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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
POLITICA
4 novembre 2014
IL PD CON O SENZA RENZI. MEGLIO SENZA (di Stefano Olivieri)
 

L’Italia è ammalata gravemente e le cure sembrano tutte costosissime e debilitanti. I luminari europei continuano a emettere bollettini poco rassicuranti sul nostro paese e stiamo ancora attendendo la più volte promessa alzata di reni del premier Renzi, che ha sì varato una manovra in deficit ma con l’impegno di non sgarrare neanche di una virgola dai limiti imposti dalla UE. E sembra che tutto il marchingegno, costruito per la risalita dalla crisi più lunga dal dopoguerra, ruoti attorno al lavoro e al Jobs Act, un provvedimento che il governo non ha voluto negoziare neanche in minima parte con il sindacato, mentre è stato molto attento e disponibile al dialogo con la Confindustria.

La sensazione diffusa in tutto il paese, non solo quello sindacalizzato e politicizzato a sinistra, è che le nuove regole sul lavoro abbasseranno l’asticella delle tutele per tutti i lavoratori dipendenti pubblici e privati, sia quelli cosidetti garantiti che quelli attualmente non tutelati , e questo nuovo quadro di regole sarà naturalmente imposto a tutti i nuovi assunto. Ciò che fa dire non senza ragione a tutti i sindacati, e non solo a Landini, che per risolvere il problema dei precari italiani Renzi ha deciso di precarizzare tutto l’universo del lavoro dipendente, così il malanno da patologico si trasformerà in fisiologico e a quel punto se ne valuteranno le nuove opportunità.

In realtà qualsiasi padrone, pubblico o privato che sia, si tiene ben stretti i dipendenti efficienti e volenterosi, e tende a confermarli se il loro contratto è a tempo determinato. E la legislazione attualmente in vigore già consente, a parte i casi interessati dal famigerato articolo 18 della legge 300/74, di sanzionare fino al licenziamento in tronco chi non lavora ovvero commette reati sul posto di lavoro. Dunque perché arrivare al Jobs Act, soprattutto perché arrivarci senza neanche aver ascoltato le ragioni dei rappresentanti dei lavoratori?

La risposta è consequenziale, non occorre essere psicologi. Il Jobs Act di fatto scardinerà il potere di rappresentanza dei sindacati, polverizzandolo e lasciando ogni singolo lavoratore in mano all’arbitrio del suo padrone. E siccome la logica di qualsiasi iniziativa imprenditoriale è il business, ciò significa che anche i lavoratori più valenti e rispettosi delle regole padronali saranno ricattabili su tutte le questioni riguardanti la loro prestazione: orario e posto di lavoro, sicurezza, salario. Praticamente tutto. Renzi di fatto indica alle imprese, come soluzione alla crisi, la possibilità di abbassare discrezionalmente tutti i costi, da quelli dei macchinari fino alle risorse umane. E se ci aggiungiamo la considerazione che nulla è stato predisposto per una più qualificata formazione professionale, e che molto si è tolto dalle tutele per l’invalidità da lavoro, il quadro finale è quello di uno scenario, per i futuri operai e impiegati italiani, in totale regressione rispetto al passato e sempre più vicino agli standand dei paesi dell’est Europa. Insomma, se avevamo paura dell’idraulico polacco che veniva a fregarci il lavoro in casa nostra, d’ora in poi non dovremo più averne e anzi potremo scegliere di andare a lavorare in Polonia a pari condizioni.

Ora capisco perché Squinzi si è spellato le mani ad applaudire Renzi.

C’è un’ ultima considerazione tutta politica, non irrilevante. Con le sue ultime scelte il premier Matteo Renzi di fatto ha consolidato, lo dicono accreditati sondaggi, il suo elettorato più stabile e convinto nell’area di centrodestra e non più nel centrosinistra. Dunque non ha più bisogno del PD, potrebbe anche andarsene domani e continuare a mietere consensi e voti dal nuovo palco del suo partito della nazione, o come altro diavolo vorrà chiamarlo.
Non lo fa soltanto per questioni di opportunità, cioè non vuole essere lui a restare con il cerino acceso in mano e preferisce che siano altri (leggi: minoranza PD, sinistra e CGIL) a provocare eventuali elezioni anticipate.

La pattuglia dei renziani è diventata maggioranza nel partito, è vero. Ma soltanto perché si è aggiunto allo sparuto drappello dei renziani nativi, quelli che seguivano Renzi quando era ancora sindaco di Firenze, tutto un blocco di deputati e senatori, ex PC, PDS e DS, che per convenienza personale hanno giudicato utile avvicinarsi a un premier che di connotati democratici non ne ha mai avuti, neanche da piccino. Questi deputati e senatori sono stati eletti in Parlamento da cittadini che li conoscono, e che hanno creduto, votandoli, di spostare a sinistra il paese. Ebbene, chiedo a questi eletti e a questi elettori di renziani dell’ultim’ora un attimo di profonda riflessione, e se non sia giusto rivendicare all’interno del PD non un ritorno alle origini ma il semplice rispetto dello statuto dello stesso partito. Andatevelo a leggere cari deputati e senatori, e scoprirete che Renzi anche dello statuto ha fatto carta straccia, insieme alla vostra stessa dignità. È lui che deve andar via dal partito se il governo cade, perché il partito si chiama democratico e Renzi, di democratico, ormai non ha più nulla. Voi, se lo riterrete opportuno, potrete seguirlo altrove, ma il PD deve tornare a essere il maggiore partito della sinistra italiana, con o senza Matteo Renzi. A questo punto meglio senza Renzi. E non abbiate mai paura della democrazia, sappiatela esercitare con la stessa fiducia che i vostri elettori hanno riposto in voi. Rifletteteci per favore. Le prossime ore, i prossimi giorni sono importanti per il futuro del partito e decisive per le sorti del paese 
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Grazie


Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

1 giugno 2013
GRILLO A PARTE (di Stefano Olivieri)



Prima c’era Berlusconi, adesso Grillo. Ma quando potremo vedere i media interessarsi dell’agenda vera di questo paese? Scivoliamo rapidamente verso il terzo mondo e continuiamo a vedere giornali e tv pieni di gossip parapolitico, che non è neanche così divertente da farci dimenticare questa brutta crisi. Le famiglie, tante famiglie, oggi più di ieri certamente, hanno i conti in rosso e urgenze da affrontare in modo rapido e pragmatico. Il lavoro che non c’è, i debiti da sanare, il pane quotidiano sempre più caro, il futoro dei figli. E i contratti di lavoro sono fermi da più di sei anni. E invece si parla di Grillo, quello che tiene soltanto per  quella che sul suo blog ha chiamato Italia B, quella dei lavoratori autonomi, zelanti e virtuosi nel pagare le tasse!

Quel che più manda in bestia è il fatto che non si sta diventando poveri tutti insieme, perché quella parte del paese che della crisi ha approfittato per fare ancora più affari è ancora tutta lì, arrogante e impudente.

Perciò, per favore, non parliamo più di Grillo, c'è altro. Le due fondamentali urgenze del paese sono il lavoro che non c’è e il riequilibrio fiscale, vorrei che i media bastonassero ininterrottamente governo e politica tutta affinchè di questo si parli finchè non si sia fatto qualcosa di concreto, a cominciare da un indispensabile prelievo forzoso dalle tasche troppo piene. Perchè se anche i poveri diventeranno evasori, forzati dalla effettiva mancanza di denaro, la pompa idrovora del governo, orientata sempre dalla stessa parte, non pescherà più nulla e si romperà.
Per far ripartire rapidamente il mercato interno la classe più disagiata economicamente DEVE essere ritirata su, e con riforme sistemiche, non provvedimenti una tantum. A Grillo, che si accalora sulla nuova legge per il finanziamento dei partiti e la chiama legge truffa, vorrei ricordare che non l’ho visto, prima delle elezioni, colpire con altrettanta durezza chi, in questi ultimi vent’anni, si è circondato di leggi truffa per difendere i suoi interessi personali. Ma a Grillo, evidentemente, interessava soltanto abbattere Bersani e non c’è dunque bisogno che oggi chiarisca che il suo movimento non è di sinistra, ce ne siamo accorti da tempo. E per fortuna se ne è accorto anche chi, da sinistra, lo ha votato alle ultime elezioni politiche.

Stefano Olivieri
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30 settembre 2012
SERVE UNO DI NOI (di Stefano Olivieri)

In un momento di grave difficoltà una comunità si raccoglie in se stessa e fa affidamento sulle sue risorse migliori. L’Italia, grande paese, non dovrebbe avere difficoltà a farlo e invece succede, esattamente in questo momento. Perché da noi la regola dei numeri primi si scontra con la legittima diffidenza dei cittadini che proprio in quei numeri primi non credono più. E fanno bene a non fidarsi perché da troppi anni, troppi decenni il Picone di turno, le caste di turno hanno spedito in alto, nei posti di eccellenza i loro galoppini, i sottopancia, gli yesmen messi lì a eseguire ordini del proprio sponsor. E se le ultime rivelazioni dell’ex consigliori di un ex premier, un qualsiasi Lavitola insomma, non fanno lo scalpore che meriterebbero, è perché oltre la soglia dell’indignazione e della rabbia c’è, pericolosissima, l’inerzia intorpidita di un popolo che non riesce a riconoscersi più, e dà le dimissioni da una sovranità conquistata con i martiri della Resistenza e sancita dalla stessa Costituzione.

Per questo oggi perfino le primarie, raggiunte troppo tardi e nei fatti ancora disapplicate quanto a regole di trasparenza e di pari opportunità (se non sei ricco come ti fai conoscere in dieci province?), diventano inadeguate per restituire credibilità alla classe politica. Troppi anni di commistione fra affari privati e gestione della cosa pubblica, troppi Berlusconi e berluschini ancora in giro per il nostro paese. E soprattutto un premier, il Monti consacrato e osannato da tanti, che fa a meno del parlamento come e anzi più del suo predecessore. Tant’è che dichiara di essere ancora disponibile se lo si vuole ancora lassù a palazzo Chigi, ma senza passare dal suffragio universale. E Casini, Pdl, Fli, Montezemolo e il gruppo di Fioroni nel PD ad applaudire la conclamata promessa di golpe.

Il prossimo 12 novembre sarà un anno esatto dalle dimissioni coatte di Berlusconi. Non è nel frattempo arrivata l’annunciata nuova legge elettorale, che avrebbe dovuto liberarci dalla vergogna del porcellum. Non è arrivata la redistribuzione fiscale e anzi, grazie a Monti e Fornero, le diseguaglianze si sono vieppiù accentuate e il 90 % della middle class italiana è sprofondata nel disagio, accodandosi a una classe operaia ormai ben oltre la soglia della disperazione. Mentre evasori e furbetti continuano a battere cassa e a fare la bella vita. In Francia Hollande vara un piano da 40 milioni di euro che prevede una sostanziosa patrimoniale, da noi si continua a raschiare il fondo della botte al solito modo. E del sì di Parigi e Berlino alla Tobin tax, mentre il governo italiano tace imbarazzato, ne vogliamo parlare? Ormai i cittadini italiani, quando sentono parlare di riforme, mettono sacchi di sabbia alle finestre. A prescindere, come avrebbe detto Totò.

Ci vorrebbe un sogno, qualcuno che avesse non solo la faccia ma anche il sudore e l’integrità morale, l’entusiasmo e lo spirito di servizio della gente comune, della tanta brava gente onesta italiana. Se la politica non lo trova in fretta avremo perso non solo noi ma anche i nostri figli e nipoti. E a quel punto la rivoluzione sarà inevitabile.

Stefano Olivieri

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23 agosto 2012
STAMPA LIBERA? (di Stefano Olivieri)


Repubblica, Scalfari, ma dove vi state posizionando? Fate da megafono a Bruxelles e alle agenzie di rating sull’allarme del dopo Monti? Chi dovrebbe smontare le riforme? E di quali riforme parlate? Una volta, quando la politica era alta, la riforma era un intervento teso a migliorare la società, a ripartire con giustizia i sacrifici fra tutti i cittadini. Che hanno fatto Monti e Fornero per la parte più debole ed esposta della nostra popolazione? È stato forse riformato il fisco? È stata forse vinta l’evasione fiscale? Stiamo impedendo significativamente l’evasione contributiva? Abbiamo dato un colpo mortale alla malavita organizzata? Dove sta questa luce alla fine del tunnel, sarà mica un treno che sta arrivando a tutta velocità?
Abbiamo le imprese che continuano a chiudere, esodati privati a cui seguiranno i pubblici, l’amministrazione pubblica in sofferenza con blocchi contrattuali che oramai durano da sei anni, lavoro nero e grigio che imperversa in tutto il paese. Che cosa ha mai fatto il governo Monti, che, se lo avesse fatto Berlusconi, non avreste subito denunciato a otto colonne? Pensate che gli italiani siano davvero così stupidi? Vi sbagliate. Vi vedono che avete l'osso in bocca e la lingua penzoloni.

Il paese è alla fame, il disagio ha ormai inghiottito anche buona parte della classe media. Il denaro non gira che nelle stesse tasche dei soliti noti, sempre più ricchi. Il costo energetico continua a salire e con esso l’inflazione, la tassa più odiosa e non più recuperabile sui salari dopo gli interventi fatti da Tremonti, che Monti si è ben guardato dal modificare.
Dove stanno le riforme di Monti, quelle che dovrebbero risollevare la parte più debole di questo paese e ridare dignità e speranza a milioni di persone? Quale pericolo paventate e soprattutto, quale classe politica pensate che sia giusto governi il “dopo Monti”? Il piano energetico di Passera è trivellare sotto costa invece di diffondere a basso costo i pannelli solari, e voi che dite? Nulla. Vi fate superare da Famiglia Cristiana, noto settimanale comunista.

Rispondete una buona volta e spiegateci bene. Non sto parlando di destra o sinistra, parlo del paese che vi legge ogni mattina. Dove volete che vada questo paese se non ripartono davvero i consumi, se non si redistribuisce il reddito alle famiglie? Dite una parola, una e definitiva, sulla tassa patrimoniale, senza se e senza ma: pensate sia ora di tirarla fuori o no? O dobbiamo aspettare che i tempi maturino per un’altra dittatura populista?
Voi grandi quotidiani avete un dovere, un obbligo morale. La stampa oggi DEVE stare dalla parte dei cittadini, non dei partiti, quali che siano. E deve raccontare la gente e i suoi bisogni reali. Non le luci in fondo alle gallerie e nemmeno le streghe del dopo Monti. 

Per favore siate più seri.

Stefano Olivieri
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SOCIETA'
30 maggio 2012
CHI PAGA L'EMERGENZA ( di Stefano Olivieri)


Da www.finanzautile.org l’elenco delle accise che attualmente incidono per il 52 % sul costo totale di un litro di benzina in Italia:

Guerra in Abissinia del 1935 (1,90 lire)

La crisi di Suez del 1956 (14 lire)

Il disastro del Vajont del 1963 (10 lire)

Alluvione di Firenze del 1966 (10 lire)

Terremoto del Belice del 1968 (10 lire)

Terremoto del Friuli del 1976 (99 lire)

Terremoto in Irpinia del 1980 (75 lire)

Missione in Libano del 1983 (205 lire)

Missione in Bosnia del 1996 (22 lire)

Rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004 (0,020 euro, ossia 39 lire)

Decreto Legge 34/11 per il finanziamento della manutenzione e la conservazione dei beni culturali, di enti ed istituzioni culturali (0,0073 Euro)

0,040 Euro per far fronte all'emergenza immigrati dovuta alla crisi libica del 2011, ai sensi della Legge 225/92

0,0089 per far fronte all'alluvione in Liguria ed in Toscana del novembre 2011

0,112 Euro sul diesel e 0,082 Euro per la benzina in seguito al Decreto Legge 6 dicembre 2011 n. 201 «Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici» del governo Monti.

MA non finisce qui: perché come spesso accade in Italia – abbiamo una tassa sulla tassa. Su questi 25 centesimi di euro infatti, sommati alla vera e propria imposta di fabbricazione (definita per decreti ministeriali), viene aggiunta pure l’Iva del 20%.

Ma quanto guadagna lo Stato?: i conti sono facili, ogni centesimo di aumento sul carburante comporta un maggiore introito di circa 20 milioni di euro al mese per le casse dello Stato. Secondo i dati dell’Unione petrolifera nel 2007, le entrate fiscali alimentate dai prodotti petroliferi sono state superiori ai 35 miliardi (24,7 derivanti dalle accise e 10,5 dall’Iva).

All’articolo di finanza.org manca l’ultimo prelievo, quello deciso oggi dal governo per far fronte all’emergenza del terremoto in Emilia.

Ciliegina sulla torta: si è saputo che il ministro Passera si è raccomandato ai petrolieri italiani, affinché facciano scendere il prezzo dei carburanti quel tanto da bilanciare l’ennesimo balzello. Passera farebbe meglio, piuttosto,  a farsi consegnare dall'ex ministro Romani il decreto con cui questo autorizzava pratiche di fracking (prospezioni geologiche particolari che hanno l'intento di ricavare gas dalle rocce sedimentarie) esattamente negli stessi comuni emiliani oggi interessati dal sisma. E il governo dovrebbe avviare una indagine rigorosa e non accontentarsi delle assicurazioni di chi quelle trivellazioni effettua. 

Ma il punto, squisitamente politico, è un altro. Questa era l’occasione giusta per testimoniare un cambiamento di rotta ai tartassatissimi italiani, in primis i lavoratori dipendenti e pensionati, che il prelievo fiscale ce l’hanno direttamente alla fonte e sono stati già duramente toccati dai blocchi contrattuali e dalla riforma sulle pensioni. Il cambiamento di rotta doveva, deve essere ogni giorno di più votato al riequilibrio. Altrimenti, caro premier Monti, l’insorgenza civile delle fasce economicamente più deboli diventerà qualcosa di più di una ipotesi e la tenuta dello stato democratico sarà davvero a rischio. Il vero cambiamento proprio su una emergenza del genere, il vero segnale che la gente si attende doveva essere quello di cercare finalmente le risorse che servono nelle tasche giuste, quelle che con la crisi si sono riempite, a spese dei poveracci. Il cambiamento poteva e doveva essere quello di bloccare, per esempio, i 500 milioni l’anno che vengono inutilmente spesi per il progetto ponte di Messina, che non si farà mai, almeno per il prossimo quarto di secolo, a prescindere dal rischio geologico (!!!) di una città come Messina che ha conosciuto nel 1908 il sisma più devastante dell’intera Europa. Oppure le centinaia di milioni spesi ogni anno in armi e soldati mandati all’estero, a combattere AlQaeda mentre in patria la criminalità organizzata, da quel che purtroppo sembra, ha già rialzato la testa.

Il cambiamento, infine, non può essere certo quello di risolvere i problemi dell’emergenza con la tassazione indiretta, spalmata sul consumo di benzina e sul bisogno di mobilità dei lavoratori italiani. Non serve essere professori alla Bocconi per capire che in un paese dove la merce viaggia su gomma, anche due centesimi di aumento della benzina (così come anche il paventato aumento dell'Iva) finiranno per far lievitare la tassa più odiosa di tutte, l’inflazione che colpisce soprattutto la povera gente.

Questa era invece l’occasione giusta, per esempio, di avviare la forzata solidarietà, attingendo dai depositi bancari, di quei ricchi e gaudenti cittadini che finora hanno avuto il braccino corto, come si suol dire. E non si è fatto, perché è sempre più facile drenare il sangue a chi ha già la cannula infilata nella vena.

Sa, presidente Monti? Non sarà sempre così. Ho l’impressione che lei e gli altri ministri vogliate confidare troppo sulla sopportazione di una ben precisa classe di cittadini. Il  rigore e l'equità del suo governo, egregio presidente, sono sempre più strabici, veda dunque di cominciare ad essere il presidente di TUTTI i cittadini italiani, altrimenti rischia di assomigliare troppo a quel marpione che è stato chiamato a sostituire. E quello lì è uno che non ci è mai piaciuto. Il nostro paese si sta incagliando in acque troppo basse, e al timone adesso ci sta lei, non Berlusconi e nemmeno Schettino. Perciò torni a bordo e dia una bella virata al timone, che è meglio.

Stefano Olivieri

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16 maggio 2012
PAPA' HO FAME (di Stefano Olivieri)

Nel 2012 un bimbo su 4 in Italia è povero, era uno su cinque soltanto l’anno scorso. E lo è soprattutto se i suoi genitori sono giovani, ancor più (47%) se può contare su un solo genitore di età inferiore ai 35 anni. I nuclei familiari il cui capofamiglia ha meno di 35 anni rappresentano nel nostro paese il 10 % delle famiglie, ma hanno a disposizione meno del 5% del reddito. Ancora: se il capo famiglia non è alfabetizzato (ovvero dispone soltanto della licenza elementare), due bambini su tre (67%) sono poveri. Sono i dati, attendibilissimi, dell’indagine di “Save the children”, una associazione internazionale che di solito opera in ben altri scenari. Qui invece siamo nel ricco ed evoluto occidente, nel paese del mulino bianco del cavaliere e dei suoi fanatici ed accecati sostenitori..

Se vuoi sapere dove va la ricchezza in Italia, segui un’auto da 50mila euro e lo saprai. Se vuoi sapere della povertà fermati per strada in qualsiasi quartiere periferico delle grandi città, fermati ovunque vuoi al sud e guarda la gente che passa. Li saprai riconoscere, se non dai vestiti, dai loro occhi.

C’è già un po’ di Grecia, forse anche un po’ d’Africa nelle italianissime facce di questi bambini. Non giratevi dall’altra parte, guardateli piuttosto: c’erano già quando Berlusconi andava dicendo ai giornalisti che la crisi non c’era, che nella scuola di suo figlio c’erano bambini che avevano due telefonino. Poi suo figlio nel frattempo è cresciuto ma l’ex premier ha continuato a vedere ristoranti pieni e aerei stracarichi di passeggeri, fino a quando gli impallina tori di borsa non hanno inquadrato nel mirino proprio le sue aziende, e allora ha preferito farsi da parte “per il bene del paese” che ancora una volta coincideva con il suo interesse personale.

In tutte le crisi soccombono prima di tutto i più deboli, non ci vuole una gran testa a capirlo. E la famosa crescita che si sta aspettando diventa non urgente ma addirittura indispensabile guardando a questi dati. Che non si possono nascondere sotto il tappeto come la polvere.

L’Italia emerse dall’ultima guerra con le ossa rotte, e tuttavia riuscì a ricominciare. La povertà, il disagio nero incontrarono la speranza e la solidarietà umana e avvenne il miracolo. Oggi ci sono zone vastissime del nostro paese che replicano scenari di 70 anni fa: “… l'incidenza di povertà minorile è ben al di sotto della media nazionale nel Nord-Ovest con il 10,9% , nel Nord-Est con il 14% e nel Centro con il 13,2%, mentre nel Sud vola al 40% (quasi due minori ogni cinque) e arriva al 44,7% nelle Isole. In Sicilia ed in Sardegna l'incidenza di povertà nelle famiglie con un solo genitore supera addirittura il 54%...” (da Save The Children).

Sarebbe ora di metterci una pezza, e anche in fretta. Se ci vergognavamo di Berlusconi quando andava in giro per il mondo a rappresentarci, oggi dobbiamo vergognarci di noi stessi per non riuscire a sfamare i nostri bambini. E Monti non deve più perdere tempo.

Stefano Olivieri

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9 maggio 2012
L'ITALIA TORNA PARTIGIANA (di Stefano Olivieri)

Gente comune, che interpreta la politica come prassi etica del vivere civile e del lavoro quotidiano di ciascuno. Vivere, lavorare, muoversi, relazionare con gli altri e perché no, godere delle tante cose belle che questo nostro meraviglioso paese, se non fosse ripiegato su se stesso e in mano al malaffare, potrebbe donare a tutti i suoi cittadini. Questo il popolo di Beppe Grillo, che nelle proiezioni di voto politico ieri sera veniva dato sopra il 15 % (nel 2007 era sotto il 5).

Dargli un’etichetta di provenienza non ha senso. Ex girotondini, popolo viola, indignados italiani, ambientalisti, ex disimpegnati dalla politica riemersi dal non voto dopo anni, forse decenni di silenzio partecipativo. Giovani ma anche meno giovani, è l’Italia, gente.

Accusare i grillini di antipolitica e addirittura non vedere – brutta uscita di Napolitano - soprattutto in loro il risveglio del paese dal torpore in cui lo aveva precipitato una politica inetta e imbelle, significa non voler cogliere il senso vero di queste elezioni. Che, essendo amministrative, esprimono prima di tutto i bisogni dei territori, ma nello stesso tempo danno un segnale forte al governo del paese, a quel commissario straordinario che dice di voler salvare l’Italia.

Lascio agli addetti ai lavori l’analisi del voto, a me interessa la gente. Se la destra si sia più o meno disciolta e in quale modo pensi di risorgere, a questo punto non dipenderà più da Berlusconi o da chiunque dei suoi, e lo stesso discorso vale per la Lega. Stesso discorso per il centro moderato, da Casini al FLI, appiattiti ovunque al di sotto delle due cifre. Perché l’Italia, ormai è chiaro, non vuole più essere moderata, perché moderata non è stata la crisi e al tempo stesso moderato non è stato il governo Monti che, subentrato a Berlusconi, per far quadrare i conti ha menato duro soltanto da una parte, e subito. L’Italia, ecco, non è più indifferente, per citare Gramsci. Oggi è (ri)diventata partigiana nel senso squisitamente gramsciano del termine, e lo ha fatto ben capire.

E a questo punto sorge un problema grande, impellente e irrimandabile per il PD. Berlusconi cercherà di lasciare Bersani con in mano il cerino acceso della fedeltà giurata al governo Monti. Il cavaliere non ha più nulla da perdere dopo la disfatta e per camuffarsi per bene nella nuova e ancora sconosciuta maschera con cui intende presentarsi agli elettori italiani ha bisogno della baruffa, cioè di passare all’opposizione. Cosa che per altro lo riavvicinerebbe alla Lega, quanto meno a ciò che ne è rimasto.

Per Bersani il discorso è diverso. Alla sua sinistra Vendola e Di Pietro hanno ribadito con nettezza quanto le scelte del governo Monti siano lontane dai bisogni reali della popolazione. Il rigore economico, per altro molto strabico e unilaterale, non sta dando i risultati che la stessa Europa si aspetta da uno dei suoi partner principali, ancor più oggi con Hollande in Francia e con una Grecia sull’orlo dell’abisso. Il rigore non può giustificare la macelleria sociale, l’apnea forzata di pensionati e lavoratori dipendenti, la scomparsa di tutele per i nostri giovani e per le classi più a rischio della popolazione a cominciare dai disabili. Accompagnare il rigore alla crescita in Italia può significare soltanto una cosa, quella cosa che Monti non ha voluto fare e continua a non voler fare: mettere le mani in tasca agli italiani davvero ricchi e davvero evasori, perché uno dei segreti di pulcinella del nostro paese è appunto quanto e come la ricchezza ormai si accompagni sempre e comunque a una qualche illegittimità. Ci sono i depositi svizzeri da stanare, c’è il costo della politicada ridimensionare subito e davvero, ci sono i conti correnti superiori ai 200mila euro da attingere, ci sono le liste di imprenditori, commercianti, liberi professionisti beccati a evadere fisco e contributi, che non si vogliono stilare e rendere pubbliche. C’è insomma l’Italia delle mille cricche che ancora va in giro in suve in barca, che fa la bella vita a spese della crisi e della popolazione che dalla crisi è stata colpita. E’ come se nel nostro paese ci fosse un pezzo della Germania della Merkel, che di questa crisi generale si è certo avvantaggiata per aumentare il gap fra lei e il resto dell’Europa unita. I tedeschi d’Italia, però, diversamente dai tedeschi di Germania, le tasse in genere non le pagano, la legge non la rispettano e della solidarietà sociale si fanno beffe.

Bersani dunque può anche scegliere di restare fedele al governo Monti, e come primo azionista a questo punto, visti i risultati elettorali di PDL, Lega e UDC. Ma deve imporre a Monti un repentino cambiamento di rotta, in direzione di quell’equità, di quella giustizia sociale contrabbandata finora soltanto a parole dal governo dei professori e delle professoresse. Altrimenti anche Bersani si scotterà con i mille fuochi che vanno accendendosi ovunque nel nostro paese. Piccoli falò di attenzione e di consapevolezza sociale, accesi da gente comune e responsabile, perché si tratta di lavoratori, padri e madri di famiglia, giovani con il futuro da giocarsi nelle mani. Gente pronta a reprimere qualsiasi spinta eversiva possa nascere al suo interno, ma decisa anche a non fare più sconti a una politica attenta finora soltanto a giustificare se stessa.

Se il PD sbaglia le prossime mosse potrebbe essere la sua fine. C’è chi forse se lo augura, ma fare adesso tabula rasa significherebbe rischiare di mettere in mano il paese, anche per la prossima legislatura, al professor Monti. Che, credetemi, è molto più saggio a questo punto rispedire alla Bocconi. Gli inquieti segnali di un possibile riaccendersi del terrorismo ci dicono che la Politica deve tornare urgentemente al centro del campo.

Stefano Olivieri

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29 aprile 2012
TROPPE TASSE E IL PAESE MUORE, SIGNOR MONTI ( di Stefano Olivieri)
 

Il troppo è troppo e basta, l’Italia così non ce la farà. Non si tratta di cambiare ricette, si tratta di alleggerire un peso intollerabile per dipendenti, pensionati e quella fascia di lavoro autonomo virtuosa che da anni continua a soccombere di fronte alla concorrenza sleale di evasori, elusori e truffatori. E attenzione: quando i suicidi diventeranno troppi qualcuno vorrà vendicare quelle morti e arriveranno anche gli omicidi mentre il governo Monti continua a ignorare questi terribili segnali di sofferenza.

Il fondo della botte è stato raschiato e c’è forse oggi l’equità sociale? C’è forse oggi la giustizia fiscale? Si stanno tutelando le classi meno abbienti, si stanno offrendo prospettive maggiori ai nostri giovani? E infine, si sta forse salvaguardando quella fascia invisibile della popolazione composta dai disabili totali e dalle loro disgraziate famiglie? La risposta, lo sappiamo, è negativa e le chiacchiere son finite.

Questa Italia non è un paese civile. Siamo passati dal regime di un mignottaro come Berlusconi a quello non meno cinico di Monti, che è ben attento a non dispiacere il potere finanziario, i cartelli di petrolieri e assicuratori, i grandi potentati economici.

Non pretendo certo da Monti che diventi democratico da un giorno all’altro. Vorrei però che per l’onestà intellettuale che contrassegna un governo tecnico dicesse a chiare lettere che cosa intende fare della classe lavoratrice a reddito fisso e dei pensionati a basso reddito, che soccombono e continueranno a soccombere con le tasse e i tagli da lui previsti. I cittadini sono tutti uguali quando vanno a votare, e la voce di tutti va dunque ascoltata, a maggior ragione da un governo tecnico che sia lì non per investitura elettorale ma per manifesta e conclamata incapacità dell’intera classe parlamentare.

Uno studio di qualche mese fa della Banca d’Italia ha rivelato che il reddito medio di ciascuna famiglia italiana si aggira sui 434mila euro. Ciò vuol dire che nel nostro paese ci sono ladri ricchissimi che detengono assai più del 60 % del reddito delle famiglie italiane. E a questi signori, che con la crisi continuano ad accrescere il loro patrimonio, il signor Monti non vuole fare nulla.

Italia svegliati! Ai partiti del centrosinistra deve premere la tenuta della democrazia prima che il rigore economico. Si diano in fretta una sveglia anche loro prima che sia troppo tardi. C’è già un esercito di disperati che ha ben poco da perdere, a menare le mani.

Patrimoniale subito sui grandi patrimoni, prelievo coatto del 2% su tutti i conti correnti e su tutti i depositi bancari superiori ai 200mila euro. Subito l’asta tv e subito un nuovo consiglio di amministrazione per la Rai (Vergogna Monti!). E per il lavoro autonomo: si vari una legge che leghi l’esercizio di qualsiasi attività autonoma, dal dentista al fruttivendolo, dall’avvocato al fabbro, alla verifica di tutti i requisiti di correntezza fiscale e contributiva. Chi non si fa verificare dal fisco, dall’Inps e dagli altri enti certificatori NON DEVE POTER LAVORARE E FARE PROFITTO.

La legge deve essere uguale per tutti, altro che sciopero fiscale dei furbi.

Monti non perderti in chiacchiere, Bersani pensa alla tenuta democratica del tuo paese o fatti da parte.

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

17 marzo 2012
DA CHE PARTE STARE ( di Stefano Olivieri)
 


Non chiedo da dove veniamo, arriverebbero fischi e sberleffi. Non chiedo neanche dove andiamo, visto che il governo che tiene al momento le redini del paese è composto da tecnici non eletti dagli elettori, e si compiace finora dell’appoggio dei due maggiori partiti.

Mi rivolgo appunto a uno di questi due, al PD che ho votato. Da che parte stiamo caro PD? I nodi stanno venendo tutti al pettine, uno dietro l’altro. Sul lavoro, le sue regole e le sue tutele. Sul fisco, che strozza sempre di più la classe lavoratrice a reddito fisso. Sull’ambiente e sull’energia, perché sento fare discorsi strani dai ministri in carica e nessuna obiezione da sinistra.

Questo paese non ce la farà a sopportare le tasse previste. Non ce la farà a sopportare la benzina a due euro al litro. Non ce la farà a sopportare il blocco dei contratti ancora a lungo. Monti fa i conti senza l’oste, sarà pure benvoluto all’estero ma è molto, troppo prudente con l’Italia dei ricchi, delle corporazioni, dei potenti. E mena giù deciso su chi non può difendersi.

Comincio a pensare che preferisca tirare la corda perché ha intenzione di spezzarla. Ma quando la corda si spezzerà, caro PD, vedi di stare dalla parte giusta, perché saranno momenti molto, molto difficili per il paese.

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it


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permalink | inviato da Stefano51 il 17/3/2012 alle 17:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
8 marzo 2012
GELO A PRIMAVERA (di Stefano Olivieri)

Il cappio si stringe. L’effetto dei vari decreti patriottici mirati a risollevare la nazione inizia a rivelarsi e non sarà un bel vedere, da oggi fino alla fine dell’anno. L’elenco delle tasse dai nomi più fantasiosi messo su da Stato ed enti locali per la prossima busta paga fa già rabbrividire, a questo si sommerà l’IMU a Giugno. La benzina viaggia allegramente sui due euro al litro e gli automobilisti per strada continuano a cercare i fantasmi delle pompe bianche. Riprende a salire la cassa integrazione, un’impennata da ultima spiaggia, per il prossimo natale avremo necessità, in giro per il paese, di mense Caritas più numerose dei McDonald’s.

Sentivo ieri l’economista Vaciago spiegare i motivi della scelta governativa di aumentare l’Iva a vantaggio dell’Irpef. Diceva Vaciago che ciò è utile per aumentare la competitività del paese, aumentando la produzione e diminuendo le tasse sul lavoro. Ciò che non ho capito è come il mercato interno, quello dei consumatori che a loro volta sono impiegati, operai, padri di famiglia, potrà sopravvivere a questo cambiamento. La scelta, che in linea di principio appare corretta, dovrebbe tenere anche conto di questo, che un gran bel pezzo d’Italia è alla canna del gas già adesso e non si sa come uscirà fuori dal prossimo terribile trimestre di tasse. Saranno tantissime le famiglie che dichiareranno fallimento, e per queste non c’è nessuna cigs, perché sul fronte familiare nulla si è ancora fatto. Anzi, a dire il vero, sarà grasso che cola se gli interventi sociali (vedi disabili) in questo settore non subiranno contrazioni di spesa. Lo dicevo e lo ripeto: cautela, presidente Monti, e mano leggerissima e attenta. La fase è molto delicata ed esistono aree di tutela nel paese che non possono più essere trattate con l’accetta. Altrimenti ciò che oggi può anche essere un risparmio, domani diventerà una spesa in più per la collettività.

Questo paese deve decrescere, in corruzione e sperperi. le sacche di illegalità ci sono ancora tutte, l’evasione fiscale pure malgrado il lusinghiero raccolto già effettuato. Che, a proposito, andrebbe subito reimpiegato a favore dei contribuenti onesti. Così come il risparmio effettuato dall’Inps sui falsi disabili, che dovrebbe contribuire ad alimentare gli aiuti alle famiglie dei disabili veri. L’impennata degli ammortizzatori sociali in febbraio testimonio che è tempo di scelte radicali, è tempo che il nuovo welfare sia varato producendo la prima, sostanziale differenza dal passato: quella di essere alimentato non più soltanto dai contributi di lavoratori e aziende, bensì dalla fiscalità generale, in particolare dalle risorse nascoste e mai reinvestite di chi questa tremenda crisi ha saputo e voluto spremere a proprio, personalissimo vantaggio.

Sarebbe bastata, insisto, una vera tassa patrimoniale, ma con il PDL di mezzo ( e anche una buona parte del PD, va detto), non se ne è fatto nulla. Ma se Monti non tira fuori dal cilindro la vera EQUITA’, stavolta si gioca la poltrona.

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

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