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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
SOCIETA'
28 agosto 2012
L'ALBUM DELLE FERIE (di Stefano Olivieri)


Ricordate In&Out, il celebre film del 1997 con Kevin Kline, Matt Dillon, Tom Selleck e Joan Cusack? C’è la scena in cui l’anoressica amica di Cameron Drake ( l’ex studente attore che rivela l’omosessualità del prof . Brackett ) tenta, senza riuscirci, di usare un vecchio telefono a disco combinatore pigiando i numeri all’interno degli anelli. Una scena che già nel 1997 faceva sorridere perché l’umanità nel frattempo era passata ai telefonini digitali, quelli con i bottoncini.
Ebbene oggi, a quindici anni di distanza anche quei vecchi cellulari, per non parlare poi del telefono a disco combinatore, sono diventati preistoria. I telefonini si sono evoluti, allargati, appiattiti e asfaltati dallo schermo che ne occupa tutta la superficie. E per usarli si lisciano, si sfiorano, si accarezzano con gesti magici e ben studiati.
Si torna dalle vacanze con l’album delle fotografie e dei filmati in tasca. Vent’anni fa si rientrava dalla villeggiatura (altra consuetudine scomparsa da anni dalle famiglie italiane a causa del pessimismo, diceva Berlusconi...) e si portavano dal fotografo i negativi da far sviluppare. Dentro quei piccoli barattoletti grigi c’erano gli attimi più belli e significativi delle ferie e quelle foto, una volta stampate, finivano in un vero album, con tanto di copertina e di carta velina per ogni pagina. Si organizzavano addirittura cene con gli amici per vederle e commentarle insieme.
Oggi no, tiri fuori lo smartphone e immortali proditoriamente tua suocera mentre addenta la parmigiana di melanzane alla trattoria del lido balneare. Oppure i culi delle ragazze che ti passano davanti mentre tua moglie non ti guarda. E poi li mostri fiero ai colleghi al rientro al lavoro, sfiorando lo schermo del telefonino con indice e pollice che si allargano per mostrare il particolare delle natiche. Così delle ferie 2012 ti rimarrà questo bel ricordo. Fra dieci anni avrai già dimenticato dove le avevi trascorse ma ti resterà, immarcescibile, l’immagine di quel bel sedere di una perfetta sconosciuta.

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it 

9 febbraio 2012
CONSIGLI PER PINGUINI (di Stefano Olivieri)

Siamo grati al governo dei professori. Si prendono cura di noi dopo averci bastonato per bene. Ci consigliano di stare al caldo, di evitare gli spifferi, di coprirci bene quando usciamo e di portare anche le coperte in macchina, insieme alle catene. Non si sa mai nell’Italia di oggi.

Questi professori mi sa che si sono lasciati prendere la mano dalla libertà di pontificare su tutti e su tutto senza contraddittorio. Questo decalogo delle ovvietà comparso sul sito ufficiale del governo se lo potevano anche risparmiare, invece si sono risparmiati dal dire che faranno qualcosa subito per i soliti, miserabili avvoltoi del freddo. Il raddoppio degli ortaggi e dei generi di prima necessità nei supermercati, l’impennata del prezzo della benzina per fare un paio di esempi. E tortorate su chi dovrebbe garantire la mobilità in questa situazione di emergenza, e non lo fa. La nevicata sarà pure eccezionale, ma lo è altrettanto l’impreparazione di certi sindaci, il ritardo dell’Enel nel riattivare le linee, dell’Anas nel riaprire le strade, dei sindaci imprevidenti e male organizzati.

Il clima sta cambiando e lo sappiamo non da ieri, ma da almeno dieci anni. la neve a Roma ormai torna puntualmente ogni anno e questa volta ha bussato più forte, tutto qui. Occorre mettere mano al portafogli per migliorare la sicurezza dei cittadini, e se i soldi non ci sono vanno presi dalle tasche di chi non ha dato. Torniamo sempre lì, alla tassa patrimoniale, non c’è niente da fare. Anche dal freddo non ci si riprenderà mai se non realizzeremo veramente l’equità sociale. Ma questo governo è ancora troppo distratto verso il capitale e continua a spalmare le tasse sui più deboli. Tante regioni hanno paura a dichiarare lo stato d'emergenza neve perchè poi così aumenta l'accisa locale sulla benzina, a carico del consumatore finale. Siamo noi, i consumatori finali, sempre, nel bene e nel male, nel male più che altro.  

Perciò, caro Monti, prima di dare consigli ai pinguini, pensa ai furbi che approfittano anche del gelo. È lì che devi menare duro, e se non lo fai sei complice anche tu.

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it 

12 maggio 2011
Le elezioni e il portafoglio vuoto (di Stefano Olivieri)

Una parte politica che usa il potere istituzionale dei suoi eletti per invadere la tv in ogni spazio possibile e gettare fango su avversari, su istituzioni come il capo dello stato, la magistratura nel suo insieme, la stessa carta costituzionale, ha deciso di fare a meno delle regole democratiche ed è costretta a chiamare a raccolta i suoi sostenitori inventando nuove regole come l’appartenenza a una certa classe economico sociale, come l’intolleranza verso i diversi per razza, per religione, per credo politico e per portafoglio. Così facendo si compatta ma al tempo stesso si indebolisce perché viene meno la varietà degli aggregati sociali, è come un calcestruzzo che viene impastato con sempre più sabbia e sempre meno pietre, al momento di consolidarsi si formeranno crepe profonde e la costruzione crollerà.

E' ciò che sta accadendo alla destra italiana rimasta fedele a Berlusconi e a Bossi. Il primo ha fatto balenare il sogno della ricchezza e della libertà, intesa come assenza assoluta di regole. E con i consensi ottenuti si è infatti arricchito a dismisura e si è dato a una vita sregolata da qualsiasi vincolo. Lui, ben inteso, non quelli che lo hanno votato, per la gran parte dei quali c'è stata invece sempre meno ricchezza e libertà.

Il secondo, Bossi, ha fatto leva sull’intolleranza verso i diversi, sulla conservazione dei privilegi di posizione economica capitalizzati dai suoi elettori nel campo del lavoro privato sopratutto, favorendo la libera mano di capi e capetti nell’industria e nell’artigianato in barba a qualsiasi regola sul lavoro, sul rispetto delle regole sindacali, contributive e fiscali che sono state via via nel tempo piegate, mortificate, polverizzate in mille contratti e contrattini che hanno sempre di più trasformato i lavoratori in schiavi senza diritti e i padroni in despoti assoluti. La Lega ha poi fatto di più: per espandersi anche al di fuori della cosidetta Padania e ricattare sempre più pesantemente il capo della coalizione di governo Berlusconi, si è inventata il federalismo, che altro non è che il cavallo di troia, destinato al centro sud italiano, attraverso cui fidelizzare altri elettori padroni e padroncini senza scrupoli pronti a reclutare nuovi schiavi.

Si torna di fatto allo scontro della lotta di classe, una classe stavolta prima di tutto squisitamente economica, perché è proprio sull’economia che questo governo ha fatto leva per premiare e punire, attraverso la pressione fiscale da una parte e i condoni dall’altra. Le vecchie appartenenze politiche e ideologiche non sono più in discussione e voglio dare un suggerimento prezioso all’elettore ancora dubbioso: oggi se si vuole capire da che parte votare non serve guardare la tv, si deve guardare al proprio portafoglio. Tenetelo presente a partire da dopodomani.

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

12 dicembre 2009
Il superindice Ocse non disegna affatto un' Italia super ( di Stefano Olivieri)

Non sono un economista perciò quando non capisco mi informo. In tv in questi giorni va in onda la notizia che l'Italia sarebbe addirittura la lepre della ripresa mondiale, e onestamente la cosa, se rapportata al paese reale, mi pare davvero strana. Così sono andato girovagando nel web alla ricerca di maggiori dettagli sul "superindice" Ocse e ho scoperto cose molto interessanti. La fonte, che ringrazio per la dovizia di informazioni e che cito doverosamente è :
http://alesiro.blogspot.com/2009/11/i-dati-ocse.html

Il quadro che emerge alla fine della lettura non è così rassicurante come la tv vuol farci credere, anzi : è più che probabile che un risveglio così netto e repentino del nostro paese sia il segnale di un cambiamento profondo nei rapporti di forza fra clase lavoratrice e padronato, che è passato come un rullo compressore su decenni di lotte per i diritti e le tutele sul lavoro, lasciando alla fine un deserto colmo di schiavi. Da qui non si torna indietro e la ripresa, per le famiglie e per chi vive di salario e stipendio non ci sarà se non si cambia subito drasticamente rotta. Come a dire : o si da adesso una spallata al governo, portando davanti palazzo Chigi due milioni di lavoratori con le loro famiglie, o dobbiamo prepararci ad almeno un decennio di stenti.

Ecco i due articoli :

Da Lavoce.info – ARTICOLI – COME LEGGERE I DATI SULLA CONGIUNTURA

Molti i dati rilasciati nell’ultima settimana. Sembrano offrire segnali discordanti e la politica li legge in molto diverso. Ma in realtà sono tra di coloro coerenti. Perché offrono indicazioni diverse. Basta saperli leggere. Vediamo prima di ripercorrerli e poi di commentarli. Partiamo dai dati di consuntivo. Il 10 settembre l’Istat ha confermato le sue stime preliminari di metà agosto: il Pil dell’Italia è sceso dello 0,5 per cento nel secondo trimestre rispetto al trimestre precedente (il dato “congiunturale”, destagionalizzato e aggiustato per il numero di giornate lavorate) e del 6 per cento rispetto al secondo trimestre 2008 (il dato “tendenziale”). Il dato congiunturale è peggiore di quello di Francia e Germania che hanno fatto segnare tassi di crescita (modestamente) positivi rispetto al trimestre precedente, e migliore di quello di Regno Unito e Spagna. Il dato cumulativo dal secondo trimestre del 2008 al secondo trimestre del 2009, riportato qui sotto, è peggiore di tutti gli altri paesi del G20, anche quelli nell’epicentro della crisi. Solo il Giappone ha sin qui fatto peggio dell’Italia. Pil secondo trimestre 2008/secondo trimestre 2009 Usa -3,88 Giappone -6,25 Area Euro -4,58 Germania -5,70 Francia -2,58 Italia -5,90 Regno Unito -5,45 Canada -5,45 Fonte: Oecd (settembre 2009) Poi l’11 settembre – solo un giorno dopo – l’Ocse ha pubblicato i dati del cosiddetto superindice, un indicatore di tanti indicatori del ciclo calcolato, si egge nel comunicato stampa, “per fornire segnali preventivi di punti di svolta nei cicli economici”. Nessuno guarda alla metodologia di calcolo e tutti – media e politici – si affrettano a trarre conclusioni molto ottimistiche. In effetti, il superindice porta con sé dati molto positivi per la nostra economia. Ci sono “chiari segnali di ripresa in tutte le economie dei G7, in particolare in Francia e in Italia”. Dalla metà della classifica dei dati congiunturali e dal fondo della classifica dei dati tendenziali del Pil, ecco arrivare l’economia italiana in pole position. “L’Italia traina la ripresa mondiale” titolano alcuni giornali. Infine, il 14 settembre, la Commissione europea ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell’Italia per il 2009 e il 2010. La previsione rivista dice che la crescita del Pil nel 2009 si attesterà a -5 per cento (vuol dire: la crescita media del Pil nel 2009 rispetto alla crescita media del Pil 2008), un dato un po’ peggiore del -4,4 per cento previsto in primavera. Ma tanto per confondere le acque, la Commissione ha aggiunto che in Italia “dopo una profonda recessione è in atto un graduale miglioramento”. È infatti “attesa nella seconda metà del 2009 una debole ripresa che comporterà un piccolo impulso di crescita positivo nel 2010”. COSA MISURANO QUESTE STATISTICHE? Una cosa sono i dati “veri”, cioè quelli che descrivono ciò che si è verificato in un dato periodo di tempo, e un’altra sono le previsioni. Il dato sul Pil che pubblica l’Istat è un dato “vero”, che esce una volta ogni trimestre con 45 giorni di ritardo rispetto al trimestre stesso. Quindi verremo a sapere alla metà di novembre come è andata l’economia italiana nel terzo trimestre 2009, quello che si chiude a fine settembre. Un ritardo di 45 giorni, anche se fisiologico (gli altri istituti di statistica non sono più veloci dell’Istat), è chiaramente troppo lungo per i tempi della politica e dei mercati. Il valore di un’azione è mediamente dato (con occasionali rilevanti scostamenti) dalla somma dei profitti futuri che ci si può aspettare dall’azienda che emette il titolo. E i profitti vanno bene o male a seconda se l’economia va bene o male: dunque la Borsa vuole previsioni sul Pil e su altre variabili economiche che siano indicative di ciò che succederà ai profitti delle imprese, con frequenza ben maggiore rispetto a quella trimestrale. E pure per il ministero dell’Economia – anche per un ministro che non crede nelle previsioni – è altrettanto importante farsi un’idea di ciò che succede al Pil perché la crescita del Pil influenza positivamente le entrate dello Stato e negativamente le sue uscite (per questo il deficit peggiora quando l’economia va male e migliora quando le cose vanno bene). Sul futuro abbiamo leprevisioni economiche delle varie istituzioni internazionali come la Commissione europea, il Fondo monetario o l’Ocse che in momenti diversi dell’anno presentano le loro previsioni sull’andamento delle principali variabili macroeconomiche future. E poi c’è il superindice dell’Ocse che è un riassunto di vari indicatori che forniscono informazioni qualitative sul futuro con l’obiettivo di individuare punti di svolta nel ciclo economico (il passaggio da recessione a ripresa e viceversa) con sei mesi di anticipo rispetto a quanto indicato dai livelli di attività economica come il Pil. Per questo il superindice si chiama Cli, Composite Leading Indicator. Serve a cogliere i punti di svolta, non a misurare l’intensità della ripresa nei vari paesi. La lettura offerta dai giornali è, dunque, del tutto fuorviante. COSA C’È NEL SUPERINDICE OCSE? Per i paesi che fanno parte dell’Organizzazione, il superindice Ocse riassume variabili mensili relative alle aspettative sulla fiducia delle famiglie e delle imprese. Ma anche tra i paesi Ocse ci sono un po’ di differenze. Per l’Italia, il superindice contiene sei voci, tre relative alle aspettative future (la fiducia delle famiglie e le aspettative delle imprese manifatturiere sulla loro produzione futura e sul loro portafoglio ordini), due dall’Istat (i nuovi ordini al netto delle variazioni del livello dei prezzi e le ragioni di scambio, cioè una misura della tassa petrolifera) e uno della Banca d’Italia sul tasso di interesse sul mercato interbancario a tre mesi. Molte di queste variabili sono incluse nel calcolare l’indice degli altri paesi Ocse. L’indice della Francia e del Regno Unito comprende anche il numero di registrazioni di nuove automobili e un indice del mercato azionario. L’indice francese considera anche il numero dei posti di lavoro vacanti. Rispecchiando, rispettivamente, l’elevata proiezione estera per l’economia tedesca e l’importanza del turismo per l’economia spagnola, l’indice della Germania include il portafoglio ordini sull’estero, mentre quello della Spagna inserisce, tra l’altro, anche il numero di notti in hotel. Perché la Spagna includa le notti in hotel, Francia e Regno Unito includano le registrazioni di automobili e l’Italia no è un mistero un po’ inquietante per i non statistici. PERCHÉ PIL E SUPERINDICE DICONO COSE DIVERSE Il dato del Pil, quando esce, è sempre una fotografia un po’ datata del passato recente. Il superindice è invece una previsione basata sulle aspettative di chi opera nell’economia (e si informa sui media) e segnala quando le cose potrebbero cominciare ad andare meglio. Che i due indicatori mostrino andamenti differenti è del tutto normale quando ci si avvicina alla fine di una recessione. Per ora è vero che l’Italia si avvicina a motore spento alla fine del tunnel. Così come è anche vero che gli italiani sono ottimisti sul futuro, il che potrà contribuire a un più ravvicinato ritorno alla crescita nel nostro paese. Rimane comunque il fatto che né il superindice Ocse né altri indicatori ci possono dire con un ragionevole grado di affidabilità quanto efficace sarà davvero la ripresa nel creare nuovi posti di lavoro e nuove imprese. La cosa più probabile è semmai che il mercato del lavoro subisca ancora a lungo le conseguenze della crisi dell’ultimo anno. Bene perciò non abbassare la guardia. Che la politica si prepari al peggio, sperando di ricevere, prima o poi, buone notizie e non solo un miglioramento delle aspettative.


Da Arcana Mundi dell’Ocse | Phastidio.net

Altro aggiornamento del superindice Ocse, altro tripudio di pacche sulle spalle ed autocongratulazioni. Siamo fatti così, insuperabili nel dar corpo alle ombre, nel bene e nel male. Dunque, vediamo il dato di settembre: “gli indicatori mostrano chiaramente una crescita in Italia, Francia, Regno Unito e Cina, mentre in Canada e Germania si vedono dei segni di espansione potenziale”. Bene, c’è in atto una ripresa, lo sapevamo da tempo. Quello che molti nostri politici non riescono a cogliere è che un leading indicator esprime una previsione di quello che potrebbe accadere tra sei-nove mesi. Non è assolutamente detto che la previsione si realizzi, ed anzi alcune recenti ricerche segnalano che il grado di correlazione del CLI (Composite Leading Indicator) dell’Ocse con la crescita effettivamente conseguita nei due-tre trimestri successivi si è ridotto, nell’era della globalizzazione. Ma c’è dell’altro, ed è un caveat metodologico piuttosto serio. Scrive l’Ocse: «Sebbene i segni di espansione siano evidenti in diversi Paesi, devono essere interpretati con cautela. In effetti il miglioramento atteso dell’attività economica, in rapporto al suo livello potenziale di lungo termine, può essere parzialmente attribuito a un decremento di questo stesso livello potenziale di lungo termine stimato e non soltanto al miglioramento dell’attività economica in sé» Che tradotto vuol dire: attenzione, perché queste variazioni così vistose del CLI possono derivare dal fatto che ci troviamo in un “nuovo mondo”, dove il potenziale di crescita di lungo periodo si è abbassato. Che, detto in altri termini, suggerisce che ad un boom del CLI può corrispondere, dopo due-tre trimestri, una variazione del Pil piuttosto esigua, e come tale insufficiente a riassorbire la disoccupazione.

Le reazioni politiche di maggioranza al dato sono comprensibili: siamo in una congiuntura mai sperimentata prima, in cui le categorizzazioni a cui eravamo abituati sono venute meno, e dove le correlazioni tra fenomeni si sono in generale indebolite. Si pensi al concetto di benchmark, l’indice di riferimento, nei fondi comuni di investimento. Se in un anno l’indice di borsa perde il 20 per cento ed il mio fondo comune, che su quella borsa investe, perde “solo” il 10 per cento, il gestore verrà a dirmi che “ha battuto il benchmark”, e nella sua ottica è un grande risultato, quasi sempre sufficiente a fargli intascare un robusto bonus. Il risparmiatore viene convinto che, “date le condizioni dei mercati”, possiede un fondo di eccellenza. E’ forse è anche vero ma, come dicono i cinici, “tu non mangi la performance relativa”. Sei comunque più povero che a inizio anno.

dati ripresi da http://alesiro.blogspot.com/2009/11/i-dati-ocse.html

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/

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permalink | inviato da Stefano51 il 12/12/2009 alle 11:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
SOCIETA'
24 novembre 2008
SOPRAVVIVERE PER CONSUMARE O CONSUMARE PER SOPRAVVIVERE ? (di Stefano Olivieri)

Ricordo della scorsa legislatura Berlusconi uno spot insistente e paternalistico, dove un uomo ( o una donna, a seconda delle versioni dello spot) con due buste colme della spesa in mano attraversava la città e veniva ringraziato da chiunque incontrasse. Operai che uscivano dai tombini, vigili urbani, passanti, chiunque lo vedesse gli sorrideva e gli diceva grazie perché con la sua spesa stava contribuendo alla rinascita del paese. Che cosa ci fosse poi in quei pacchi non è dato di saperlo, ma evidentemente nell’idea del Grande Ispiratore – sempre lui naturalmente, il cavaliere – non era poi così importante che cosa avesse comprato quel cittadino telecomandato, e non era nemmeno importante se avesse utilizzato saggiamente i suoi pochi soldi per acquistare beni di prima necessità per la famigliola affamata oppure se ne fosse strafregato di moglie e figli comprando articoli costosissimi di lingerie con cui omaggiare una collega di lavoro particolarmente attraente e disponibile.

Ma il grossolano spot non indagava, non si poneva – figurarsi.. - questioni etiche di spesa più o meno sostenibile, più o meno giustificabile. La reclame semplicemente invitava, anzi spintonava all’acquisto il malcapitato spettatore, quasi solleticando un suo senso di colpa se non si fosse immediatamente catapultato giù dalla poltrona per raggiungere il supermercato più vicino. Perché poi il messaggio vero dello spot, quello subliminale era un altro : quei soldi spesi dai cittadini beoti, anche incoscientemente, per l’acquisto di un bene qualsiasi, erano come messi in banca perché affidati al virtuosissimo circuito di commercianti, imprenditori, artigiani e via dicendo, che ricevendo quel denaro ad altro non avrebbero pensato se non al bene comune, perchè con le loro casse finalmente riempite dagli acquisti dei cittadini tornati ottimisti, queste dame di sanvincenzo avrebbero ripreso a fare nuovi ordinativi alle industrie rivitalizzando alla fine, attraverso un connaturato e prorompente civismo fiscale, anche la grande cassa dello Stato italiano.

Ma qui casca l’asino, caro il mio cavaliere Berlusconi, venditore di pacchi vuoti. Se proviamo ad andare indietro con la memoria di qualche mese, diciamo circa otto mesi, poco prima della caduta del governo Prodi, ci ricorderemo del colpo di teatro fatto da Visco con la pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi di tutti gli italiani relativi all’anno 2005. Quella pubblicazione, polemiche a parte, disvelò in modo inequivocabile a tutto il paese ( carta, anzi no : cifra canta ! ) quanto maggiori fossero i redditi dichiarati dai lavoratori dipendenti rispetto a quelli dichiarati dai lavoratori autonomi. Ovvero, per chi fosse particolarmente tardo nel comprendere, da quale parte del paese che lavora e produce fosse stabilmente concentrato il massimo di evasione fiscale, la vera cancrena della nostra democrazia.

Ammettiamo per un attimo e mai concediamo che una famiglia italiana caduta nel disagio, che abbia a malapena i mezzi per sopravvivere perché non arriva alla quarta e talvolta anche alla terza settimana del mese, ammesso dunque che una famiglia del genere, mossa da un irrefrenabile patriottismo, decida di giocare alla roulette russa aumentando sconsideratamente il proprio consumo per ascoltare il premier. Quale garanzia potrebbe offrire il premier a questa famiglia, che quei soldi spesi in più invece di diventare banalmente il pieno del suv della moglie del macellaio sotto casa, magicamente si trasformino in manna che scende dal cielo sulla povera gente ? Ma dico, va bene che ci considera tutti coglioni, ma insomma, per caso il premier pensa che crediamo ancora a babbonatale ? E soprattutto : se ha tanta voglia di vedere che torniamo a spendere e spandere, perché non ha fatto il bel gesto di detassare le tredicesime ai dipendenti e ha speso i soldi soltanto per l’ennesimo bonus fiscale per commercianti e imprenditori ? Perchè proprio adesso che il petrolio è sceso a meno di 50 dollari al barile - e quindi dovrebbe calare anche la bolletta energetica - il premier annuncia entusiasticamente che bloccherà le tariffe del gas e dell'elettricità ? Perchè continua a prenderci per il c...? Presidente Berlusconi, vede per caso una sveglia al nostro collo ? O forse lei ha bisogno di una sveglia ? Perché se è così, guardi che gliela diamo proprio volentieri, basta dirlo. Sopravvivere nella repubblica delle banane che lei ha creato, stentare in tutto per poi alla fine consumare al solo scopo di rinsanguare un sistema produttivo e distributivo che già da solo non aveva mai dimostrato eccelse qualità di solidarietà sociale, e che lei ha aiutato poi con ogni mezzo a peggiorare forgiandolo a sua immagine e somiglianza, sopravvivere per sacrificarci all’altare del bieco consumo non ci interessa, grazie. Perciò quei pacchi dell’ottimismo, nel caso avesse in mente di trasmetterli di nuovo in tv, glielo diciamo noi che cosa ci deve fare. Si vergogni e se ne vada, presidente !

8 settembre 2008
Chi pagherà la Service Tax ? (di Stefano Olivieri)

 Pare che già il nome piaccia tantissimo a Berlusconi, che di solito a sentir parlare di tasse diventa subito nervoso. Per questo la cosa mi insospettisce e molto, e non solo perché l’idea è stata partorita da Calderoli, noto mattacchione della CDL per le sue trappolone, prima fra tutte la riforma elettorale.

Credo che Berlusconi e i suoi siano contenti perché hanno appena finito di confezionare un nuovo pacco dono per gli italiani : la tassa sui servizi ( locali : dunque il governo centrale sarà una verginella che resterà a guardare) è intanto una nuova tassa, punto. A quanto ammonterà e soprattutto chi la dovrà pagare, questo è un argomento ancora avvolto dal mistero. Ma poiché in qualche modo andrà a sostituire l’ICI ( con cui la stragrande maggioranza dei comuni italiani riusciva più o meno a far quadrare il bilancio comunale), il paragone è d’obbligo.

L’ICI è stata cancellata, e va bene. Non se ne è accorto chi già non la pagava più nella passata legislatura, dal momento che il governo Prodi aveva predisposto i confini di una no tax area specifici per l’ICI. Dunque per chi è proprietario della sola casa di abitazione e titolare di reddito modesto, l’ICI è un ricordo già lontano, datato 2006. Il regalo Berlusconi lo ha fatto soprattutto alle classi abbienti, avendo il pudore di escludere castelli, ville hollywoodiane, etc. , ma a conoscere l’ingegno di certi commercialisti al soldo dei ricconi (ogni riferimento a Tremonti è puramente casuale) c’è da scommettere che nel frattempo molte dimore da nababbi sono state per incanto declassate.

La tassa sui servizi con la casa c’èntrerà poco o nulla, pare. Invece interesserà i servizi resi ai cittadini. Quali ? Ad una intervista Calderoli risponde così a questa domanda : “«Tutto quello che viene offerto dal Comune in termini di servizi, dall’aiuola alla pulizia del marciapiede, dal parcheggio all’acqua che ti arriva fino a casa, verrà coperto da questa tassa»

Dunque la pulizia delle strade e dei giardini, i parcheggi, l’acqua potabile che esce dal rubinetto. Beni e servizi di cui certamente si giovano tutti, più o meno. Ma io aggiungerei anche – si sa : Calderoli è un genio smemorato, lo si vede dalla faccia – anche i trasporti pubblici. E poi chissà se i vari aiuti sociali al turismo, alla scuola, alle opere pubbliche, alle opportunità economiche e culturali ecc. rientrano anch’essi nelle categorie previste dalla service tax. E come omologare in questa logica prettamente mercantile – io ti do un servizio e tu lo paghi – le tessere gratuite per l’autobus dei nonnetti, o i servizi per gli studenti disabili ? Per il momento è un mistero, ma ho paura che questa tassa verrà spalmata tout court su tutta la cittadinanza a prescindere da reddito e condizione sociale. Tutti i servizi cresceranno di prezzo, e compiranno in maniera indiscriminata i redditi delle famiglie. Così chi dell’autobus o della metropolitana se ne frega perché gira in suv, non avrà un soldo di danno. Come chi come Bossi e Berlusconi, se sta male non va mai in ospedale ma si serve sempre delle cliniche private, ma è pronto a scandalizzarsi dell’inefficienza del servizio sanitario nazionale.

Così questo primo assaggio di federalismo fiscale mostrerà finalmente di che pasta, al di là degli annunci, è fatto questo governo. E se a questo aggiungiamo l’ottica niente affatto solidarista di tutto il complesso della riforma federalista, avremo di fatto la vecchia e mai morta secessione bossiana. Il sud crollerà inesorabilmente, e il bonus temporale concesso – circa dieci anni – a regioni come la Sicilia fa sorridere : la magnanimità e il buon senso c’entrano nulla, è soltanto per non mettere in difficoltà l’alleato Lombardo, che tanto ha contribuito alla vittoria nelle ultime elezioni politiche.

I sindaci – anche quelli dell’Unione – presi per il collo dal primo all’ultimo e nessuno escluso, hanno fin qui dimostrato attenzione e interesse per quello che bolliva nella pentola del federalismo fiscale, ma adesso usciranno allo scoperto per forza. Da una parte gli sceriffi fedeli al governo centrale, dall’altra quelli legati all’opposizione, che ovviamente sperano tanto di non ritrovarsi soli a risolvere l’ennesimo attacco ai diritti dei cittadini, in particolare quelli che già sono in difficoltà.

Si prepara una stagione tesissima su più fronti, dal lavoro dipendente mortificato nei salari e negli stipendi, a quello dei servizi locali che subiranno un rincaro per effetto della service tax. Questo è il momento di parlare chiaro, di mostrare che il re è nudo. Niente più dialogo e lotta in piazza, senza bandiere se non quella della difesa dei diritti sanciti dalla costituzione. Questo governo va smascherato fino in fondo, e il PD ha questa enorme responsabilità, di organizzare la protesta e impedire che i tanti piccoli fuochi già accesi divampino in un grande incendio. Lo faccia per carità, anche prima del 25 ottobre.

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