano sgombrato la strada con tante buone maniere di gentaglia del calibro di Letta, Prodi, etc. E alla fine Il rottamatore e i suoi battilamiere, insomma, una volta divenuti lui premier e loro squadra di governo, hanno partorito il jobs act, cioè hanno vaporizzato in un battito di ciglia tutto il sistema di regole e tutele, a cominciare dall’articolo 18, che fino a quel momento avevano garantito una cosa scolpita nella Costituzione, cioè che il lavoro non potesse e non dovesse mai diventare merce da supermercato, anzi peggio, da casa d'aste, auction house giusto per far pubblicità a un mio romanzo.

Il premier non eletto da nessuno ha fatto una cosa che il PD, partito grazie al quale è diventato premier, non aveva scritto da nessuna parte nel suo programma per le elezioni politiche del 2013. Quelle elezioni, come si ricorderà, il PD le vinse di così stretta misura da essere costretto, alla fine e dopo aver esperito senza successo (povero Bersani) la possibilità di una qualche intesa con il M5S, a varare una grosse koalition all’italiana, cioè quel tappeto di chiodi appuntiti e arrugginiti dove per qualche tempo, e senza essere un fachiro, cercò di camminare Enrico Letta. Fino al momento in cui Renzi gli si avvicinò come Giuda all’ultima cena e gli disse di stare sereno, perché era arrivato il primo esemplare frutto dell'accoppiamento contro natura fra sinistra e destra. Matteo Renzi, l'evoluzione della specie, il primo democristiano 2.0, ancora tutto da testare ma già scaraventato a palazzo Chigi. Solo in Italia, paese di matti, si possono vedere cose del genere. Alla caduta di Berlusconi ballammo in piazza pensando che era finita, ma doveva ancora arrivare Monti, soprattutto doveva arrivare Renzi.

Il Jobs act e il suo sistema a tutele crescenti. Come la patente a punti di Berlusconi, anche qui il welfare è a punti, te lo devi rosicchiare magari leccando il culo al padrone perché all’inizio, e per buoni tre anni, sei alla sua mercè come uno schiavo. Il Jobs act seduce soprattutto il datore di lavoro, per quella storia della decontribuzione. Che vuol dire niente contributi all’inizio, tanto quando si è giovani alla pensione non si pensa. Questo dovrebbe – ma non accade – garantire al lavoratore qualche soldo in più busta paga, visto che il padrone risparmia nei contributi. In realtà il datore di lavoro se ne infischia e le paghe sono sempre più basse, 400 o al massimo 500 euro al mese per orari di otto ore e più, se vuoi fare gli straordinari devi pregare e ti pagano quelle ore mai di più rispetto all’orario normale, spesso di meno. Per lavori senza più sicurezza (sono aumentati vertiginosamente gli incidenti nei cantieri, e chissà perché i morti risultano sempre assunti il giorno prima…), senza più rispetto per le esigenze minime del lavoratore (ambiente, relazioni sociali, anche le volte in cui si va al bagno) che è di fatto identificato nel suo lavoro, insomma in una merce.

Si lavora molto di più e si guadagna molto di meno senza fiatare perché dietro la porta c’è un esercito che insidia il tuo posto, di italiani e di extracomunitari pronti a vendersi per metà del tuo prezzo, questo è in soldoni il jobs act. Una fregatura doppia per i nostri giovani, che guadagnano così poco da non poter fare progetti di vita, come sposarsi o accendere un mutuo in banca

Una fregatura tripla anzi, se al jobs act accoppiamo la legge Fornero che Renzi, da buon democratico per come intende lui la democrazia, ha lasciato così com’era, intonsa da ritocchi. Anzi ha spianato ancor più la strada a quella legge infame opponendosi perfino alla decisione della Consulta di poco tempo fa, quella che ha giudicato incostituzionale il taglio alla indicizzazione delle pensioni fatta dal governo Monti (un altro bel pezzo da novanta. Chissà perché tutti i salvatori della patria mandano al fronte sempre i poveracci a prendere le impallinate governative, mentre i soliti noti delle solite caste restano ben protetti e continuano ad arricchirsi evadendo tasse e contributi alla faccia di chi lavora onestamente). Renzi, costretto dal clamore mediatico della notizia, prima ha scucito dal suo portafoglio ai pensionati un bonus una tantum, insomma una vera pezzenteria. Poi ha rimandato (decisione di pochi giorni fa, sfuggita ai più) a babbo morto il pagamento del resto, cioè al 2018, quando di lui e del suo governo, se continua così, non sarà restata traccia dopo il primo auspicato, sano termidoro italiano. Renzi naturalmente non verrà ghigliottinato come Robespierre perché i veri democratici (non i centouno che tesero l’imboscata a Prodi, per intenderci) queste cose non le fanno, ma nel giro di due anni tornerà, lui e la sua corte di miracolati, a fare il venditore di pentole senza coperchi in terra toscana, sono pronto a scommetterci sopra.

Comunque l’effetto perverso e combinato di jobs act e legge Fornero è stato l’impoverimento sistematico e complessivo della classe lavoratrice, di nonni, di padri, di figli e nipoti, tutti insieme. E mentre prima il figlio disoccupato poteva ritornare a casa dei suoi perché la pensione del padre riusciva a coprire anche le sue esigenze, adesso che Renzi ha accorciato anche questa coperta il futuro si presenta nero per padri e figli. Ma il premier se ne fotte, lui guarda avanti e già promette 150 milioni per dieci anni al polo di scienziati che nascerà sulle spoglie dell’Expo milanese appena conclusa. E visto che c’è, ormai a ruota libera promette, come un Tusitala de noantri, qualsiasi cosa. Dal ponte sullo stretto di Messina alla fine arriverà anche lui, come Berlusconi, a garantire figa per tutti. Boschi esclusa, naturalmente.


Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it



POLITICA
4 novembre 2014
IL PD CON O SENZA RENZI. MEGLIO SENZA (di Stefano Olivieri)
 

L’Italia è ammalata gravemente e le cure sembrano tutte costosissime e debilitanti. I luminari europei continuano a emettere bollettini poco rassicuranti sul nostro paese e stiamo ancora attendendo la più volte promessa alzata di reni del premier Renzi, che ha sì varato una manovra in deficit ma con l’impegno di non sgarrare neanche di una virgola dai limiti imposti dalla UE. E sembra che tutto il marchingegno, costruito per la risalita dalla crisi più lunga dal dopoguerra, ruoti attorno al lavoro e al Jobs Act, un provvedimento che il governo non ha voluto negoziare neanche in minima parte con il sindacato, mentre è stato molto attento e disponibile al dialogo con la Confindustria.

La sensazione diffusa in tutto il paese, non solo quello sindacalizzato e politicizzato a sinistra, è che le nuove regole sul lavoro abbasseranno l’asticella delle tutele per tutti i lavoratori dipendenti pubblici e privati, sia quelli cosidetti garantiti che quelli attualmente non tutelati , e questo nuovo quadro di regole sarà naturalmente imposto a tutti i nuovi assunto. Ciò che fa dire non senza ragione a tutti i sindacati, e non solo a Landini, che per risolvere il problema dei precari italiani Renzi ha deciso di precarizzare tutto l’universo del lavoro dipendente, così il malanno da patologico si trasformerà in fisiologico e a quel punto se ne valuteranno le nuove opportunità.

In realtà qualsiasi padrone, pubblico o privato che sia, si tiene ben stretti i dipendenti efficienti e volenterosi, e tende a confermarli se il loro contratto è a tempo determinato. E la legislazione attualmente in vigore già consente, a parte i casi interessati dal famigerato articolo 18 della legge 300/74, di sanzionare fino al licenziamento in tronco chi non lavora ovvero commette reati sul posto di lavoro. Dunque perché arrivare al Jobs Act, soprattutto perché arrivarci senza neanche aver ascoltato le ragioni dei rappresentanti dei lavoratori?

La risposta è consequenziale, non occorre essere psicologi. Il Jobs Act di fatto scardinerà il potere di rappresentanza dei sindacati, polverizzandolo e lasciando ogni singolo lavoratore in mano all’arbitrio del suo padrone. E siccome la logica di qualsiasi iniziativa imprenditoriale è il business, ciò significa che anche i lavoratori più valenti e rispettosi delle regole padronali saranno ricattabili su tutte le questioni riguardanti la loro prestazione: orario e posto di lavoro, sicurezza, salario. Praticamente tutto. Renzi di fatto indica alle imprese, come soluzione alla crisi, la possibilità di abbassare discrezionalmente tutti i costi, da quelli dei macchinari fino alle risorse umane. E se ci aggiungiamo la considerazione che nulla è stato predisposto per una più qualificata formazione professionale, e che molto si è tolto dalle tutele per l’invalidità da lavoro, il quadro finale è quello di uno scenario, per i futuri operai e impiegati italiani, in totale regressione rispetto al passato e sempre più vicino agli standand dei paesi dell’est Europa. Insomma, se avevamo paura dell’idraulico polacco che veniva a fregarci il lavoro in casa nostra, d’ora in poi non dovremo più averne e anzi potremo scegliere di andare a lavorare in Polonia a pari condizioni.

Ora capisco perché Squinzi si è spellato le mani ad applaudire Renzi.

C’è un’ ultima considerazione tutta politica, non irrilevante. Con le sue ultime scelte il premier Matteo Renzi di fatto ha consolidato, lo dicono accreditati sondaggi, il suo elettorato più stabile e convinto nell’area di centrodestra e non più nel centrosinistra. Dunque non ha più bisogno del PD, potrebbe anche andarsene domani e continuare a mietere consensi e voti dal nuovo palco del suo partito della nazione, o come altro diavolo vorrà chiamarlo.
Non lo fa soltanto per questioni di opportunità, cioè non vuole essere lui a restare con il cerino acceso in mano e preferisce che siano altri (leggi: minoranza PD, sinistra e CGIL) a provocare eventuali elezioni anticipate.

La pattuglia dei renziani è diventata maggioranza nel partito, è vero. Ma soltanto perché si è aggiunto allo sparuto drappello dei renziani nativi, quelli che seguivano Renzi quando era ancora sindaco di Firenze, tutto un blocco di deputati e senatori, ex PC, PDS e DS, che per convenienza personale hanno giudicato utile avvicinarsi a un premier che di connotati democratici non ne ha mai avuti, neanche da piccino. Questi deputati e senatori sono stati eletti in Parlamento da cittadini che li conoscono, e che hanno creduto, votandoli, di spostare a sinistra il paese. Ebbene, chiedo a questi eletti e a questi elettori di renziani dell’ultim’ora un attimo di profonda riflessione, e se non sia giusto rivendicare all’interno del PD non un ritorno alle origini ma il semplice rispetto dello statuto dello stesso partito. Andatevelo a leggere cari deputati e senatori, e scoprirete che Renzi anche dello statuto ha fatto carta straccia, insieme alla vostra stessa dignità. È lui che deve andar via dal partito se il governo cade, perché il partito si chiama democratico e Renzi, di democratico, ormai non ha più nulla. Voi, se lo riterrete opportuno, potrete seguirlo altrove, ma il PD deve tornare a essere il maggiore partito della sinistra italiana, con o senza Matteo Renzi. A questo punto meglio senza Renzi. E non abbiate mai paura della democrazia, sappiatela esercitare con la stessa fiducia che i vostri elettori hanno riposto in voi. Rifletteteci per favore. Le prossime ore, i prossimi giorni sono importanti per il futuro del partito e decisive per le sorti del paese 
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Grazie


Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

LAVORO
23 settembre 2014
Articolo 18, una bandiera strappata (di Stefano Olivieri)

La sinistra e il sindacato ne hanno fatto per decenni un simbolo, l’anima stessa dello statuto dei lavoratori. Oggi lo attaccano tutti, il maggiore partito al governo lo vuole eliminare del tutto non per il risultato, più che risibile, che la sua completa eliminazione potrebbe comportare nelle dinamiche del mondo del lavoro, ma per cancellare dal biglietto da visita dell’Italia all’estero ciò che è visto ormai dai più come un inutile residuato bellico, che scoraggia (dicono al governo) gli investimenti e al tempo stesso frena l’occupazione.
Sarà vero? Sarà falso che il mondo intero  non investe più  in Italia a causa dell’articolo 18? Potrei ricordare che, secondo me, è assai più ingombrante e dannosa per l'immagine e la reputazione del nostro paese la presenza attiva, ormai in tutto il territorio nazionale, della criminalità organizzata come mafia, camorra, etc., ma non voglio infoltire l’esercito chiacchierone dei benaltristi, che parlano tanto e alla fine concludono poco. 
Voglio piuttosto fare presente, soprattutto alla sinistra e alla CGIL alle quali mi sento vicino da sempre, quanto possa oggi essere dannoso difendere una bandiera strappata, la cui perdita o il cui mantenimento non sposterebbe di una virgola la dolorosa situazione del lavoro in Italia. Perché il vero problema, la vera domanda che andrebbe posta in questa disputa sull'articolo 18, in cui spesso e volentieri viene richiamato l'esempio di ciò che accade all’estero, la vera domanda dunque è: che cosa avrebbe in cambio il lavoratore italiano?

Perché se è vero che in Europa si licenzia con maggiore facilità, è altrettanto vero che lo Stato, in Francia come in Germania, in Olanda come in Svezia, è per tutto il resto molto più vicino ai suoi cittadini, anziani o giovani che possano essere. Nell’offerta di servizi alla  persona e alle coppie, nella trasparenza ed efficienza del sistema fiscale; negli aiuti per l’acquisto di una prima casa, o per la nascita di un figlio, nel supporto attivo ai disoccupati, affinché possano trovare rapidamente un nuovo lavoro affine alle competenze maturate. Infine nel regime di paghe e stipendi, che nella stragrande maggioranza dei paesi europei sono più alti di quelli italiani, e seppure le pensioni estere possono essere più leggere di quelle nostrane, quasi tutti gli operai e impiegati esteri hanno da decenni la possibilità reale, cioè sufficienti soldi in tasca, di attivare un mutuo o una assicurazione privata che garantisca loro una vecchiaia serena. Naturalmente non è tutto oro ciò che luccica e anche in Europa troviamo imperfezioni, talvolta truffe e bidoni ai lavoratori, ma rappresentano le eccezioni, non la regola come avviene in Italia. E soprattutto, in Europa i truffatori e i ladri di pubbliche risorse finiscono in galera, e ci restano.

È insomma sul fronte complessivo della qualità della vita, dell’appagamento reale delle necessità quotidiane, è nella soddisfazione completa dei diritti del cittadino lavoratore ma anche consumatore, abitante, utente fiscale che la sinistra italiana e il sindacato dovrebbero concentrare l’attenzione e ingaggiare battaglia. Perché in cambio di questo scalpo benedetto dell’articolo 18, in realtà il governo Renzi con il suo Jobs act non offre NULLA ed è questo il vero disastro, il vero problema. Il partito democratico sta ponendo il popolo dei lavoratori italiani a reddito fisso di fronte a un ricatto che di democratico, e di sinistra, non ha più niente. Perché Renzi pensa, in cuor suo, di replicare alle prossime elezioni politiche il successo del 40,8% delle europee incamerando i voti della destra, e quando ciò dovesse accadere scommetto che non esiterebbe a cambiare il nome stesso del partito democratico.
Ebbene io non ci sto, e penso che nessun democratico convinto possa accettare questa brusca sterzata.
Dobbiamo fermarlo prima che ciò accada, e sotto questo profilo la battaglia sull'articolo 18 torna a essere importante. Dobbiamo però riformularla all'interno di un quadro rivendicativo ( ma anche propositivo) più vasto e articolato, dobbiamo essere in grado di definire,  al di là di facili slogan,  i tanti deficit rispetto all'Europa che oggi contraddistinguono le difficoltà quotidiane dei cittadini italiani di fronte allo Stato, al Credito, agli enti erogatori di acqua ed energia, al diritto di curarsi negli ospedali pubblici senza che ogni ricovero divenga un'odissea pericolosa, al diritto allo studio e alla formazione in  scuole e università pubbliche che sappiano riconoscere e premiare il talento a prescindere dalla provenienza socio-economica, e sappiano sopratutto raccordarsi in modo sistemico al mondo del lavoro, per riattivare quell'ascensore sociale basato sul merito che è l'unico a poter garantire una vera, costante crescita del p.i.l. Le risorse per farlo ci sono già, non vanno cercate in nuove tasse per dipendenti e pensionati. Perché l'Italia è un paese ricco, fra i più ricchi in Europa come capitale mobile, ma questo capitale, come sappiamo,  non è equamente distribuito perché la più ragguardevole massa di reddito è in mano a una ristretta classe di cittadini. Di questi si conosce da tempo tutto, a partire dal nome e cognome per finire ai depositi bancari, per lo più all'estero, nei cosiddetti paradisi fiscali. Riconquistare al bene comune questa enorme massa di risorse non è un obbligo etico di chi governa, è piuttosto il modo giusto per restituire decoro all'immagine pubblica del nostro paese, testimoniando in modo concreto come possiamo farcela da soli, facendo totale pulizia in casa nostra.
L'attuale travaglio del PD sulla questione dell'art. 18 è tutta qui, ma non è cosa di poco conto. In un grande partito plurale e inclusivo si può e si deve discutere, quando sono in ballo gli stessi valori fondanti. La minoranza del PD deve sapere che non è minoranza nel paese e che in certi casi vale la pena di ricontarsi tutti, attraverso le elezioni.

Riflettiamo tutti e in fretta, perché si può anche perdere una battaglia se però ciò può consentirci di vincere la guerra finale. L’Italia è ancora lontana dall’Europa, ma non per l’articolo 18 della legge 300.

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it 






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