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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
28 maggio 2012
GLI ULTIMI DELLA FILA (di Stefano Olivieri)


Così anche il calcio nostrano paga dazio alla repubblica delle banane. E alle cricche degli appalti, dei G8, dei terremoti e delle mille truffe italiche si aggiunge adesso anche quella degli scommettitori, un grumo nero di collusori e collusi che si spartivano ogni settimana torte plurimilionarie con le scommesse. È certa una cosa: l’appetito vien mangiando in questo paese dove si professano virtù pubbliche ma poi si spianano le strade soprattutto a chi ha collezionato avvisi di garanzia. Fra un po’, in parlamento, dovranno inserire una norma che chiarisce che possono essere eletti anche i cittadini normali, quelli che possono essere intercettati anche 24 ore al giorno senza che su di essi esca fuori qualche reato, quelli che non hanno avvisi di garanzia o sentenze passate in giudicato da esibire sul curriculum.

È una Italia a rovescio questa della crisi più nera dal dopoguerra, un paese dove i furbi resistono e si moltiplicano togliendo anche l’aria alla gente onesta. In questo mese di incubi fiscali e di suicidi, di terremoti e di bombe alle scuole, questa notizia degli ennesimi arresti di calciatori multimilionari è la classica ciliegina su una torta che era già guasta di suo, figurarsi adesso.

Servirebbe un colpo di reni energico e un definitivo irrevocabile cambio di rotta, per uscire da questa maleodorante palude. Perché dal lavoro allo studio, dalla salute al fisco, dall’ambiente all’energia, dall’informazione allo sport non c’è scenario dove, accanto all’esigenza della crescita, non si prenda in considerazione anche l’ipotesi della corruzione, della mancanza di trasparenza, della fine di ogni criterio meritocratico. Se non sapremo fare questo, rovesciare cioè totalmente questo schema, non ne usciremo fuori.

In un paese realmente democratico e sotto sforzo come il nostro, la prima regola dovrebbe essere quella di tutelare gli ultimi, perché il vero progresso civile non può ammettere effetti collaterali come l’aumento della miseria e della disperazione, come gli esodati e i disoccupati, come la compressione dei diritti dei lavoratori.

Partire dagli ultimi della fila, dai più poveri e derelitti, dai senza lavoro, dai malati e dai disabili e riuscire, avendo sempre sott’occhio le condizioni degli ultimi, a tirare su l’intero paese DEVE essere il compito di questo governo. Per ogni giorno che passa, per ogni abuso ancora impunito la sofferenza di chi continua a pagare e vede precipitare la propria condizione di cittadino e di contribuente, aumenta e comincia a cedere alla rabbia.

Non ci arriveremo tutti al 2013. Se la politica vuole tornare a esercitare il suo primato nelle scelte che contano, la risposta deve arrivare adesso. Il partito democratico si metta alla testa dell’Italia che vuole tornare a sperare, a pensare positivo, e presenti a Monti il conto. Patrimoniale subito, con prelievo progressivo da tutti i depositi che superino i duecentomila euro. E galera vera per i grandi evasori, senza sconti. I soldi in Italia ci sono, chiedetelo alla Banca d’Italia che ha fatto una indagine pochi mesi fa, scoprendo che il reddito medio delle famiglie italiane (immobili esclusi) è di 434mila euro. Il classico mezzo pollo a testa, anzi, altro che mezzo pollo! Qui si parla di un tacchino, e anche bello grosso. Che diventa un bue, anzi uno sconfinato armento di grassi bovini se andiamo a vedere le ultime dichiarazioni dei redditi che sono state rese note, quelle del 2005: i redditi più alti erano sempre, inesorabilmente, quelli di lavoratori dipendenti e di pensionati.

Come dunque si può riequilibrare la bilancia, se non con una patrimoniale che peschi oggi direttamente dai depositi? Come si può pensare che un paese, dove i ricchi esportano denaro all’estero e poi lo possono rimpatriare in modo anonimo con una tassa vergognosamente bassa (l’ultimo condono tombale di Tremonti), che in un siffatto paese la gente sia ancora disposta a lavorare con sempre meno tutele e poi ad andare in pensione con prestazioni economiche sempre più taglieggiate dal fisco? Come si può credere che si possa arrivare indenni al 2013?

Io dico: ora! Bersani risponda all’invito di Vendola e di Di Pietro, e lo faccia in fretta. Preferirei che Beppe Grillo restasse l’eccellente fustigatore del malaffare che ci ha mostrato di essere, piuttosto che vederlo trasformato in un improbabile premier sull’onda del disgusto che sta legittimamente montando dal basso.

Dobbiamo pensare a tutti gli italiani, in primo luogo agli ultimi della fila, che non hanno voce e sono invisibili. La velocità di una slitta dipende dal suo cane più lento, non da quello più vigoroso e veloce. Facciamoci indicare dagli ultimi la strada e sarà quella giusta. Perché se aiutiamo i più deboli a risollevarsi, avremo scritto al tempo stesso le regole per una nuova, più sana e davvero solidale crescita per l’intero paese. Dove dovranno esserci spazio e opportunità per tutti, non soltanto per i figlidi, a cominciare da quelli dei ministri. Un paese senza furbi e senza cricche. Riappropriamoci della sovranità che la Costituzione ha consegnato nel 1948 al popolo, riappropriamoci della politica con elezioni primarie in tutto il paese, riappropriamoci dei partiti che tentennano pensando agli interessi di bottega. Si scenda in piazza con le bandiere prima che altri lo facciano con le armi.

Stefano Olivieri

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17 aprile 2012
IMU & DISABILI, LA DIMENTICANZA DI MARIO MONTI (di Stefano Olivieri)

Che dimenticanza poi non è, perché in tanti glielo hanno ricordato. Ma non c'è stato nulla da fare: la detrazione per i figli cessa a 25 anni, inderogabilmente. Evidentemente il nostro premier pensa che i disabili e le loro famiglie godano, si fa per dire naturalmente, di sufficienti tutele.

Vorrei ricordare a Monti che il welfare state in Italia si trasforma in welfare family se riferito ai disabili. Lo Stato italiano da sempre ha preferito la via indecorosa dell'indennizzo economico nascondendo sotto il tappeto l'inadeguatezza delle tutele che invece uno stato civile dovrebbe essere in grado di offrire ai suoi cittadini più sfortunati. La legge 68 sull'avviamento al lavoro, ad esempio, è stata un fallimento ancora prima che arrivasse Berlusconi. Nessuno che assuma un disabile, neanche sotto tortura. Preferiscono pagare la multa.
Il disabile grave resta a casa ben oltre il venticinquesimo anno di vita. Per sempre, praticamente, e se non fosse per l'impegno dei genitori e degli amici ( sempre più pochi, in una società che non insegna più la solidarietà sociale), non uscirebbe mai. 
Nelle famiglie che hanno all'interno un figlio disabile lavora fuori quasi sempre  il padre o la madre, alternativamente. Ma l'altro genitore non si gira certo i pollici, perché la cura di un disabile grave adulto è faticosa, sfibrante. E l'aiuto che dà lo stato, meno di 800 euro fra pensione di invalidità e assegno di accompagnamento, non è mai sufficiente a coprire  le spese, a cominciare da quell'automobile in più, necessaria per la sua mobilità, di cui in tempi come questi si farebbe volentieri a meno, se un figlio fosse in grado di gestirsi autonomamente.

La casa, per un disabile, è tutto. A Francesco, mio figlio, abbiamo allargato la stanza, perché ci vive dentro, a parte l'uscita giornaliera, molto più di quanto non facciano gli altri giovani. E di gioventù fra l'altro non dovrei più parlare, perché mio figlio quest'anno compirà 34 anni.

Per lui, però, nessuna detrazione IMU. Evidentemente quella Irpef già basta e avanza. Così come gli importi della pensione e dell'assegno di accompagnamento, fermi da anni malgrado l'Inps, in questi ultimi due anni, abbia recuperato centinaia di migliaia di euro dalla lotta ai falsi invalidi. Non sarebbe giusto che quelle risorse, almeno quelle risorse possano rimanere a sostegno delle famiglie dei disabili veri? Mentre la politica si è mangiata di tutto e di più?
Egregio premier MONTI, potrai anche andare all'estero a presenziare simposi e congressi con il tuo impeccabile inglese ma per me, riguardo a questa cosa,  sei soltanto una VERGOGNA AMBULANTE.
Pronto a ricredermi, naturalmente. Si fa sempre in tempo a rimediare, quando si è "tecnici". Vero?

Stefano Olivieri

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29 novembre 2011
NON TAGLIATE SUI DISABILI (di Stefano Olivieri)

L'articolo che sto per riproporre l'ho scritto il 13 giugno del 2007. Ha fatto il giro del web, ancora oggi lo ritrovo su molti portali, grazie al copyleft che accompagna tutti i miei lavori. Avevo 56 anni e Francesco, mio figlio, ne aveva 29. Ora lui ha gli anni di Cristo e pare che in croce, dopo Berlusconi, lo possa mettere perfino il governo tecnico. Sono voci che girano, ovviamente, io voglio continuare a fidarmi - in modo vigile - di questo nuovo governo tecnico che deve trovare i soldi per tutti. Se mi sbaglio, sarò felice di correggermi. Non voglio dire che cosa succede se non mi sbaglio. Diciamo che certe cose è bene dirle prima. Buona lettura.

 

Una vita sola non basta

Di Stefano Olivieri
Roma, 13 giugno 2007
 
Allevare un figlio disabile costa dal suo primo giorno di vita. All’inizio tutti i bambini sembrano uguali, piangono e agitano le manine, fanno la pipì in continuazione, prendono il latte dalla mamma stringendo i piccoli pugni. Le prime settimane fanno in genere scomparire quasi del tutto le ansie per un parto difficile e prematuro, le preoccupazioni per un esserino che con il calo fisiologico può facilmente arrivare a pesare meno di un kg. di peso. Ce la fa, non ce la fa, tutti appesi al suo faccino, alle sue smorfie prima di sporcare il pannolino, ma è tutto normale, nella prassi prestabilita e consumata di una giovane famiglia che si allarga. I parenti e gli amici che si affacciano di continuo a casa tua, che gli portano regali sciocchi e inutili, che si complimentano con tua moglie che ha riacquistato subito la linea.
 
Poi avviene qualcosa, verso il terzo o quarto mese di vita. Anzi non avviene qualcosa. Ancora meglio, avviene qualcosa di anomalo. Il bambino tira su la testa e non la fa ricadere giù dopo qualche secondo, come tutti gli altri. “E’ più forte, è più sveglio” ci diciamo inorgogliendoci per lui. Però alla visita pediatrica di routine per i prematuri il medico ci consiglia cautela, parla di “ipertono”, di “iperattività”. Non è più precoce degli altri bambini, c’è piuttosto un problema di difettoso controllo del rilascio dei muscoli, va controllato. Inizia il tunnel.
 
Esami su esami, molti a pagamento perché si va dal migliore e non si può aspettare. Elettroencefalogramma, visite su visite,  lui ancora così piccolo e già va e viene dagli ospedali, con la mamma come appendice, un cordone ombelicale che invece di recidersi si ingrossa a dismisura e non si reciderà mai, per la vita. Passano i mesi e il gap diventa evidente, si entra nei gironi infernali della fisioterapia forzata, il trattamento “Vojta”. Mamma e figlio per un anno e più, due volte al giorno sull’autobus da casa fino a via dei Sabelli, al centro di neuropsichiatria infantile, a far la fila per la seduta di fisioterapia. Poi all’improvviso uno scivolo previdenziale mette in pensione da un giorno all’altro tutte le fisioterapiste anziane e lascia il centro in mano a ragazzi freschi di corso, il passaparola fra le mamme è fulmineo, chi ha il telefono privato di qualche fisioterapista pensionata lo passa alle altre. Si continuerà come prima ma stavolta a pagamento, per i disabili il welfare è un vestito sempre troppo stretto.
 
Provate a passare 28 anni così, seguendo un figlio notte e giorno, attraversando Luminalette e operazioni chirurgiche per metterlo in piedi, piangendo di gioia ad ogni minimo suo progresso. Pensate a quando cresce e diventa uomo, ma dovete continuare a vestirlo e a lavarlo, cercando di diventare invisibili e discreti come servitori estranei quando comincia a mostrare vergogna della sua nudità di fronte alla madre e al padre. Pensate alla sua rabbia di vita, alla voglia di scrollarsi di dosso l’handicap, di dimostrare che le gambe non possono fermare, non debbono fermare la mente, l’intelligenza, la creatività. Pensate alla sua delusione quando già a 14 anni, l’età per il primo motorino, la sua folla di amici si azzera all’improvviso perché per gli altri l’orizzonte si è allargato.
 
Pensateci e riflettete. Prima di scrivere queste righe ho surfato nel web nei forum dedicati alla disabilità, e ho trovato tanta solidarietà ma anche tanta, ma tanta miserabile ignoranza. Ottusa cattiveria di chi definisce impropri e arbitrari i “privilegi” economici dei disabili, dall’indennità di accompagnamento al permesso di circolazione e di sosta. Francesco, mio figlio, farebbe volentieri a cambio fra la sua disabilità indennizzata e un posto di banchista al bar assegnato a un normodotato, perché sa già che semmai potesse avvenire una cosa del genere, il giorno stesso userebbe le sue gambe buone per cercare qualcosa di più adeguato alla sua ambizione, alla sua cultura costruita e coltivata meticolosamente nel campo che ama, quello del cinema. Le userebbe per scegliere di uscire quando vuole con gli amici, per guidare l’auto, per farsi una vita e mantenersi da solo, altro che indennità.
 
Il welfare state per i disabili in Italia è purtroppo diventato un welfare family. Tutti a dare soldi e aiuti alle famiglie, a offrire viaggi già organizzati, spiagge già attrezzate, risorse preconfezionate. Tutte cose che nella maggior parte dei casi finiscono con l’accentuare la diversità, l’esclusione sociale non solo del disabile ma anche della sua famiglia dal resto del contesto. E ciò che è più grave, nessuna semplificazione nelle prassi burocratiche, milleuno file da fare per avere la pensione, poi rinnovarla, e poi il bollo, e poi ancora altre visite al compimento della maggiore età quasi che dalla tetraparesi spastica già diagnosticata si potesse guarire andando a Lourdes.
 
Chi non ha un figlio disabile non può capire, deve accettarlo per fede e per solidarietà umana ciò che scrivo, oppure rifiutarlo apertamente. Preferisco un cattivo sincero a un anima pelosa, che ti guarda e ti dice “poverini” e poi ti fa i conti addosso per i tre giorni al mese che ti prendi di legge 104, per l’aspettativa di due anni ex lege 151, per quel contrassegno con la sedia a rotelle che ti consente di entrare nella ztl. Privilegi li chiamano, e mostrano invidia, quasi quasi mi verrebbe voglia di fargli provare davvero che cosa vuol dire non poter contare sulle proprie gambe.
 
La disabilità è una malattia sociale profondamente contagiosa all’interno del nucleo familiare. Dal figlio passa ai genitori, li logora e li asciuga, appanna il loro entusiasmo, spenna le loro ambizioni fino a ridurle ad un esile lancia, l’ autonomia del figlio prima che sia troppo tardi, prima che a loro manchino del tutto le forze. Se la sua rabbia di vivere e di emanciparsi è come una droga e ti fa stare in piedi, è il resto dell’organismo che ormai cede, per i bocconi amari che devi ingoiare sulla tua carriera negata, per la cattiveria e il cinismo della gente intorno, per la solidarietà pelosa di uno Stato che vorrebbe tapparti la bocca con qualche soldo in più purchè ci pensi tu a tuo figlio, a fargli il bagno e cambiargli le mutande la mattina, a tentare di aiutarlo quando non trova nessun amico al telefono, a esortarlo ad avere speranza perché prima o poi arriverà il momento in cui potrà far valere il suo sapere e nessuno gli sbatterà più la porta in faccia. Vorrei che fosse domani, che lui potesse venire a dirmi che ha trovato un lavoro ben remunerato e non precario nell’ambiente del cinema, e che ha deciso di provare a vivere da solo e prendersi una badante. Vorrei vedere il suo futuro finalmente fuori dal tunnel e il giorno dopo farei domanda di pensione, anche se ho solo 56 anni, perché addosso me ne sento 70 e mi piacerebbe passare anche un solo week end al mare con mia moglie come due fidanzati, sapendo che Francesco è contento e lontano da noi. Ma forse una vita sola non basta per raggiungere tanta felicità.

Stefano Olivieri

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20 novembre 2011
PENSIERI D'AUTUNNO (di Stefano Olivieri)

Mentre i tecnici al governo lavorano l’Italia dei poveri ha il batticuore. Anche se non saranno lacrime e sangue bensì sacrifici, come ha affermato Monti, l’idea che questi sacrifici siano addossati in primis a chi ne ha già fatto troppi continua ad affiorare anche fra chi ha salutato con gioia la caduta del governo di Berlusconi e dei berluscones.
Questo perché nel nostro paese quasi sempre urgenza fa rima con indigenza, mai con ricchezza. E dal momento che questa crisi non aspetta, a tremare sono i soliti noti: dipendenti e pensionati. Ho già scritto dell’ICI e di come secondo me sia stato incauto da parte di Monti citarla e con disprezzo ( l’ha definita anomalia) senza nello stesso tempo far capire altrettanto chiaramente come quei soldi, risucchiati dalle famiglie con il ripristino dell’Ici, potrebbero nello stesso istante ritornarvi sotto forma di salari più sostanziosi per effetto di minori tasse, servizi pubblici, migliori prospettive per i giovani.
E poi i pensionati, o meglio, i pensionandi. Perchè qui si continua a parlare – giustamente per carità – di aggiustare l’orizzonte per i nostri ragazzi, ma poco si dice di chi ha già trenta o quarant’anni di lavoro sulle spalle e sente discorsi da brivido, come l’ipotesi di passare brutalmente dal calcolo retributivo a quello contributivo. Seppure dovesse essere, sarebbe giusto ritoccare in difetto anche le pensioni già in essere e con quei ricavi addolcire un po’ la pillola amara dei futuri pensionati, così da non creare per l’ennesima volta schiere di figli e figliastri, come accadde a suo tempo con le pensioni baby. E si potrebbe anche, prima di dire addio alle pensioni di anzianità, lasciare per quelle la porta aperta almeno alle categorie dei lavori usuranti, perché 40 anni da carpentiere non sono 40 anni da dirigente, lo sa anche un bambino. E non solo per l’usura prodotta dal lavoro in se, ma anche per quella che producono gli stipendi da fame che circolano oggi: l’operaio non può ritemprarsi con una vacanza a Sharm o con un tuffo in piscina, il dirigente sì.
 
Insomma serve giudizio, grande conoscenza dei problemi e soprattutto equità reale. L’Italia che lavora ha il fiato corto da un bel pezzo e non gradirebbe di essere presa di nuovo in giro. Questo nuovo governo è fatto di riconosciuti professoroni, per carità, ma se io fossi Bersani rimarcherei il ruolo del maggiore partito dell’opposizione dal punto di vista dello stimolo vigoroso per riportare nelle tasche delle famiglie quel fiume di denaro che si è sempre più concentrato nelle tasche delle cricche, di stato e non di stato. E se non ripartono i consumi interni, sarà difficile far ripartire questo paese. Un paese di lavoratori dove alligna una minoranza grassa che finora è stata lasciata a oziare. È un po’ anomalo che proprio adesso che abbiamo il “governo dell’impegno”, invece di parlare schiettamente di patrimoniale si parli di ICI e si prenda ispirazione, per il futuro welfare, dalla flexsecurity di Pietro Ichino.  
 
Lo dico senza problemi, sono uno di quelli che ha diffidato e diffida tuttora del giuslavorista che, a quanto ne so, ha studiato e analizzato molto il lavoro dipendente ma non è mai stato lavoratore dipendente. Almeno uno stage piccolo piccolo, in ufficio o in fabbrica dovrebbero farlo questi studiosi, che diamine, prima di emettere sentenze.  Perché non è  tanto la sua flexsecurity in salsa italiana a convincermi poco quanto il suo passato, neanche tanto lontano di fustigatore dei cosiddetti fannulloni del pubblico impiego. Di quella sua indecorosa campagna partita dalle colonne del Corriere della Sera se ne servì, a distanza di qualche mese, il mancato premio Nobel Renato Brunetta, con gli esiti che tutti conosciamo.  
 
Occorre un po’ di garbo presidente Monti, perché in Italia abbiamo i nervi scoperti e ci allarmiamo per nulla. Abbiamo già cominciato a risparmiare accorciando l’orario dei termosifoni in casa e mettendoci un maglione in più, abbiamo eliminato la pizza al ristorante una volta al mese e i regali di Natale già da qualche anno, abbiamo tollerato che impunemente ci trattenessero i soldi sullo stipendio per un giorno di malattia pur già contribuendo alla cassa malattia, abbiamo detto addio alle vacanze al mare da un pezzo. Adesso non si rammarichi se pretendiamo che questo governo tecnico da lei presieduto prenda atto che in Italia è stato effettuato un sistematico latrocinio a danno delle classi più deboli da parte del passato esecutivo. Se il paese deve tornare in carreggiata va trovato prima di tutto il denaro (che esiste, e dove sta voi lo sapete bene) per ridare ossigeno a salari, stipendi e pensioni. Il resto si vedrà strada facendo ma intanto la slitta si avvia. E lei sa bene, caro presidente, che una slitta va alla velocità del cane più lento, non di quello più veloce. Una bella cura di vitamine alla parte più debole del paese, a cominciare dai disabili visto che continuate a dimenticarli, e alla fine correremo tutti. Come è giusto che sia.
 
Stefano Olivieri
18 novembre 2011
VENI, VIDI, ICI ( di Stefano Olivieri)

Ci scommetto che di tutto il bel discorso di Monti ieri al Senato, nella testa degli italiani sia rimasto a galla soprattutto un nome (che è per la verità un acronimo): ICI. L’unica tassa realmente tolta da Berlusconi ( il cui effetto poi è stato nullo per i tagli agli enti locali, costretti a loro volta a tassare) è stata subito messa nel mirino dal nuovo premier, che l’ha definita una anomalia. Ecco qui.
Da quel momento in poi nessuno ha più ascoltato nulla ed è stato un vero peccato, perché le linee programmatiche dell’intervento di risanamento prospettato da Monti sono in gran parte da condividere. Le tre parole magiche, equità, sviluppo e rigore, c’erano tutte, in fondo.
Magari ci saremmo aspettati che prima di parlare dell’ICI fosse arrivato qualche dettaglio su come rivoltare davvero le tasche dei ricconi furbi ed evasori. Perché il problema grosso del nostro paese è che i soldi ci sono e si sa anche a questo punto ( è o non è un governo di banchieri? Se non lo sanno loro come stanare i ricchi...) anche chi li nasconde.
Voglio dire insomma che prima di ripristinare l’ICI l’Italia che arranca vedrebbe di buon grado una tassa sui suv, ad esempio. Perché quelle camionette di lusso da 50mila euro in su sono un continuo sfottò per le strade e nei parcheggi (quando parcheggiano bene…) per la gente che non ha i soldi per riparare la vecchia utilitaria e per la benzina. Senza parlare di tutto il resto, dalle barche agli aerei, dai cavalli ai viaggi verso il sole tutto l’anno, dai gioielli firmati alle piscine riscaldate anche d’inverno, dai vestiti milionari alle pellicce, mai del tutto scomparse nella vipperia degli arricchiti.  L’industria del lusso in Italia va a gonfie vele, il presidente Monti lo sa bene, e ha contato finora nella più che benigna disattenzione dell’ex premier Berlusconi.
L'Italia che lavora invece non ha i soldi per acquistare bot, comprarsi l'auto e neanche, giusto per fare un bell'esempio di inversione di rotta,  per mettere i pannelli solari sul tetto. Sarebbe un bel risparmio sulla bolletta delle famiglie e una bella soluzione per la nostra fame di energia, ma l'installazione è ancora troppo onerosa e lo Stato da questo punto di vista potrebbe fare molto, ad esempio farla pagare a rate leggere direttamente sulla bolletta, considerato anche il fatto che durante le ore di mancato utilizzo l’energia elettrica prodotta andrebbe alla rete diventando un credito per il contribuente. L’equità, insomma, andrebbe declinata invertendo prima di tutto, e  in modo significativo, l’enorme flusso di denaro che da almeno 15 anni ha prosciugato i portafogli delle famiglie di operai, dipendenti e pensionati a vantaggio di chi il denaro lo ha invece accumulato e nascosto, piuttosto che reinvestirlo per il bene della comunità. Tremonti è riuscito, ammesso che ci sia davvero riuscito, a tamponare le perdite soltanto perché ha continuato a raschiare cinicamente il fondo di stipendi e pensioni, e se è vero che si è distribuita tanta CIG, è altrettanto vero che quei soldi sono stati sottratti ad esempio ai FAS (destinati al sud), alla cassa lavoratori dipendenti (con un giochetto di prestigio fatto una decina di anni fa sulla legge 88 del 1989, per rendere comunicanti fra di loro il serbatoio dell’assistenza con quello della previdenza), insomma agli stessi cittadini cui sono stati destinati.
Il sostegno al reddito, invece, soprattutto in una fase critica come questa e in presenza di un fenomeno eclatante di evasione, sarebbe giusto farlo finanziare non soltanto da dipendenti e pensionati bensì dalla fiscalità generale.
Stanare gli evasori si può e si deve fare, e senza essere tanto delicati carissimo professor Monti. È questo che aspetta l’Italia degli operai, dei lavoratori dipendenti privati e pubblici, dei pensionati, dei giovani senza lavoro e senza prospettive, delle donne che sono in maggioranza nel nostro paese. E, se mi consente, anche dei disabili e delle loro9 famiglie, dimenticate perfino da lei. Sarebbe bastato un cenno per dare una speranza, per restituire un sorriso a chi è diventato invisibile sul serio e legge il suo nome sui giornali soltanto quando parlano di falsi invalidi. Pazienza, aspettiamo fiduciosi. Buon lavoro presidente.  
Stefano Olivieri
POLITICA
12 settembre 2011
CARA MARIA STELLA GELMINI ( di Stefano Olivieri)

Gentile Maria Stella Gelmini
 
E’ indubbio che una giovane signora bresciana di 38 anni possa perdere la testa, ogni tanto. Soprattutto se nel giro di pochissimi anni si trova prima a ricoprire incarichi prestigiosi nel partito a cui si è appena iscritta; se, laureata in giurisprudenza, riesce a diventare procuratore sostenendo l’esame in Calabria e non nella sua natìa Lombardia; se ancora, appena entrata in politica, si trova a sedere in parlamento, eletta grazie alla legge porcata di Calderoli; se, da deputata eletta, viene addirittura nominata ministra dell’istruzione in un paese come l’Italia, che di istruzione ha un disperato bisogno; se, da ministra, vara una riforma che ha affossato l’istruzione pubblica e ha messo per strada migliaia di professori precari; se infine, dopo tutte queste cose, si è sposata, è diventata mamma e ha scritto addirittura un libro di favole, pubblicato naturalmente dalla maggiore casa editrice italiana, proprietà del premier Berlusconi, suo diretto sponsor politico.
 
Lei ha appena affermato in una intervista rilasciata a “Mattino5”, fra le altre cose, che sua figlia sta bene e non risente della crisi. Ci fa piacere, ma le consiglieremmo per prudenza di pensare, prima di parlare. Lo faccia ogni tanto. Perché le sue parole, sicuramente pronunciate in buona fede ( non vogliamo assolutamente pensare a un gap intellettivo), possono dare adito a più di un risentimento.
 
Per farle un esempio chi le scrive è padre di un disabile dalla nascita, che ha avuto i suoi bravi problemi quando era ancora a scuola. Come quello di essere, sia che la classe fosse di un numero di alunni pari come dispari, sempre solo al banco. Con insegnanti di sostegno non sempre all’altezza del compito a loro affidato.
 
Mio figlio ormai è un uomo, ha dovuto lasciare la scuola anzitempo per problemi di relazione e non di apprendimento, tant’è che pur non avendo buone gambe è un genio nel campo del cinema, come attestato da numerosi e prestigiosi addetti ai lavori.
 
Ma i problemi del sostegno ai disabili nella scuola italiana sono rimasti, e con lei ministra si sono anzi purtroppo accentuati. Avete tagliato risorse al welfare, lo chiamate così perché faccia meno impressione, ma sapete bene che cosa state facendo.
 
Il suo presidente nonché sponsor politico nonché editore ha previsto in manovra un taglio alle risorse sociali per i disabili così rilevante da dimezzarle. Mentre nel frattempo foraggia giovani olgettine bene in carne e disponibili, spesso sistemandole in posti pubblici, con alti stipendi a carico della comunità.
 
I tagli da voi previsti costringeranno presto molte sfortunate famiglie italiane ad arrangiarsi da sole. Capisce adesso, signora ministro, come una sciagurata frase (“mia figlia sta bene e non risente della crisi”) possa fare tanto male all’Italia di oggi?
 
Ci dimenticheremo presto di lei, non dubiti, non appena questo spaventoso esecutivo verrà messo in condizione di non nuocere più al paese. E lei avrà tempo e modo di riflettere un po’ di più su che cosa ha fatto e ha detto in questi ultimi anni.
 
A non rivederci.
 
Stefano Olivieri
26 maggio 2010
SE PIANGE IL PICCOLO NATHAN ( di Stefano Olivieri)
 

Ci spiace tanto che il figlioletto di Briatore oggi pianga perché non ha più il latte della mamma e nemmeno la sua stanzetta bianca nello yacht del papà. Il papà avrebbe dovuto pensarci prima, diamine, avrebbe dovuto pagare le tasse per la barca e anche le accise per la benzina.

Ma non si preoccupi, il piccolo Nathan. Ci pensiamo noi. A pagare le accise della benzina, certo. Ma pensiamo anche, stia tranquillo che gli facciamo tornare il sorriso, a tutto il resto. Noi lavoratori dipendenti pubblici abbiamo risorse da vendere, anzi da regalare ! Briatore stia tranquillo con la sua famigliola, ché i soldi che servono al governo del malaffare ce li mettiamo noi, senza fiatare.

Prendete quello che volete dal nostro stipendio. Prendete quello che volete dalle nostre liquidazioni e dalle nostre pensioni. Se abbiamo in famiglia un disabile totale, che sia figlio o padre poco conta, da nutrire, vestire, pulirgli anche il sedere, non preoccupatevi : voi al governo non avete mai fatto niente prima, avete sempre evitato di creare strutture, di organizzare percorsi di ingresso al lavoro e al sistema di relazioni, di migliorare la mobilità urbana, di garantire i diritti dei disabili . Niente di tutto questo, avete soltanto fatto elemosine, eccoti l’assegno di accompagno per tuo figlio, o per tuo padre che vive con te e ora sparisci, pensaci tu a lui.

Adesso volete toglierci anche quello, per il bene comune, dite voi. Un assegno da 400 euro al mese non basta manco a pagare una badante, e per questo il 99 % delle famiglie con un figlio disabile sono monoreddito, in Italia. Adesso volete anche che il padre guadagni meno di 38mila euro all’anno, perché sennò è troppo lusso ? Benissimo, prendetevi pure l’assegno.

Tutto serve, per evitare di alzare anche soltanto un dito su quelli che non devono essere disturbati, perché mangiano, mangiano e continuano a mangiare. Non li disturbate, sono arrivati alla polpa proprio adesso, sarebbe davvero cattiva educazione.

Mangiate imbroglioni, ladri, mazzettari, corrotti e corruttori, imbroglioni italiani, ché a mettere a posto le cose ci pensiamo noi. In Italia il 10 % della popolazione detiene il 45 % del reddito nazionale, e in quel 10 % si concentra anche il massimo dell’evasione fiscale, ma non fa nulla : il governo preferisce tosare il restante 90 % della popolazione italiana, perché forse c’è più gusto.

Anche con i disabili e le loro famiglie se la prendono, pur di non toccare lo zoccolo duro del loro elettorato di riferimento. Attento Berlusconi, toccare i disabili ti porterà male, vedrai. Votate, votate PDL cari Italiani, votate Lega, se volete mandare affanculo la giustizia e la democrazia !

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/

23 maggio 2010
Berlusconi vuol fare cassa sui disabili veri (di Stefano Olivieri)
 

Allevare un figlio disabile costa dal suo primo giorno di vita. All’inizio tutti i bambini sembrano uguali, piangono e agitano le manine, fanno la pipì in continuazione, prendono il latte dalla mamma stringendo i piccoli pugni. Le prime settimane fanno in genere scomparire quasi del tutto le ansie per un parto difficile e prematuro, le preoccupazioni per un esserino che con il calo fisiologico può facilmente arrivare a pesare meno di un kg. di peso. Ce la fa, non ce la fa, tutti appesi al suo faccino, alle sue smorfie prima di sporcare il pannolino, ma è tutto normale, nella prassi prestabilita e consumata di una giovane famiglia che si allarga. I parenti e gli amici che si affacciano di continuo a casa tua, che gli portano regali sciocchi e inutili, che si complimentano con tua moglie che ha riacquistato subito la linea.

Poi avviene qualcosa, verso il terzo o quarto mese di vita. Anzi non avviene qualcosa. Ancora di più: avviene qualcosa di anomalo. Il bambino tira sù la testa e non la fa ricadere giù dopo qualche secondo, come tutti gli altri. “E’ più forte, è più sveglio” ci diciamo inorgogliendoci per lui. Però alla visita pediatrica di routine per i prematuri il medico ci consiglia cautela, parla di “ipertono”, di “iperattività”. Non è più precoce degli altri bambini, c’è piuttosto un problema di difettoso controllo del rilascio dei muscoli, va controllato. Inizia il tunnel.

Esami su esami, molti a pagamento perché si va dal migliore e non si può aspettare. Elettroencefalogramma, visite su visite, lui ancora così piccolo e già va e viene dagli ospedali, con la mamma come appendice, un cordone ombelicale che invece di recidersi si ingrossa a dismisura e non si reciderà mai, per la vita. Passano i mesi e il gap diventa evidente, si entra nei gironi infernali della fisioterapia forzata, il trattamento “Vojta”. Mamma e figlio per un anno e più, due volte al giorno sull’autobus da casa fino a via dei Sabelli, al centro di neuropsichiatria infantile, a far la fila per la seduta di fisioterapia. Poi all’improvviso uno scivolo previdenziale mette in pensione da un giorno all’altro tutte le fisioterapiste anziane e lascia il centro in mano a ragazzi freschi di corso, il passaparola fra le mamme è fulmineo, chi ha il telefono privato di qualche fisioterapista pensionata lo passa alle altre. Si continuerà come prima ma stavolta a pagamento, per i disabili il welfare è un vestito sempre troppo stretto.

Provate a passare 32 anni così, seguendo un figlio notte e giorno, attraversando Luminalette e operazioni chirurgiche per metterlo in piedi, piangendo di gioia ad ogni minimo suo progresso. Pensate a quando cresce e diventa uomo, ma dovete continuare a vestirlo e a lavarlo, cercando di diventare invisibili e discreti come servitori estranei quando comincia a mostrare vergogna della sua nudità di fronte alla madre e al padre. Pensate alla sua rabbia di vita, alla voglia di scrollarsi di dosso l’handicap, di dimostrare che le gambe non possono fermare, non debbono fermare la mente, l’intelligenza, la creatività. Pensate alla sua delusione quando già a 14 anni, l’età per il primo motorino, la sua folla di amici si azzera all’improvviso perché per gli altri l’orizzonte si è allargato.

Pensateci e riflettete su un governo che per fare quadrare un bilancio statale sconquassato dalla crisi planetaria ma anche dai mille omaggi alle mille “cricche” in circolazione, ora decide non solo di combattere i “falsi invalidi”, cosa per altro doverosa a prescindere dalla crisi, ma anche di fare cassa sulle risorse degli invalidi veri. Queste sono le voci che arrivano dalle stanze di palazzochigi, nuovi limiti di reddito (un inedito completo per l’indennità di accompagnamento, che si eroga a prescindere dal reddito), nuove restrizioni che certamente corrispondono alla scelta di una drastica riduzione delle risorse per la classe più svantaggiata dei cittadini italiani, quella dei disabili e delle loro famiglie.

La prima parte di questo articolo l’ho pubblicata quando mio figlio aveva 28 anni, quasi cinque anni fa. Non è cambiato nulla per ciò che fa il governo del paese per lui, è cambiato molto invece – e Francesco deve ringraziare soltanto se stesso – il suo sistema di relazioni, che si è infittito grazie a un sogno, realizzare un film, che mio figlio è riuscito a far condividere ai tanti aspiranti attori, cameramen, scenografi e costumisti che credono nel suo copione e si impegnano gratuitamente. E l’impegno gratuito, disinteressato è quel che manca oggi, alla nostra politica.

Voglio dare un consiglio bonario a Berlusconi e a tutto il governo. Non toccate i veri disabili se non volete per strada un esercito di madri e di padri che già oggi hanno i loro bravi problemi con i loro figli. Perché l’Italia non è un paese civile, non si impegna direttamente ma preferisce indennizzare questa isola, la più difficile, del suo stato sociale. Soldi in cambio di silenzio, indennità all’accompagnatore e poi pensaci tu a tuo figlio, a riempire le sue giornate, ad accompagnarlo dai suoi amici se riesce a farsene. Le famiglie lo fanno, quasi sempre uno dei due genitori perde il lavoro per dedicarsi a tempo pieno al figlio, e il tempo che passa ci propone sempre più la domanda : che cosa farà quando non ci saremo più ?

Per questo soprattutto combatto Berlusconi e ciò che lui ha seminato e continua a seminare. E più lui alzerà il tiro, più lo alzeranno le madri e i padri validi – e non sapete ancora quanto – dei disabili. 

La disabilità è una malattia sociale profondamente contagiosa all’interno del nucleo familiare. Dal figlio passa ai genitori, li logora e li asciuga, appanna il loro entusiasmo, spenna le loro ambizioni fino a ridurle ad un esile lancia, l’ autonomia del figlio prima che sia troppo tardi, prima che a loro manchino del tutto le forze. Se la sua rabbia di vivere e di emanciparsi è come una droga e ti fa stare in piedi, è il resto dell’organismo che ormai cede, per i bocconi amari che devi ingoiare sulla tua carriera negata, per la cattiveria e il cinismo della gente intorno, per la solidarietà pelosa di uno Stato che vorrebbe tapparti la bocca con qualche soldo in più purchè ci pensi tu a tuo figlio, a fargli il bagno e cambiargli le mutande la mattina, a tentare di aiutarlo quando non trova nessun amico al telefono, a esortarlo ad avere speranza perché prima o poi arriverà il momento in cui potrà far valere il suo sapere e nessuno gli sbatterà più la porta in faccia. Vorrei che fosse domani, che lui potesse venire a dirmi che ha trovato un lavoro ben remunerato e non precario nell’ambiente del cinema, e che ha deciso di provare a vivere da solo e prendersi una badante.

Vorrei vedere il suo futuro finalmente fuori dal tunnel e il giorno dopo farei domanda di pensione, anche se ho solo 59 anni, perché addosso me ne sento 70 e mi piacerebbe passare anche un solo week end al mare con mia moglie come due fidanzati, sapendo che Francesco è contento e lontano da noi. Ma forse una vita sola non basta per raggiungere tanta felicità.

Ci provasse, Berlusconi, a tosare le già esigue risorse destinate ai disabili veri, e avrà pane, ma pane molto duro, per i suoi denti finti.

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/


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permalink | inviato da Stefano51 il 23/5/2010 alle 12:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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