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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
politica interna
11 novembre 2015
LA RIFORMONA DI RENZI RACCONTATA A MODO MIO (di Stefano Olivieri)

Vi racconto a modo mio la riformona di Renzi, a spanne, per non perder tempo. Fuori dai mille slogan sorridenti del premier e lontano da questo misterioso raddrizzamento e rialzamento del P.I.L. di gatta Italia, perché la grandissima parte di italiane e italiani, malgrado le rassicurazioni del presidente del consiglio, le fusa ancora non riescono a farle.

Dunque, il jobs act, la lanterna magica con cui Matteo Renzi ha schiavardato il mercato del lavoro. Lui, non eletto da nessuno, è riuscito prima a conquistare la segreteria del PD e dopo, autospintonato dai suoi che nel frattempo gli avevano sgombrato la strada con tante buone maniere di gentaglia del calibro di Letta, Prodi, etc. E alla fine Il rottamatore e i suoi battilamiere, insomma, una volta divenuti lui premier e loro squadra di governo, hanno partorito il jobs act, cioè hanno vaporizzato in un battito di ciglia tutto il sistema di regole e tutele, a cominciare dall’articolo 18, che fino a quel momento avevano garantito una cosa scolpita nella Costituzione, cioè che il lavoro non potesse e non dovesse mai diventare merce da supermercato, anzi peggio, da casa d'aste, auction house giusto per far pubblicità a un mio romanzo.

Il premier non eletto da nessuno ha fatto una cosa che il PD, partito grazie al quale è diventato premier, non aveva scritto da nessuna parte nel suo programma per le elezioni politiche del 2013. Quelle elezioni, come si ricorderà, il PD le vinse di così stretta misura da essere costretto, alla fine e dopo aver esperito senza successo (povero Bersani) la possibilità di una qualche intesa con il M5S, a varare una grosse koalition all’italiana, cioè quel tappeto di chiodi appuntiti e arrugginiti dove per qualche tempo, e senza essere un fachiro, cercò di camminare Enrico Letta. Fino al momento in cui Renzi gli si avvicinò come Giuda all’ultima cena e gli disse di stare sereno, perché era arrivato il primo esemplare frutto dell'accoppiamento contro natura fra sinistra e destra. Matteo Renzi, l'evoluzione della specie, il primo democristiano 2.0, ancora tutto da testare ma già scaraventato a palazzo Chigi. Solo in Italia, paese di matti, si possono vedere cose del genere. Alla caduta di Berlusconi ballammo in piazza pensando che era finita, ma doveva ancora arrivare Monti, soprattutto doveva arrivare Renzi.

Il Jobs act e il suo sistema a tutele crescenti. Come la patente a punti di Berlusconi, anche qui il welfare è a punti, te lo devi rosicchiare magari leccando il culo al padrone perché all’inizio, e per buoni tre anni, sei alla sua mercè come uno schiavo. Il Jobs act seduce soprattutto il datore di lavoro, per quella storia della decontribuzione. Che vuol dire niente contributi all’inizio, tanto quando si è giovani alla pensione non si pensa. Questo dovrebbe – ma non accade – garantire al lavoratore qualche soldo in più busta paga, visto che il padrone risparmia nei contributi. In realtà il datore di lavoro se ne infischia e le paghe sono sempre più basse, 400 o al massimo 500 euro al mese per orari di otto ore e più, se vuoi fare gli straordinari devi pregare e ti pagano quelle ore mai di più rispetto all’orario normale, spesso di meno. Per lavori senza più sicurezza (sono aumentati vertiginosamente gli incidenti nei cantieri, e chissà perché i morti risultano sempre assunti il giorno prima…), senza più rispetto per le esigenze minime del lavoratore (ambiente, relazioni sociali, anche le volte in cui si va al bagno) che è di fatto identificato nel suo lavoro, insomma in una merce.

Si lavora molto di più e si guadagna molto di meno senza fiatare perché dietro la porta c’è un esercito che insidia il tuo posto, di italiani e di extracomunitari pronti a vendersi per metà del tuo prezzo, questo è in soldoni il jobs act. Una fregatura doppia per i nostri giovani, che guadagnano così poco da non poter fare progetti di vita, come sposarsi o accendere un mutuo in banca

Una fregatura tripla anzi, se al jobs act accoppiamo la legge Fornero che Renzi, da buon democratico per come intende lui la democrazia, ha lasciato così com’era, intonsa da ritocchi. Anzi ha spianato ancor più la strada a quella legge infame opponendosi perfino alla decisione della Consulta di poco tempo fa, quella che ha giudicato incostituzionale il taglio alla indicizzazione delle pensioni fatta dal governo Monti (un altro bel pezzo da novanta. Chissà perché tutti i salvatori della patria mandano al fronte sempre i poveracci a prendere le impallinate governative, mentre i soliti noti delle solite caste restano ben protetti e continuano ad arricchirsi evadendo tasse e contributi alla faccia di chi lavora onestamente). Renzi, costretto dal clamore mediatico della notizia, prima ha scucito dal suo portafoglio ai pensionati un bonus una tantum, insomma una vera pezzenteria. Poi ha rimandato (decisione di pochi giorni fa, sfuggita ai più) a babbo morto il pagamento del resto, cioè al 2018, quando di lui e del suo governo, se continua così, non sarà restata traccia dopo il primo auspicato, sano termidoro italiano. Renzi naturalmente non verrà ghigliottinato come Robespierre perché i veri democratici (non i centouno che tesero l’imboscata a Prodi, per intenderci) queste cose non le fanno, ma nel giro di due anni tornerà, lui e la sua corte di miracolati, a fare il venditore di pentole senza coperchi in terra toscana, sono pronto a scommetterci sopra.

Comunque l’effetto perverso e combinato di jobs act e legge Fornero è stato l’impoverimento sistematico e complessivo della classe lavoratrice, di nonni, di padri, di figli e nipoti, tutti insieme. E mentre prima il figlio disoccupato poteva ritornare a casa dei suoi perché la pensione del padre riusciva a coprire anche le sue esigenze, adesso che Renzi ha accorciato anche questa coperta il futuro si presenta nero per padri e figli. Ma il premier se ne fotte, lui guarda avanti e già promette 150 milioni per dieci anni al polo di scienziati che nascerà sulle spoglie dell’Expo milanese appena conclusa. E visto che c’è, ormai a ruota libera promette, come un Tusitala de noantri, qualsiasi cosa. Dal ponte sullo stretto di Messina alla fine arriverà anche lui, come Berlusconi, a garantire figa per tutti. Boschi esclusa, naturalmente.


Stefano Olivieri
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SOCIETA'
29 marzo 2015
Il guado di Maurizio (di Stefano Olivieri)


Sono in tanti a dare delle gran pacche sulle spalle a Landini, in questi giorni. Di simpatia e di incoraggiamento, anche di stimolo affinché esca fuori dal guscio della proposta e spieghi una volta per tutte la sua proposta politica, come e quando, e con chi, potrebbe trasformarsi in formazione a tutti gli effetti, e diventare riferimento elettorale per quell’universo variegato, a lui vicino, che Landini afferma essere, attualmente, più numeroso e performante del popolo renziano.

Quanto questo accadimento debba necessariamente coincidere con una scissione del partito democratico sono in tanti a dirlo. Nel far due conti, però, il contributo che potrebbe fornire la minoranza pd al progetto di Landini è, allo stato, non determinante. D’Alema, Bersani, Damiano e Cuperlo, infatti, malgrado i toni accesi degli ultimi scambi di cortesie con il premier, non paiono ancora del tutto convinti a fare un passo così impegnativo. Anche perché sono politici abituati a essere protagonisti e nella nuova primavera di Maurizio Landini potrebbero essere costretti in nun ruolo da comprimari, almeno in un primo momento.
C’è poi il popolo di SEL, accreditato comunque di un 4% che rappresenta appena un decimo del PD misurato alle ultime elezioni europee. Ben più determinante potrebbe essere l’apporto del popolo dei delusi che da anni hanno rinunciato a votare. Su questo fronte Landini può e deve lavorare con coraggio, anche perché il suo messaggio è esattamente rivolto ai tanti che hanno smesso di partecipare all’impegno politico da quando nessuno ha più richiesto loro di esprimersi su temi strategici quanto dimenticati.
Ne elenco quattro, per sintesi. Il lavoro e la scuola. Appiattendosi sulla riforma Fornero con il Jobs act Renzi ha gettato di fatto le basi per la creazione di una nuova manovalanza a basso costo con cui le imprese italiane e straniere, a suo dire, potrebbero ricostruire il pil italiano E l’uscita di Poletti con l’ipotesi degli stages di lavoro estivo per gli studenti, accredita ancora di più questa ipotesi.
Poi c’è la casa e la sanità pubblica. Due temi che sembrano scomparsi dal dibattito, eppure sono pesantissimi. L’impoverimento di salari e pensioni determina oggi enormi problemi anche dal punto di vista abitativo, atteso il fatto che di edilizia popolare non si parla più da decenni a livello nazionale come locale, anche a causa dei tagli della spending review. Per ciò che riguarda la sanità la situazione è ancora più drammatica, sono sempre pi i cittadini italiani che rinunciano a curarsi (e non parliamo neanche di medicina preventiva…) perché non ne hanno i mezzi.
Di tutto questo si dovrebbe tornare a parlare, e ancor prima si dovrebbe manifestare per ricordare all’esecutivo quali siano i problemi del paese reale. Servirebbe un risorgimento del movimentismo che alla fine degli anni novanta riempì le piazze di tutte le città italiane, e forse servirebbe anche un’idea, più robusta e pragmatica della semplice e un po’ grossolana ipotesi di coalizione sociale di Landini, di una nuova “Italia che vogliamo” sulla falsariga di quella che lanciò Romano Prodi, e che poi diventò l’Ulivo.
Ecco, servirebbe che tornasse quell’Ulivo lì, magari insevatichito dalle troppe ristrettezze ma vitale e ben distribuito su tutto il territorio nazionale. Vorrei proprio vedere se a quel punto Matteo Renzi parlerebbe ancora di “ennesima parata”.
Nessuno in Italia, potrei giurarci neanche Maurizio Landini, desidera lotte fratricide. C’è soltanto un gran bisogno di democrazia, e di conoscenza dei problemi da parte del paese, in particolare le fasce più deboli e indifese della popolazione. Se un leader, se un premier non riesce a percepire l’urgenza di uno scambio vero e disincantato con i suoi sostenitori, anche quando questo dovesse costargli l’aggiornamento della sua agenda di riforme, ebbene quest’uomo ha e avrà grandi problemi di governo, a partire dai prossimi mesi.

Stefano Olivieri

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POLITICA
8 dicembre 2014
SERVE TORNARE ALLE SORGENTI DELLA DEMOCRAZIA (di Stefano Olivieri)

Quando i partiti avevano una struttura gerarchica vera dalla segreteria nazionale fino all’ultimo iscritto, chi partecipava attivamente alla vita del partito aveva opportunità di conoscere e farsi conoscere nelle riunioni, tante e sempre partecipate, che avvenivano durante l’anno. E quando la riunione era elettiva circolavano i nomi, i curricula di chi si proponeva, le proposte e i programmi da valutare e votare. E i nomi degli eletti, alla fine, non erano mai sconosciuti, la delega non si dava mai in bianco e seppure esisteva la cooptazione, questa non era la regola ma l’eccezione di un’organizzazione che fondava la sua forza sulla partecipazione attiva di ogni singolo iscritto. I partiti oltre alle sezioni avevano perfino la scuola, ricordo quella di Frattocchie per il PCI.

Oggi ci sono invece, per sfruttare al meglio le infinite opportunità di visibilità di tv e reti digitali, i partiti liquidi, dove la gerarchia è ridotta all’essenziale, da una parte gli eletti e i leaders, dall’altra gli elettori. Il partito liquido si espande facilmente (ricordiamo Forza Italia che, appena nato, vinse le elezioni esprimendo anche il presidente del consiglio) ma pecca in democrazia, perché la selezione interna è praticamente assente e la cooptazione è diventata la regola, basti vedere ministri e ministre usciti dal nulla nelle ultime legislature. E la legge elettorale tuttora in vigore deprime ancora di più la sovranità del voto popolare, riducendo le elezioni a una vera e propria farsa.

Come meravigliarsi, a questo punto, del livello di corruzione raggiunto dalla politica italiana se le regole per formare la classe (sarebbe opportuno dire casta) politica stessa sono state modificate in modo da favorire la corruzione, invece di combatterla? Ora che il vaso,i vasi cominciano a scoppiare bisogna raccogliere i cocci e fare pulizia, ma subito dopo saranno da ridiscutere dalle fondamenta le regole della politica, altrimenti non ci libereremo mai delle partecipate corrotte e del malaffare capace di prosciugare le risorse non solo di singoli comuni ma dello stesso Stato italiano (ricordo la cassa per le calamità con a capo Bertolaso, costituita presso la presidenza del consiglio dei ministri. Lì arrivarono le donazioni, miliardi di euro, dei singoli cittadini per le alluvioni, i terremoti, gli tsunami. Ancora non sappiamo che fine abbiano fatto quei soldi).

Siamo al punto di non ritorno. Occorre tornare alla sovranità popolare da una parte, rendendo i cittadini più informati e responsabili, modificando i meccanismi di selezione e delega a tutti i livelli in chiave di democrazia vera e partecipata, infine sanzionando con la galera chi sbaglia, perché fare politica non è obbligatorio bensì una scelta libera e responsabile, e chi la fa deve avere subito ben presenti i rischi che correrà se il suo comportamento al servizio della comunità non sarà più che irreprensibile.

Insomma, per eliminare, eradicare dalla società italiana il “territorio di mezzo”, serve estendere il potere del “popolo di sotto” di tutti noi cittadini elettori fino a contaminare, con un controllo diretto e benefico, il popolo di sopra, quello degli eletti, in parlamento e nei comuni e regioni italiane. E basta con i duci onnipotenti, ai duci si delega tutto e si evita di pensare, non va bene. La democrazia è un bene prezioso che va conquistato e alimentato ogni giorno da tutti i cittadini, nessuno escluso.

Stefano Olivieri

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POLITICA
29 novembre 2014
ITALIA CAMBI VERSO? (di Stefano Olivieri)


Non ci si annoia davvero. Perché è in questo periodo che l’elettorato del PD è continuamente chiamato a chiedersi se il suo partito, che esprime anche il premier del primo governo di sinistra della repubblica, sia davvero ancora democratico. Il dubbio è legittimo: l’alleanza con Berlusconi e NCD; la chiusura di ogni contatto con il sindacato e con le parti sociali, escludendo guarda caso Confindustria; il varo di una legge di stabilità e del Jobs Act che non solo confermano quanto già fatto dai precedenti governi Berlusconi, Monti e Letta, ma sono ancora più distruttivi nei confronti di tutele e diritti dei cittadini lavoratori e delle loro famiglie.

Ebbene, come se ciò non bastasse a fornire sufficiente materiale al dibattito politico, assistiamo oggi anche all’implosione del M5S. Dopo le ultime epurazioni di eletti grillini ( ho perso il conto fuoriusciti, forse sono già sufficienti per formare un gruppo autonomo senza ricorrere a quello misto ) il comico genovese dichiara di sentirsi stanco e di farsi dunque da parte, ma nel contempo nomina d’imperio i suoi cinque successori, scelti fra i grillini eletti alla Camera. Da quel che si vede se questo direttorio non si muoverà in fretta e bene, la sindrome orfanile spingerà gran parte dell’elettorato del M5S a rompere le righe, diventando di fatto terreno di caccia e conquista per le altre formazioni politiche.

Già, ma quali? Viene da ridere perché, PD a parte, anche Forza Italia non mostra buona salute. Il suo colorito è anzi cadaverico dopo l’ultima strapazzata elettorale in Emilia e in Calabria.

Resterebbe a questo punto soltanto la Lega Nord, cioè Salvini. La Lega in effetti ha già capitalizzato il brutto momento degli avversari, raggiungendo percentuali neanche mai sognate in Emilia e Calabria. E così il paese che vanta il passato più lungo e glorioso, e al tempo stesso la crisi economico sociale più penosa del pianeta, dovrà probabilmente affidarsi a uno di questi due contendenti, mentre nel frattempo tutte le formazioni politiche della seconda repubblica sono gravemente ammalate, se non già morte. Non c’è da stare allegri, perché i due saranno pure giovani con tanta voglia di fare, avranno pure il merito di aver rottamato la vecchia classe politica, ma non hanno dimostrato finora di saper passare dal dire al fare. Quel che mi preoccupa di più è anche il pensiero che in questa ansia rinnovatrice si sia finiti per buttare via il bambino insieme all’acqua sporca, così che adesso non ci si può neanche voltare indietro per tentare di raccogliere qualcosa di utile.

O forse sì, perché è rimasto Vendola. Però anche lui ha appena litigato con Emiliano e ha detto che rinuncia a fare le primarie con questo PD così deviato a destra. Non gli do torto e non credo, però,  neanche all’ipotesi di una rivoluzione proletaria nel mio paese. Forse, ma più che un dubbio, questo è ahimè un presentimento, il popolo italiano è più propenso ad accettare un nuovo duce. Vorrà dire che mi darò alla macchia e mi schiererò con i partigiani, che spero si formeranno nelle nostre campagne e montagne. Viva l’Italia.

Stefano Olivieri

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POLITICA
6 settembre 2014
La notizia del PD che parla con SEL (di Stefano Olivieri)

La ripresa del dialogo fra SEL e PD è diventata, nell’Italia renziana, perfino una notizia da prima pagina. Ripenso con tristezza all’ottobre del 2013, quando Bersani e Vendola sistemarono Grasso al Senato e Boldrini alla Camera, rilanciando il progetto, poi abortito, di Italia Bene Comune e confidando in un ritorno al voto. Poi è successo altro, Renzi ha vinto le primarie ed è diventato segretario, poi ha raggiunto la presidenza del Consiglio e la sua leadership è straripata con i risultati alle elezioni europee. Il resto è cronaca dei nostri giorni e mostra un PD sempre più spostato al centro e un capo dell’esecutivo sempre meno incline al dialogo con la sinistra, anche nel suo stesso partito, per non parlare poi del sindacato CGIL e di SEL, per l’appunto. Non mi affeziono alle sigle e agli slogan e bado all’osso, come è costretta a fare la stramaggioranza degli italiani ogni giorno. E l’osso mi dice che la crisi morde più di ieri e il lavoro non c’è, soprattutto per i giovani e le donne, soprattutto al sud. Draghi ha appena diminuito quasi a zero il costo del denaro, ammonendo le banche ad alleggerire i tassi di sconto su mutui e depositi bancari, e invitando il governo alle riforme strutturali. Con un po’ di coraggio in più si potrebbero trovare e rendere stabili risorse sufficienti a sbloccare i contratti di lavoro fermi da almeno cinque anni, dando un po’ di respiro alle famiglie dei lavoratori dipendenti, che non possono essere messe a tacere con un bonus di ottanta euro che, a detta della Picierno, consentirebbe perfino di comprare la Nutella.

Riforme strutturali è una gran bell’immagine, che però deve essere coerente con se stessa. In Italia lo squilibrio nella distribuzione della ricchezza ha superato da tempo il segnale di allarme, che in qualsiasi altro paese democratico avrebbe comportato quanto meno una revisione secca del regime fiscale in vigore. Qui da noi invece tutto tace e negli annunci delle cose da fare in mille giorni non leggo nulla che possa far sperare in un futuro più roseo. Ci teniamo il falso in bilancio, ci teniamo il blocco dei contratti, ci teniamo le tasse sempre più alte e le pensioni sempre più magre. E per risolvere i problemi dello Stato si guarda sempre e soltanto alle tasche dei dipendenti e dei pensionati, che vengono sistematicamente adoperate come un bancomat.

Voglio lanciare su twitter l’hashtag #renzinonmiconvinci e tastare il polso al paese. Perché il mugugno, il maldipancia nel PD non è cosa da trascurare e ha referenti importanti e numerosi, in ogni abitazione della nostra bella e amata Italia. Perciò, caro Matteo Renzi, riapri il dialogo con SEL, sarò io il primo ad applaudirti, purché tu non metta subito le mani nel piatto. Perché c’è un cuore che batte a sinistra anche nel PD, e non è affatto un cuore malato. C’è una gran fetta di elettori con una grande voglia di democrazia sana e solidale, che non ha per niente paura di manifestarsi di manifestare quando tu esibisci il 41% raggiunto alle europee.
Perciò niente ricatti lo diciamo noi a te, presidente del consiglio NON eletto dagli italiani, tienilo sempre a mente. Non abbiamo mille giorni di tempo per aspettare la cicogna, e non abbiamo paura di andare a elezioni anticipate non appena ci saremo liberati del porcellum e avremo adottato una legge elettorale degna davvero di un paese democratico. Il che significa che anche il tuo furbo italicum non ci piace per niente, ma tu questo lo hai capito da tempo e ci impensierisce il fatto che non ne voglia più parlare. Perché quando non riceve mai risposte, il popolo alla fine se le va a cercare lo stesso, senza paraocchi e talvolta in modo sbrigativo e violento. Anche questo lo sai bene, perciò fai le scelte giuste al momento giusto, cioè subito. E se ritieni per te impossibile un progetto di alleanza, culturale prima che politica, che stabilmente guardi a sinistra, allora puoi anche fermare, fin da adesso, l’orologio dei mille giorni e tornare a far visita a Napolitano. Perché di nuove elezioni, purché democratiche sul serio, questo nostro paese non morirà di certo, e neanche l’Unione Europea.

Stefano Olivieri
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14 dicembre 2013
ATTENTA ITALIA (di Stefano Olivieri)
 

Attenta Italia. Se questa sia la protesta di autentici forconi proletari o piuttosto quella dei porconi che fino a ieri hanno addentato la parte debole del paese, non so dire. Troppa confusione in giro, troppa baruffa nell’aria. Ci sarebbero anche i sorconi aggrappati al sultano, ma questo è un altro discorso, non meno pericoloso, però.

Ho parlato spesso, in questi ultimi anni, dei mille fuochi che si andavano accendendo. Dalle fabbriche agli uffici, dalle aree metropolitane alle campagne. La gente non ce la fa più, e quando l’orizzonte si abbassa, quando la prospettiva certa è quella di un domani assai peggiore dell’oggi, chi già sta sul fondo del pozzo prende a salire, a mani nude, per riguadagnare la luce.

Se i mille fuochi diventeranno un milione sarà difficile sapere quando e come, dentro a quel falò, si sono imboscati i furbi. La democrazia è un esercizio quotidiano fatto di sintesi e di ragione, quando resta soltanto la sintesi esce fuori il peggio, il rifiuto di tutto e tutti e si finisce in mano al re travicello di turno.

Vorrei che ci fosse un sussulto di dignità in parlamento e smettessero tutti di guardarsi allo specchio. L’unica cosa decente da fare è varare una nuova legge elettorale che renda di nuovo il popolo sovrano nelle scelte, e subito dopo andare a votare.

Subito dopo, perché non c’è più tempo. La crisi corrode ormai i valori fondanti dello Stato democratico e nessun democratico può realmente desiderare uno stato di polizia. Ma le urla in piazza ormai questo portano, la richiesta della testa dei nemici, senza mezze misure. La tabula rasa, per ricominciare.

Non c’è tempo per le mezze bugie e le mezze verità. Non si varare una legge che elimina il finanziamento ai partiti dal 2017, chi non ha neanche un mese di autonomia si sente ancor più preso in giro. Così, per contro, non si può sbattere sul banco degli imputati Equitalia e condannarla all’impotenza, va invece preteso che Equitalia rivolti le tasche giuste, quelle che con la ctrisi si sono riempite a dismisura mentre gran parte del paese è ridotto alla fame vera.

I ricconi in Italia ci sono, e poco importa che non si vedano i loro soldi, blindati in Svizzera o alle Cayman. Si svuotino le carceri di quelli che han rubato alimentari al supermercato e le si riempiano di questi cinici furbacchioni che hanno azzannato per decenni il paese, e continuano a farlo. Non possono esistere mezze misure non ce ne facciamo niente degli sconti sui libri e sulle assicurazioni se i salari sono regolati da norme che premiano soltanto il padrone. Non arriveremo da nessuna parte se continueremo a considerare merce il lavoro, e il lavoratore vuoto a perdere. Alla fine l’incendio totale sarà inevitabile, e non ce ne sarà più per nessuno.

Legge elettorale, elezioni, patrimoniale vera per tutti i redditi non reinvestiti e carcere vero per gli evasori. Intanto per cominciare e restituire fiducia e speranza a un paese che non vuole più essere preso in giro. Fuori i mercanti e i santoni dal tempio della democrazia, torniamo a contare e torniamo a contarci, con le spalle dritte e la testa serena, perché ci sarà sempre qualche furbetto pronto a infiltrarsi. Renzi legga la lettera di Reichlin e mediti, questa è l’ora della verità. Il governo la smetta di essere ondivago e passi la mano, non vogliamo un nuovo ventennio e non ci tireremo indietro. Sappia, Letta, che la sinistra non ha ancora imbracciato i forconi, ma potrebbe decidere di farlo, prima o poi.

Stefano OLivieri
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26 aprile 2013
IL GOLPE? L'HA FATTO GRILLO (di Stefano Olivieri)
 



Il premier incaricato Enrico Letta già tentenna e si prende un giorno in più per decidere. D’altra parte il PDL, mancando il padre padrone Berlusconi (in America a coccolarsi con Bush), ha dato una risposta interlocutoria e oggi, al ritorno del cavaliere, si saprà meglio. Berlusconi più che mai al centro della scena, vero vincitore di questa schizofrenica commedia delle beffe. Ma deve, ancora una volta, ringraziare Grillo.

Il comico genovese e il suo popolo hanno reso un gran bel favore al cavaliere, non c’è che dire. Fino a due mesi prima delle elezioni il centrosinistra era abbondantemente in testa ai sondaggi elettorali, sulla scia delle elezioni primarie, svolte in modo tradizionale, gazebi nelle piazze, schede e carte d’identità in mano. Poi è arrivato il M5S con le sue parlamentarie (meno di 35mila voti online per eleggere i rappresentanti, un vero colpo di fortuna per chi si è poi ritrovato in Parlamento spinto da neanche dieci voti di amici e parenti). Ma l’effetto scenografico di modernità, cui ha contribuito l’età media del popolo grillino, davvero bassissima, è stato trainante verso un successo elettorale inatteso per lo stesso Grillo. 162 fra deputati e senatori e un problema grosso, quello di farli lavorare in parlamento. Che fossero inadeguati Grillo lo sapeva da subito: dovevano crescere, imparare perfino l’abbecedario delle istituzioni, ed era maledettamente pericoloso che cominciassero a parlare con gli altri in parlamento. Ve lo ricordate Grillo, prima delle elezioni, come parlava del suo popolo in piazza? Diceva "Guardateli! Sta succedendo una cosa straordinaria! Sono loro che decidono, fanno tutto da soli!" Arrivati in parlamento, il capo ha tirato fuori dalla tasca il telecomando.

Così è scattato da una parte l’attacco sistematico al PD e dall’altra il congelamento della risorsa. I grillini telecomandati, chi sbaglia fuori dal partito. L’unico facile ordine da eseguire: dire no a tutto, così non si commettono errori. E poco importa se il governo non parte, poco importa se molti dei voti grillini sono venuti da delusi della sinistra, che speravano invece di accelerare il cambiamento. Poco importa se l'intero paese va allo sfascio completo.

Il resto, è cronaca di questi giorni. La sinistra frantumata e la destra più forte che mai. L’abbraccio mortale fra Pd e PDL alla fine è avvenuto e Grillo e il suo blog si leccano i baffi. Lo chiedo di nuovo: chi ha fatto il golpe?

Personalmente non credo che questo governo riesca a partire. Troppi galli a cantare, e ogni giorno che passa è un’emorragia di voti da quello che una volta era il più grande partito del centrosinistra. Perciò, meglio l’eutanasia controllata, un bel divorzio e quel simbolo e quel nome vanno al rogo, non li deve adoperare più nessuno. A sinistra si è già aperto più di un cantiere, ma dovrà essere uno solo per ridare speranza e riferimenti certi ai democratici italiani.

Italia Bene Comune deve nascere senza ombre e diventare la casa, l’officina delle idee e del riscatto collettivo di chi è davvero disperato, non certo di chi passa tempo a gingillarsi con Casaleggio. Sarà un cammino impegnativo e con ogni probabilità il tempo è breve.

Così è verosimile pensare che le prossime elezioni le vincerà la destra, che ha risorse generose per fabbricare sogni convincenti a cui, alla fine, crederanno gli stessi grillini.
Lo chiedo ancora una volta: chi ha fatto il golpe, e perché?

Stefano Olivieri

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21 aprile 2013
ITALIA BENE COMUNE. Subito! (di Stefano Olivieri)

Il Pd è morto. La democrazia è un bene comune che unisce chi la riconosce e divide chi tenta di servirsene per fare altro. A Dalema non andava bene Prodi, a Renzi non garbava Rodotà e il PD si è spiaggiato con la rielezione di Napolitano che prelude inevitabilmente a un governo di larghe intese con la destra di Berlusconi o a elezioni anticipate con un centrosinistra sfasciato.

Non c’è tempo per piangere sul latte versato perché è il paese a piangere, prima di tutto. Problemi gravissimi incombono su milioni di famiglie e la disperazione è una cattiva consigliera. Tocca dunque ricreare un riferimento affidabile prima che si accendano i fuochi e che qualche capopolo approfitti del caos. Ci vuole un bell'esorcista per il partito posseduto dai demoni e quest'esorcista non può essere che esterno al partito, senzqa baffetti e senza accento fiorentino per intenderci.

Berlusconi è già in campagna elettorale e ha risorse sufficienti per dipingere una nuova fantastica tela fatta di meno tasse e più lavoro. Grillo cavalca l’ondata di indignazione popolare per la mancata elezione di Rodotà a presidente, che anche moltissimi democratici avrebbero volentieri visto al Quirinale. Se la demagogia diventa sovrana, l’Italia è fritta. La rete politica è inquinata dalla casta e dai veleni degli affari personali, ma attenzione: la rete dei cittadini non è immune da critiche, non è salvifica per il semplice fatto di essere “altro”. La democrazia ha delle regole, faticose ma indispensabili, da seguire per garantire delega e rappresentanza politica agli eletti. E se Berlusconi ha mandato le sue badanti in parlamento, anche Grillo ha le sue colpe perché con il suo esercito di eletti (mediamente impreparati al compito) non ha voluto rispondere all’offerta del PD (gli otto punti su cui si poteva cominciare a lavorare) per alimentare il malcontento e aumentare il suo bottino di voti, ma di fatto uccidendo il paese. 

Il comico genovese ora consegna il governo nelle mani di Berlusconi. Il M5S, ben intesi, non ha distrutto il PD, che ha fatto tutto da solo, ma ne ha sicuramente agevolato il disfacimento lasciando la destra libera di capitalizzare questa situazione. E Bersani ha commesso errori, è vero, avrebbe dovuto staccare la spina a Monti prima di Berlusconi e andare subito a elezioni. Ora però non c’è tempo per voltarsi indietro, in maniche di camicia tocca sudare e organizzare in fretta una casa comune.

L’otto maggio è la prima data utile per questa costituente di sinistra, già convocata a Roma da Nichi Vendola. Per quella data mi auguro che il PD sia già morto ( e anche il simbolo deve essere distrutto) e che donne e uomini di buona volontà si riuniscano per risolvere i problemi delle famiglie italiane alle prese con il rosso in banca, con l’Imu, con la disoccupazione, con la fame. Ricominciamo dal lavoro, dai diritti dei più deboli, da una giustizia fiscale e retributiva che da troppo tempo è assente. Ristabiliamo i confini e il decoro della classe lavoratrice, facciamo che il lavoro smetta di essere merce, guardiamo alla Costituzione che è l’unica vera garanzia. I partiti liquidi, i frullati misti di imprenditori d’accatto e mestieranti della politica, lasciamoli ad altri perché la nuova bandiera stavolta dovrà essere chiara e facile da impugnare. ITALIA BENE COMUNE, potremmo chiamarla, come già si era detto. Ma può avere anche un altro nome, l’importante è essere sicuri dei compagni di viaggio, perché fra un paio di mesi si va alle elezioni.

Vendola, Barca, Fassina, Orlando, Orfini  e  i “giovani turchi”, la Puppato, Cofferati e tutti gli altri altri. Ma I nomi servono solo a indicare la strada ad almeno quindici milioni di cittadini che attendono di essere davvero rappresentati e difesi. Poi ci vorranno le idee, quelle giuste e condivise. Per costruire prima di tutto, che è molto più complicato di distruggere, e Grillo lo sa bene, per questo tiene in freezer i suoi eletti.

Facciamolo subito, questo nuovo partito. 

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it


20 aprile 2013
CHI HA TRADITO CHI? (di Stefano Olivieri)


Prima o poi sarebbe accaduto. Che la fusione fredda di Margherita e Ds nel PD non abbia mai fuso una beneamata ceppa lo si sapeva da un pezzo. Tant'è che Rutelli, la Binetti, Ichino e tanti altri se ne sono andati. Che il PD da tanto non fosse nè carne nè pesce, lo si sapeva anche. Il partito liquido di Veltroni è stato un alibi per ignorare i problemi, la verità oggi, chiara finalmente, è che quel termine "democratico" è abusato e sopratutto abusivo.

Che cosa sia il PD e chi intenda rappresentare oggi è una domanda dalle troppe risposte. Molte fra loro contrastanti. Ha imbarcato imprenditori che lo hanno usato come taxi, per poi collocarsi altrove. Ha fatto pari e patta fra impresa e lavoro ma di fatto, almeno negli ultimi anni, ha privilegiato l'impresa, se non altro nelle scelte legislative (leggi governo Monti). ha cambiato segretari con le primarie addomesticate, perché i signornessuno neanche con le primarie sono intercettati, se già non fan parte di qualche cerchio magico.

E poi, ci sono le anime nere, i vecchi rancori, la saga infinita della guerra incrociata fra l'apparato e l'aria fresca che tenta di entrare. Ha poco senso oggi fare la lista dei buoni e dei cattivi perché questo partito è morto e va rifondato. E' inutile accanirsi, lo dico a Bersani o a quel che resta di lui e lo dico a Renzi: il PD non è di nessuno di voi, semmai è degli elettori italiani che lo hanno votato. Questi elettori secondo me nella gran parte sono di sinistra e ben oltre le posizioni della segreteria, ma siccome non è dato saperlo se non attraverso le elezioni, la cosa più giusta sarebbe quella di dichiarare morto e sepolto questo partito e il suo simbolo, per tutti.

Dopo di che, ciascuno scelga la sua strada e se ha grano da macinare, farà pane. 
L'ho scritto qualche settimana fa, facendo la sibilla cumana: tutta la quota di sinistra del PD si allei con SEL e fondi ITALIA BENE COMUNE, un bel partito di sinistra che guardi prima di tutto al lavoro e ai diritti. 

Gli altri, Renzi e i suoi, Dalema e i suoi, e via discorrendo, facciano ciò che reputano meglio. 
Ma non parliamo più di PD e sopratutto facciamo in fretta, perché le elezioni sono dietro l'angolo e il popolo democratico attende di avere finalmente un riferimento stabile e inequivoco.

E che, per dare il primo segno, questa parte del PD che ha il cuore a sinistra voti Rodotà, in blocco. Ehi, Bersani: chi ha tradito chi? 


Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it


17 aprile 2013
PRESIDENTI DI UN'ITALIA PIU' POVERA (di Stefano Olivieri)



Chiunque sia, il prossimo sarà il Presidente di un’Italia più povera e affannata. Che in percentuale sempre crescente ha ormai  il problema del pane quotidiano, e sta perdendo la voglia di sognare.

Il prossimo Presidente della Repubblica andrà a sedersi su una polveriera. Siamo da quasi due mesi senza governo e in molto più di metà del paese il reddito pro capite precipita giorno dopo giorno. I giovani, le donne, i pensionati. La crescita inarrestabile della disoccupazione, che svela il vero scopo della riforma Fornero, quello di creare manovalanza a prezzo sempre più basso distruggendo regole e tutele. C’è un gran pezzo d’Italia che non cresce per fame, per mancanza oggettiva dei requisiti minimi che qualsiasi crescita dovrebbe avere. Chi si è approfittato della crisi – e continua ad approfittarne – ha ormai raschiato il fondo della botte e presto si dirigerà altrove perché l’azienda Italia è un morto che cammina. Il governo che ancora non c’è non potrà più rivolgersi ai soliti noti per raddrizzare il bilancio, perché anche la classe media è entrata in sofferenza. Serviranno altre misure, da rivolgere a chi potrà sopportarle, e occorre fare in fretta prima che la disperazione faccia scoppiare i fuochi.

Siamo oltre la metà di aprile e fra breve si dovranno versare le tasse e l’Imu. È facile prevedere quanto e come quest’anno la disobbedienza fiscale crescerà, per necessità. In quest’esercito di disperati si nasconderanno ancora meglio gli evasori fiscali incalliti, se non li prenderemo prima. Se lo Stato non darà un segno, forte, di presenza e autorità.

Non possiamo essere all’infinito l’Italia dei furbetti. I giornali tedeschi hanno senz’altro interesse di bottega a dipingerci così, come i “chiagne e fotte” del mediterraneo, ma la verità è che lo squilibrio fra ricchi e poveri non è stato mai così corte nel nostro paese come adesso. Ci riflettano su, i poveri che votano ancora Berlusconi. E i sognatori che hanno votato Grillo, sperando di voltare davvero pagina. Perché a causa di Grillo quella pagina si è fermata al 24 di febbraio, tutte le altre ci si sono incollate sopra.

Il prossimo Presidente della Repubblica. Il prossimo Presidente del Consiglio. Aspettandoli questo paese muore e il primo capopolo d’accatto potrebbe, vorrebbe beccarsi alle prossime elezioni i voti di tutti. E infatti sono già in due, Berlusconi e Grillo, a chiedere senza pudore il 51 %., ben sapendo che un partito dal 51 % puzza già di regime ancora prima di arrivare al governo.

Italia mia, stai attenta, scegli la strada della ragione. La democrazia non prende mai scorciatoie perchè è sacrificio quotidiano, è coraggio, è fiducia in se stessi e nei compagni di viaggio. Purché siano quelli giusti.

Stefano Olivieri

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