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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
18 novembre 2011
VENI, VIDI, ICI ( di Stefano Olivieri)

Ci scommetto che di tutto il bel discorso di Monti ieri al Senato, nella testa degli italiani sia rimasto a galla soprattutto un nome (che è per la verità un acronimo): ICI. L’unica tassa realmente tolta da Berlusconi ( il cui effetto poi è stato nullo per i tagli agli enti locali, costretti a loro volta a tassare) è stata subito messa nel mirino dal nuovo premier, che l’ha definita una anomalia. Ecco qui.
Da quel momento in poi nessuno ha più ascoltato nulla ed è stato un vero peccato, perché le linee programmatiche dell’intervento di risanamento prospettato da Monti sono in gran parte da condividere. Le tre parole magiche, equità, sviluppo e rigore, c’erano tutte, in fondo.
Magari ci saremmo aspettati che prima di parlare dell’ICI fosse arrivato qualche dettaglio su come rivoltare davvero le tasche dei ricconi furbi ed evasori. Perché il problema grosso del nostro paese è che i soldi ci sono e si sa anche a questo punto ( è o non è un governo di banchieri? Se non lo sanno loro come stanare i ricchi...) anche chi li nasconde.
Voglio dire insomma che prima di ripristinare l’ICI l’Italia che arranca vedrebbe di buon grado una tassa sui suv, ad esempio. Perché quelle camionette di lusso da 50mila euro in su sono un continuo sfottò per le strade e nei parcheggi (quando parcheggiano bene…) per la gente che non ha i soldi per riparare la vecchia utilitaria e per la benzina. Senza parlare di tutto il resto, dalle barche agli aerei, dai cavalli ai viaggi verso il sole tutto l’anno, dai gioielli firmati alle piscine riscaldate anche d’inverno, dai vestiti milionari alle pellicce, mai del tutto scomparse nella vipperia degli arricchiti.  L’industria del lusso in Italia va a gonfie vele, il presidente Monti lo sa bene, e ha contato finora nella più che benigna disattenzione dell’ex premier Berlusconi.
L'Italia che lavora invece non ha i soldi per acquistare bot, comprarsi l'auto e neanche, giusto per fare un bell'esempio di inversione di rotta,  per mettere i pannelli solari sul tetto. Sarebbe un bel risparmio sulla bolletta delle famiglie e una bella soluzione per la nostra fame di energia, ma l'installazione è ancora troppo onerosa e lo Stato da questo punto di vista potrebbe fare molto, ad esempio farla pagare a rate leggere direttamente sulla bolletta, considerato anche il fatto che durante le ore di mancato utilizzo l’energia elettrica prodotta andrebbe alla rete diventando un credito per il contribuente. L’equità, insomma, andrebbe declinata invertendo prima di tutto, e  in modo significativo, l’enorme flusso di denaro che da almeno 15 anni ha prosciugato i portafogli delle famiglie di operai, dipendenti e pensionati a vantaggio di chi il denaro lo ha invece accumulato e nascosto, piuttosto che reinvestirlo per il bene della comunità. Tremonti è riuscito, ammesso che ci sia davvero riuscito, a tamponare le perdite soltanto perché ha continuato a raschiare cinicamente il fondo di stipendi e pensioni, e se è vero che si è distribuita tanta CIG, è altrettanto vero che quei soldi sono stati sottratti ad esempio ai FAS (destinati al sud), alla cassa lavoratori dipendenti (con un giochetto di prestigio fatto una decina di anni fa sulla legge 88 del 1989, per rendere comunicanti fra di loro il serbatoio dell’assistenza con quello della previdenza), insomma agli stessi cittadini cui sono stati destinati.
Il sostegno al reddito, invece, soprattutto in una fase critica come questa e in presenza di un fenomeno eclatante di evasione, sarebbe giusto farlo finanziare non soltanto da dipendenti e pensionati bensì dalla fiscalità generale.
Stanare gli evasori si può e si deve fare, e senza essere tanto delicati carissimo professor Monti. È questo che aspetta l’Italia degli operai, dei lavoratori dipendenti privati e pubblici, dei pensionati, dei giovani senza lavoro e senza prospettive, delle donne che sono in maggioranza nel nostro paese. E, se mi consente, anche dei disabili e delle loro9 famiglie, dimenticate perfino da lei. Sarebbe bastato un cenno per dare una speranza, per restituire un sorriso a chi è diventato invisibile sul serio e legge il suo nome sui giornali soltanto quando parlano di falsi invalidi. Pazienza, aspettiamo fiduciosi. Buon lavoro presidente.  
Stefano Olivieri
POLITICA
18 dicembre 2008
Ci siamo, la crisi è arrivata dentro casa ( di Stefano Olivieri)
 



Fin quando te la mandano in tv la osservi da incosciente. Ti indigni, è vero, a veder piangere un padre di famiglia perché è costretto a non iscrivere la figlioletta alla mensa scolastica ( che pure dovrebbe essere gratuita in un paese evoluto), ti viene rabbia a pensare che mentre alle famiglie cominciano a mancare le risorse più semplici ed essenziali il governo si adopera, paga segretarie, lampadine accese, commessi ed avvocati , insomma spende non per trovare più soldi per noi ma per soddisfare gli ultimi desiderata del premier, che è poi anche l’uomo più ricco del paese, e dunque quello che mai sarà raggiunto nemmeno dagli spruzzi di una mareggiata che sta per sommergere l’Italia. Ti arrabbi tantissimo ma poi ti tiri su come un plaid le tue sciocche certezze e ripeti a te stesso che sarà dura è vero, ma a te non è toccato, gli altri sono lì e tu sei qui e quel poco che hai ti mette ancora al riparo da tutto.

Duole ammetterlo ma a me pare sempre di più che stiamo dismettendo tutti insieme addirittura la democrazia. La crisi, il disagio dovrebbero avvicinare, far solidarizzare la gente e invece c’è come un gigantesco riflusso di massa verso un privato grezzo e materiale, godereccio e ignorante che interessa strati sempre più vasti della popolazione da destra a sinistra, l’applicazione in chiave neoconsumista – e anche tremendamente più cinica - di quell’arte postbellica tutta italiana di arrangiarsi che allora aveva invece unito il nostro paese in un unico abbraccio spontaneo quanto solidale. Certo, forse allora c’èra anche un’altra classe politica, venuta su dagli stenti di una guerra massacrante, filtrata da sacrifici autentici e personali, tutta roba che oggi al massimo ti garantirebbe mezzora da Cocuzza in tv, non certo come aspirante politico ma soltanto come fenomeno da baraccone, per impersonare “ il lato buono degli italiani “ e mettere a posto così la coscienza comune di chi da un pezzo ha tirato in barca i suoi remi e se ne strafotte di tutti gli altri, fosse anche il vicino di casa pieno di figli che si impicca perché ha perso il lavoro.

Oggi mia moglie mi ha preso da parte appena rientrato a casa e nel porgermi il caffè mi ha detto sorridendomi quel che sapevo già, ma che speravo di non sentire almeno prima di natale. I soldi sono finiti, ancora qualche briciola e in banca siamo di nuovo in rosso, con l’uragano alle porte. Le ho sorriso anch’io, perché la donna che ami riesce ad essere sempre così semplice e pragmatica anche quando ti condanna a morte, e ci siamo messi subito a chiacchierare a bassa voce sul da farsi.

Quando i soldi arrivano in più oltre l’indispensabile per vivere, questo genere di discussioni ti mette subito di buon umore, insomma quel piglio giusto di cui parla Berlusconi quando spinge agli acquisti per risollevare il paese. Quando i soldi che entrano pareggiano appena le uscite il tuo umore è già molto diverso, perché sai che dovrai rinunciare già da domani a molte cose, dovrai sconvolgere le tue abitudini, e quel che è peggio, anche quelle di chi ti è caro e dipende economicamente da te.

Ma il vero dramma arriva quando ti accorgi che all’improvviso non va bene nemmeno il tenore di vita che stai già tenendo, che ben inteso è già roba da monastero francescano, niente vacanze da almeno dieci anni, niente cinema e cene al ristorante se non in eventi eccezionali, niente gite con gli amici, niente acquisti voluttuari e credito al consumo perfino per ricomprare la lavatrice. Improvvisamente scopri che tutto questo non ti sarà più consentito a partire dal primo di gennaio, perché come ad un appuntamento sinistro si sono incontrati il tuo conto in banca in rosso con le nuove regole inventate da Berlusconi, Brunetta e Tremonti per ricalcolare lo stipendio che andrai a percepire a partire dal prossimo anno. Il conto è presto fatto, con l’abolizione di tutto il salario incentivante per un quadro intermedio come me il salasso è stato calcolato nella misura di 5000 – 6000 euro l’anno, più o meno trecento euro al mese in meno. E per uno stipendio di 1300 euro da dividere in tre in famiglia, compreso un figlio disabile, la prospettiva di scendere a mille se non al di sotto non è allegra. Praticamente è una cassa integrazione, senza manco dirtelo e in più costringendoti a continuare anzi a lavorare e con meno tutele, visto che già stamane mi è arrivata la lettera delle prime trattenute per i giorni di assenza per malattia, ben 114 euro per sei giorni. E non sono ancora compresi i giorni della legge 104 per mio figlio, quando arriverà quella trattenuta giuro che aspetto Brunetta fuori dal ministero e me li faccio ridare da lui.

Così insomma abbiamo cominciato a ragionare, io e la mia dolcissima metà. Il bello è che a queste condizioni non basta la logica matematica, per chi è lavoratore dipendente occorre uno sforzo di vera e propria fantasia. Un macellaio ritocca i cartellini del macinato e amen, un meccanico arrotonda il prezzo di un manicotto o ricama un po’ sulla manodopera, ma un dipendente è costretto a pensare ad altro. A come far fruttare ciò che ha già a disposizione, e farlo in fretta anche.

Ti viene da sorridere quando pensi ai tempi andati e ai proverbi di un Italietta semplice semplice. Per esempio il detto “Chi non ha testa abbia gambe” che serviva di sprone a chi, non avendo voluto studiare, doveva accontentarsi di lavori semplici e faticosi per vivere. Ok, ma invece chi la testa ce l’ha e le gambe ormai le ha malferme, logorate dall’età e da una vita non semplice ? Uno così che fa, si spara soltanto perché non rientra nella casistica dei più disperati senza tutele ? Ma come fa questo governo di magnaccioni – ci fosse almeno un operaio lì in mezzo, tutti imprenditori, avvocati, ingegneri e finanzieri – a decidere qual è la soglia di sofferenza di una famiglia, e quando si può definire disgraziato un cittadino che pure lavora da trent’anni, ogni mattina a timbrare il cartellino, a fare file in auto prima che sia sorto il sole, uno che la sua laurea in architettura l’ha dovuta dimenticare perché per la carriera in un ufficio previdenziale non gli è servita a niente ?

Come fa Tremonti a decidere che quello sì lo tiriamo su e tu no, salti giù dalla nave nel mare in tempesta e tanti auguri ? Vabbè, Tremonti non me lo sono scelto io, io ho votato a sinistra e spero che presto o tardi questo stramaledetto governo possa cadere, ma intanto che cosa mi invento ? Dopo aver deciso di smettere di fumare ( e non sarà per niente facile, ma devo, con quello che costano le sigarette) e andare in ufficio con i mezzi, non mi viene in mente nient’altro di decente.

Potrei usare la rete, visto che ci navigo da prima che esistessero i server e una certa qual praticaccia ce l’ho ? Si, forse. Potrei tentare di chiedere qualcosa a chi mi ha pubblicato per anni e farmi dare qualcosa – cifre simboliche ben inteso, ma cinquanta euro al mese di qua, cinquanta di là, a qualcosa si arriva – e così finalmente monetizzare la mia passione civile, anche se messa così mi pare già una bestemmia ? Potrei fondare un circolo PD degli sfigati onesti e candidarmi alle prossime elezioni ? No, anche questo costa troppo, ci ho già pensato quando ci furono le primarie per Veltroni scoprendo che al massimo con il mio budget ( inesistente) sarei potuto andare in giro ad attaccare santini con il mio nome, sperando a quel punto nella pietà, neanche più nella stima della gente. Perché è questo il punto, tutti a dirti bravo, che l’onestà paga, ma se scoprono che oltre che onesto sei anche un morto di fame in politica ti girano le spalle, da destra a sinistra nessuno escluso. Fare politica a un certo livello, soltanto entrare nel giro delle cariche di qualsiasi genere, da un assessorato comunale fino al parlamento, vuol dire far già parte del giro che conta, che tu sia uscito fuori da pseudoprimarie o da una semplice cooptazione non ha importanza, se sei dentro vuol dire che hai avuto uno sponsor e quello sponsor prima o poi ti presenta il conto.

Potrei girare per casa e raggruppare come fanno in America tutte le cose che non adopero più, fare una bancarella e tentare di venderle. Che so, la muta subacquea di quando pesavo 15 kg di meno, certi regali di matrimonio che non abbiamo mai usato o esposto da 30 anni per quanto erano orrendi. Potrei tornare a suonare, avevo un complesso quando avevo vent’anni. O provare con una radio, nel ’76 fui tra i fondatori di Eurosound, una radio che trasmetteva da ottavo colle, e avevo anche un certo seguito fra gli ascoltatori. Potrei provare a pubblicare uno dei tanti libri che mi sono rimasti nel cassetto, potrei….

Ecco, sto già sognando come un ragazzino e invece no, devo pensare sul serio questa volta. Il sette gennaio ho un concorso interno, 100 quiz per sessanta minuti e se passi di livello almeno tamponi una parte di quei trecento euro al mese che ti porteranno via già da gennaio. E poi pazienza, andrò ad elemosinare un po’ di straordinario, vorrà dire che tornerò a casa due ore più tardi, niente pennica al pomeriggio. Probabilmente non basterà ancora per dire che nulla è cambiato, ma intanto sarà già qualcosa. Nel frattempo chissà, con tutta questa ecatombe di democratici doc forse fra breve avremo una riforma della giustizia bipartizan che metterà un bel bavaglio alla magistratura e nel giro di poco tempo tutto magicamente tornerà come prima, magari a Brunetta diranno di allentare anche i cordoni della borsa visto che la politica potrà tornare a respirare tranquillamente. Accendo la tv e apprendo che la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha negato l’arresto ai domiciliari per Margiotta. Il futuro è già cominciato, speriamo bene, per la rivoluzione c’è ancora tempo.

21 novembre 2008
DAL FONDO DEL POZZO ( di Stefano Olivieri)

Stiamo giocando col fuoco cari miei. Villari che fa il giapponese nell’isola dei comprati, Berlusconi che fa cucù alla Merkel, i pizzini a Bocchino, la Rai o non la Rai, la Cai e l’alitalia, Dalema e La Torre, le veline e Vespa. Ma se invece della tv aprite la finestra sentirete il vento che già soffia gelido e cattivo. La burrasca è arrivata e travolgerà tutta la povera gente, quella che non ha mai avuto voce se non quando la pietas televisiva ha deciso che sì, in quel momento ci stava bene la faccia in tv di un padre di famiglia che piange, o le urla di una madre che vuole difendere i suoi figli dalla miseria.

Ditemi un po’, ma che senso ha sbrodolarsi addosso questa politica televisiva fatta di frasi smozzicate, di affermazioni e smentite, di povericristi dati in pasto a giornalisti che fanno i politici e a politici che fanno i giornalisti, di piazze televisive collegate con un paese che assomiglia sempre più al terzo mondo. Che senso ha gridare al tiranno, al regime se poi quando ti levano il microfono ti ricomponi buono buono sulla tua poltroncina aspettando la prossima inquadratura ? Ma il PD degli eletti, lo sa che le chiacchiere stanno a zero, che qui i soldi sono proprio finiti ? Lo sa che le famiglie sono strozzate dai debiti, dai bancomat che non si possono più usare, dal credito al consumo che comincia a consumarti lui se non hai da pagarlo ? Lo sanno i nostri rappresentanti che uno che diventa povero da un giorno all’altro non sa da dove cominciare, se vendersi prima l’auto o tagliare perfino sul pane quotidiano ? Voi parlate di aspettare cinque anni, ma qui c’è gente che non aspetterà neanche cinque mesi, e non per scendere in piazza, non so se ci siamo capiti. L’unico, devo dire purtroppo l’unico è Epifani ad avvertire del tremendo pericolo, della catastrofe che sta per sommergerci. Ma il resto dell’opposizione, il resto della sinistra dov’è? Nel PD pare sia arrivata la notte dei lunghi coltelli, nella sinistra extraparlamentare stanno ancora cercando un nuovo modo per suicidarsi collettivamente, e intanto il tempo passa inesorabile sulle nostre speranze, sulla nostra rabbia che si incattivisce e fra breve non riconoscerà più nulla e nessuno, tutti nemici, ma nemici sul serio.

Dite un po’, ma avete la minima idea di che cosa può significare uno scontro sociale non ideologico, che nasce dalla volgare fame ? Avete idea di che cosa può fare un padre che non ha più il coraggio di guardare in faccia moglie e figli perché la loro esistenza si va degradando giorno dopo giorno ? Non sto parlando del piumino alla moda che non si può comprare, del week end che si rimanda o di altre piacevolezze simili, sto parlando della VITA QUOTIDIANA, dei soldi per i libri che servono, del macinato di secondo taglio che già costa troppo, del pesce che ormai non si può più nemmeno avvicinare per i prezzi che ha. Voi vi stupirete, direte che non è vero, che basta girare un po’ e si trova, ecco perché potete aspettare cinque anni, comodi comodi.

Qui a poverandia abbiamo finito di aspettare. Presto i blog della povera gente si spegneranno uno ad uno come i lumicini al cimitero, e la protesta si ingrotterà rancorosa per qualche tempo, disillusa dai media e dalla politica. Ma il disagio clandestino degli esclusi è quanto di più alieno da se possa produrre una democrazia, guai a sottovalutarne l’impatto. Il mio randagetto si è ammalato e l’unica cura è costituita da croccantini carissimi. Ma nel fare le buste a inizio mese, in famiglia non si è battuto ciglio, c’è una bustina anche per lui, sarà una fetta di carne di meno a testa, io poi devo anche dimagrire. Solidarietà, fra gli esclusi, è una esigenza di sopravvivenza, non una virtù, e per questo alla fine vinceremo.

C’è un sapore strano e meraviglioso in questa nuova povertà di gente che non l’aveva mai provata prima. Ci si riconosce fra sconosciuti, mentre si rovista fra i panni di un mercato o si rimette a posto una bottiglia negli scaffali del discount, ci si guarda negli occhi senza abbassarli e perfino – credetemi - ci si sorride. E’ la dignità del popolo del fondo del pozzo, ne presidiamo insieme i confini ogni giorno accogliendo i nuovi arrivi, porgendo loro la mano, rassicurandoli che questa è davvero l’ultima fermata prima dell’inferno. Ma noi lì non vogliamo andarci, per ora. Continuiamo ad alzare la testa ogni tanto per guardare la luce lassù, per raccogliere frammenti di voci indistinte sperando che qualcuno prima o poi ci lanci una corda e ci dica che è ora, che si va tutti insieme a cacciare il tiranno. Cari nostri rappresentanti, cari eletti prescelti e preselezionati, per fare davvero il vostro lavoro oggi dovreste sporcarvi un po’ le mani con la nostra povertà, dovreste assaporarla un attimo almeno, e poi se avete un oncia di giudizio dovreste lanciarci una corda subito. Ma non fateci aspettare troppo, qui sotto a furia di buttar giù povera gente si comincia a star stretti e se non arriva nessuno a porgerci una mano saliremo da soli, ammasseremo le pietre fredde della nostra coscienza politica che avete fatto annegare nella vostra indifferenza e arriveremo su tutti insieme, e a quel punto vi conviene farvi da parte perché faremo da soli. Questo paese è anche nostro, non dimenticatelo, e ce lo riprenderemo.

stefano olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/

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