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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
26 ottobre 2011
NOIO VULEVON SAVUAR... (di Stefano Olivieri)


Ci faremo la solita pessima figura, con la “lettera di intenti” confezionata a quattro mani da Bossi e Berlusconi, sempre più compagni di merende. Arrossiamo al solo pensiero del premier che vola a Bruxelles con in tasca la pistola fumante del suo completo fallimento, un balbettìo di proposte accroccate fra loro, dai condoni alle pensioni, qualsiasi cosa pur di non toccare la grana del padrone e della sua classe di riferimento. Sarà macelleria sociale assicurata nel loro stile, forti con i deboli e deboli con i forti, il parlamento italiano non conosce ancora una riga di questa lettera. Vergogna !

 

Si è detto e si è scritto in queste ore dell’orgoglio nazionale, di come l’intero paese avrebbe dovuto rispondere a botta calda alle risatine di Sarkozy e della Merkel. Io credo che sia proprio l’orgoglio ad averci ammutolito, di fronte a un nostro rappresentante così inadeguato alla carica, alle responsabilità che gli competono. Più che orgoglio dunque, si tratta di vergogna. Perché anche chi non ha votato Berlusconi ogni giorno di più non riesce a capacitarsi di come un gran pezzo del paese continui a pendere per lui. E se anche il carisma personale del premier è precipitato nel fango, il suo partito di riferimento, quel popolo della libertà fondato sul predellino di una mercedes, continua a piacere a un quarto degli elettori. Tutti ricchi possidenti, timorosi di perdere i privilegi inanellati sotto le legislature del cavaliere? Non credo, i conti non tornerebbero. C’è piuttosto un problema di disimpegno politico e di sottosviluppo culturale che Berlusconi nel corso di questo ultimo quindicennio, in particolare, ha sapientemente coltivato attraverso le sue tv. La libertà di fare, meglio se fuori dalle regole. E di sopraffare chi è meno furbo di te. L’Italia berlusconiana, decontestualizzata dal resto del mondo, è un colorito presepe con tutte le sue maschere tragicomiche, i suoi ruffiani e le donnine attorno al re, l’uomo che appena qualche anno fa si diceva fosse in odore di santità, salvo scoprire quel che si è scoperto.

 

Così questa farsa si sta chiudendo. Non sarà oggi, i due compagni di merende si sosterranno l’un l’altro per non cadere, al solito. Ma l’Italia del lavoro e dell’ingegno, l’Italia di Marconi e di Leonardo, l’Italia della Fincantieri e dell’Iribus sta chiudendo bottega causa mancanza di governo. Non possiamo più permettercelo, l’orgoglio nazionale deve venir fuori non per rintuzzare un qualsiasi Luis De Funes (De Gaulle, Mitterand, Chirac non avrebbero mai avuto la caduta di stile di Sarkozy). Il nostro orgoglio ci deve servire per espellere dopo vent’anni il bubbone fetido di Berlusconi e della sua cricca. Più poveri, lo sappiamo, ma liberi di ricostruire il futuro, nostro e dei nostri figli. Con un governo attento al paese e rigoroso sul serio, non più compartecipato da zoccole e ruffiani compiacenti verso il padrone. Non aspettiamo che sia la Ue a dircelo.

 

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

 


 
15 agosto 2011
COL SANGUE AGLI OCCHI (di Stefano Olivieri)

Capita di non avere voglia di voltarsi indietro. Quando hai vissuto una brutta esperienza o hai provato un dolore troppo grande, non ti va di farlo. Se sei solo puoi tirare dritto, se nessuno ti conosce puoi allontanarti e scomparire, senza lasciare traccia.

Ma se hai degli affetti, se ti senti legato a qualcuno o a qualcosa, o se da te addirittura dipende il destino di un intero paese, semplicemente non puoi. Non puoi neanche ragionare col tuo cuore, per quanto grande tu affermi possa essere. Non puoi e non devi misurare le tue emozioni e farne il metro per tutti. Non puoi dire “Mi spiace, il mio cuore gronda sangue e poi andartene in villa a festeggiare il ferragosto lasciando milioni di cittadini con la morte nel cuore per ciò che tu hai deciso che accadrà domani. Non puoi semplicemente farlo perché non sei il monarca di un regno, ma il presidente di una repubblica democratica.
 
Perciò devi decidere per tutti, perseguire il bene di tutti. In primo luogo di chi già stenta ad andare avanti e via via di tutti gli altri, perché così vuole la democrazia. Se l’Italia è indebitata non è certo perché l’operaio si è comprato un’auto da 100mila euro e ora non riesce a pagarla, o l’impiegato si è voluto costruire un castello e non ha i soldi neanche per terminare le fondamenta. Chi suda il proprio pane quotidiano è difficile che si indebiti, magari vive in miseria ma non fa quasi mai un passo più lungo della propria gamba, perché sa che pagherebbe immediatamente quell’errore. E lo pagherebbe la sua famiglia, che si aspetta invece da lui saggezza e buon senso.
 
Qualcuno ha giocato alla roulette con i nostri soldi e i nostri sogni, mentre doveva oculatamente amministrarli, da buon padre di famiglia. Per questo motivo è assolutamente ingiusto oggi far pagare soltanto alla classe lavoratrice gli errori, gli azzardi, le bugie e le mistificazioni di altri, diciamo così.
Perché altri sono stati a promettere il sole e la luna da dieci anni a oggi, altri hanno negato la crisi quando già era entrata pesantemente nelle case degli italiani. Nel 2009 il tormentone tv dell’uomo ottimista con i pacchi della spesa che riceveva i “Grazie!” dagli sconosciuti per strada raccontava il mulino bianco di una Italia spensierata che se ne fotteva dei profeti di sventure. Adesso quello arriva in tv e ci dice che gli dispiace e che gronda sangue, roba da matti. Domattina milioni di cittadini rintreranno al lavoro col pensiero alla busta paga, alle detrazioni che chissà che fine faranno, alla tredicesima mensilità, già impegnata per ripianare i debiti, che forse non ci sarà. Mentre l'Italia gaudente benvoluta dal cavaliere ingrassa e segue in aristocratico distacco l'avvio al mattatoio di padri e madri di famiglia, di giovani plurilaureati costretti a fare tre lavori per mettere su soltanto l'affitto di casa.
 
Siamo tutti pronti a fare sacrifici, purchè li facciano tutti. Siamo pronti a  ridiscutere di diritti e di doveri, dalla scuola al lavoro fino alla politica. Non ci affezioniamo a un simbolo se dietro non c'è più nulla e ci interessano tutte le novità che possano far funzionare meglio la nostra democrazia.  Niente si fa o si da per niente ormai, e ben vengano dunque regole e riforme che possano restituire il sorriso della speranza ai nostri giovani, che possano servire a riattivare l’ascensore sociale premiando il merito e non soltanto i figlidi. Ciascuno paghi in proporzione alla propria ricchezza e povertà, perchè il bene comune si forma così. Perfino dello Statuto dei lavoratori si può discutere, basta che si abbia contezza di dove si vuole andare tutti insieme e quale sarà l’approdo: che i lavoratori restino lavoratori titolari di diritti e non vengano trasformati in merce al migliore offerente. Basta infine che si dica al popolo chi paga davvero il biglietto per questo viaggio collettivo, perché di portoghesi che sbafano non ne vogliamo più su questa nave Italia. Perché va bene che lo Stato non deve più essere padrone, ma neanche, vivaddio, compare di merende per pochi amici mentre tutti gli altri, i soliti noti, sono sempre ai remi.
 
Perciò, caro presidente Berlusconi, ritira in fretta questa schifezza di manovra e aggiusta senza furberie il tiro sugli evasori, le cricche e i mazzettari che conosci fin troppo bene. Ricordati che c’è una qualche ragione se meno del 10 % delle famiglie italiane detiene quasi la metà del reddito nazionale, e questa ragione ha poco a che fare con la democrazia e molto a che fare con te, invece.
 
Vedi di fare in fretta perché a noi tutti, quel sangue, ci sta arrivando agli occhi. Guardati dalla rabbia dei miti.    
 
Stefano Olivieri
11 giugno 2011
LA VACANZA DEL SOVRANO (di Stefano Olivieri)

Caro presidente del consiglio. Caro nel senso che ci costi caro davvero per ogni cosa che fai, pensi e combini. Sei approdato alla politica 17 anni fa come campione dell’antipolitica e oggi che ormai il tuo declino si profila all’orizzonte tiriamo le somme di un’era, la tua nel bene e soprattutto nel male di questo paese.

Sei sceso in campo per difendere i tuoi interessi e hai sempre continuato a farlo, senza interruzione alcuna. Da imprenditore miliardario hai fondato due partiti impegnando risorse personali e persone già alle tue dipendenze e hai conquistato più volte il governo del paese dicendo a tutti che intendevi cambiarlo. Era vero, ma soltanto in ciò che andava contro i tuoi stessi interessi. Ti sei fatto confezionare tante leggi ad personam per contrastare quello che tu definisci – e fai definire dai tuoi yesmen – accanimento giudiziario dei giudici, e hai progressivamente trasformato l’intero parlamento in un votificio per dare parvenza di legge ai tuoi continui soprusi. Hai diviso il mondo del lavoro, ti sei scagliato contro la Costituzione definendola vecchia ( ma è più giovane di te), contro il Presidente della Repubblica, contro il presidente della Camera, contro la magistratura rea di non voler assecondare il tuo piano piduista.
 
Ora sei finito e domani a Dio piacendo si celebrerà il tuo funerale politico mentre tu tenterai con una sveltina a pagamento nella tua villa in Sardegna di esorcizzare l’inevitabile. Fino all’ultimo senza dignità, altro che statista.
 
Se togli il disturbo la stragrande maggioranza degli italiani non ti rimpiangerà, di questo ne sei perfettamente consapevole. Sei l’unico capo di governo nell’occidente che gira scortato da dieci gorilla, come un vero capo gang. Continui a sorridere ma hai la morte nel cuore e sai che presto tutti ti presenteranno il conto quando sarai costretto a farti da parte, e comunque vada l’esito referendario di domani e dopodomani, sappi che tu non andando a votare hai già perso. Perché hai dimostrato una volta di più che abusi del consenso popolare non mettendoti più in gioco. Da dieci anni rifiuti un confronto diretto con l’opposizione politica e ti blindi nei tuoi palazzi, sappiamo a che fare.
 
Minacci rappresaglie politiche se passasse il SI’ che ti riguarda da vicino, parli di prescrizione breve ma non ci fai più paura. Te la facciamo noi una prescrizione breve : Vattene. E non farti più vedere fra la gente per bene di questo paese.
 
Stefano Olivieri
6 febbraio 2011
DALLE PIAZZE ALLE BARRICATE O SARA’ LA FINE ( di Stefano Olivieri)

Ieri a Milano in diecimila e più sotto lo stesso tetto, si cercava l’Italia del futuro dando un volto e una voce all’ansia di tanti cittadini che vogliono dire basta. Saviano, Eco, Zagrebelsky, la Camusso e la De Gregorio cercavano le parole giuste per interpretare questo momento, per fare intendere non al premier – che ovviamente dice “ non bisogna prenderli sul serio” – ma a tutto il paese mortificato da anni di soprusi, bugie e raggiri, che si è passato il segno e stavolta si deve cambiare sul serio.
 
E’ vero, le parole sono importanti, e allora cerchiamole bene, prima di pronunciarle. Poche ma buone, perché in questo momento di asfissia democratica le parole giuste devono sostenere mente e muscoli, devono rappresentare ideali sempre più fantasmi nel nostro paese : giustizia, libertà, solidarietà, trasparenza.
 
La nave del governo è in rada dall’inizio della legislatura. Hanno fatto pagare  al popolo italiano, prima di partire, un biglietto salatissimo ma poi non sono mai salpati, adducendo come scusa di volta in volta la crisi internazionale, il deficit interno, la magistratura, etc. Ultimamente abbiamo scoperto che fra i motivi c’è anche la stanchezza e la poca lucidità di un premier che si diverte tanto la notte con le ragazzine.
 
Nel frattempo sul Bounty del cavaliere c’è stato anche  un ammutinamento e per rimpiazzare le perdite Berlusconi sta ora raccattando quel che passa il porto, da Scilipoti a Storace. Vuole tornare a quota 320 deputati per stare tranquillo, per continuare indisturbato il suo cammino. E per tacitare i giudici di Milano ha già promesso la legge sulle intercettazioni.
 
Ora, per l’opposizione, è giunto il momento di parlare chiaro. Scendere in piazza un giorno, a reclamare e a issare cartelli, non servirà a impedire a questo governo di vivacchiare fino al termine della legislatura. L’Italia, i cittadini, le imprese, i giovani e le loro speranze di futuro sono allo stremo e non possono, non devono aspettare altri tre anni. Dunque quando si parla di piazze, d’ora in poi, bisogna ragionare in prospettiva. Se non vogliamo e non crediamo – e io sono fra quelli – che Berlusconi possa cadere per problemi giudiziari, allora occorre trasformare la piazza in una barricata e proteggerla, presidiarla come porto franco della democrazia fino a quando sarà necessario.
 
Questa è violenza, è rivoluzione ? Non ancora. I partiti dell’opposizione devono mettere tutta la loro saggezza, la loro organizzazione, il carisma e l’impegno dei loro capi, ma la via è segnata. Se non si risponde oggi all’ultima tracotante violenza del cavaliere, quella di un voto infame che ha praticamente omologato il suo diritto a spupazzarsi le minorenni e di non essere perseguito dalla legge, allora o ci si rassegna o si combatte, fino all’ultima trincea. Ci saranno scontri, feriti, morti ? Ci sono già carissimi, e nessuno ne parla più: vittime di un’Italia che non tutela più la sicurezza sul lavoro, le angherie e la violenza della criminalità organizzata, il cinismo delle cricche di Stato.
 
La prossima, quella del tredici, potrebbe essere l’ultima piazza, per noi tutti o per il cavaliere. Tocca a noi scegliere guardando a questo martoriato paese, al futuro che non c’è più per i nostri giovani. Questa è una battaglia etica prima di tutto ma se sarà necessario bisognerà anche menare le mani e che nessuno si tiri indietro, lo dico prima di tutto a Bersani che candida giustamente il Pd alla guida per la svolta, ma lo dico anche agli altri, da Vendola a Casini. Non avremo una seconda occasione.
 
Stefano Olivieri
 
 
POLITICA
30 novembre 2010
ANCORA DUE SETTIMANE ( di Stefano Olivieri)
 

Prendiamocela con calma, ci sono ancora due settimane da aspettare. Le ultime di un quindicennio da dimenticare, e dunque apprezzabili almeno per questo motivo. Quel che succederà dopo non è ancora dato di saperlo perché questa crisi politica, semmai è pilotata, ha troppi piloti e non tutti d’accordo fra loro. Le massime istituzioni dello Stato dovranno vigilare in questo difficile passaggio, e non sarà uno scherzo, tutti siamo chiamati a vigilare.

Nel frattempo c’è chi sistema figli, nipoti e amici pensando al futuro. Bertolaso un attimo prima di andarsene ha abbassato il ponte levatoio della Protezione civile, raddoppiando praticamente il personale. E molte risorse ricavate dalle sforbiciate di Tremonti, Sacconi e Brunetta stanno diventando fondi destinati ai feudi elettorali di Caio, Tizio e Sempronio, perché sapor d’acqua natìa rimanga nei cuori esuli a conforto, e a lungo illuda la loro sete in via fino alle prossime elezioni anticipate. Bondi mostra maggiore sollecitudine per i suoi “casi umani” e per le attricette care al premier (400mila euro per ospitare 30 bulgari a Venezia e consegnare una targa premio alla Bonev) che per i beni culturali italiani, patrimonio di tutta l’umanità e in primo luogo degli elettori e delle elettrici di questo tormentato paese.

Insomma, c’è aria di smobilitazione e anche di baruffa, dopo lo tsunami di wikileaks, che per altro ha soltanto confermato l’acqua calda, e cioè che una scia di risate ha accompagnato il primo cittadino italiano ovunque sia andato a sproloquiare. Altro che destini del mondo, questo ci ha fatto soltanto ridere dietro, da tutti.

Hanno un sapore strano questi giorni di fine impero. C’è la muffa guasta mescolata a qualcos’altro che per ora ha difficoltà a venir fuori. La rabbia dei giovani studenti, l’inquietudine delle famiglie dei lavoratori, il panico dei licenziati, dei disoccupati, dei precari che vedono svaporare anche gli ultimi aiuti di Stato. C’è baruffa nell’aria e già qualche rombo in lontananza annuncia il diluvio universale che sta arrivando. La banda bassotti pensa a portar via l’argenteria, la povera gente non ha paura dell’acqua e sta già cominciando a ridere. Bye Bye Berlusconi, ci rivediamo il 14 sotto palazzochigi per i saluti. Qualunque futuro sarà meglio senza di te.

Stefano Olivieri

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POLITICA
1 novembre 2010
SE VA VIA SILVIO ( di Stefano OLivieri)

Berlusconi è autorizzato a fare gli scongiuri ma il problema è concreto, così come il rischio di una crisi di governo. La bomba Ruby bunga bunga, sebbene scoppiata con cinque mesi di ritardo, potrà fare saltare l’esecutivo se Gianfranco Fini lo riterrà necessario. Al cinema Adriano il capo di FLI è stato categorico : se Berlusconi ha davvero fatto pressioni per fare liberare Ruby, deve dimettersi. E poiché quelle pressioni ci sono state eccome, più di qualcuno ha cominciato il conto alla rovescia per la fine della legislatura.
 
Anche perché il nodo sul piatto è proprio quello della giustizia. Pensare che il 27 di maggio il premier, prima di dedicarsi alla beneficenza serale, tuonò contro lo sciopero dei magistrati che non gradivano la sua “riforma” della giustizia. Un gran brutto giorno quello, era il periodo in cui parlava Spatuzza e il premier era nervosissimo, perfino gli amici industriali restarono freddi quando propose loro di sostituire il dimissionato Scajola con la Marcegaglia. Chi lo conosce dice che lui somatizza le tensioni in modo del tutto particolare, forse per questo motivo alla fine del 27 di maggio è partita la telefonata per Ruby.
 
E’ lecito a questo punto dedicarsi a scenari che non sono più tanto fantascientifici, ma che possono farci trovare impreparati quanto agli esiti di una possibile capitolazione del padre padrone del PDL. Un partito – il primo partito del paese – creato direttamente dal cavaliere ( con il – diciamo così – consenso informato di Fini ) e che da lui dipende al 100 %, anche grazie al porchettaro Calderoli. Se va via lui sarà una caporetto : lo sbandamento, se non addirittura il sommovimento del PDL è da mettere in conto. Berlusconi non ha la tempra del leader di opposizione, soprattutto non avrebbe più lo scudo dell’immunità, cosa per lui enormemente più importante, e nel caso la situazione precipitasse potrebbe anche decidere di – ehm – scomparire dalla scena, come già fece qualcun altro un po’ di anni fa. Ma prima di farlo, vorrei tanto potermi sbagliare ma temo sarà così, non esiterà a scatenare la guerra civile pur di restare al suo posto. Tutti i regimi, da che mondo è mondo, approfittano della confusione per aumentare la loro stretta.
Italiani state all’erta.
 
Stefano Olivieri

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POLITICA
7 ottobre 2010
REPETITA JUVANT (di Stefano Olivieri)
5 ottobre 2010
Ultime repliche

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POLITICA
30 settembre 2010
MA IL PAESE HA NEGATO LA FIDUCIA (di Stefano Olivieri)
 

Noi Sud e Voi Nord, l’area dei responsabili e il movimento per l’autonomia, l’Api e la Lega, il movimento democratico (arriva anche questo) e area democratica, il PD e la Lega, Di Pietro con la testa della piovra in mano e Casini che ci prova fino all’ultimo a fare la grassa coalizione. E Fini naturalmente, con i finiani che votano (tranne Granata, che proprio non ce l’ha fatta e ha votato no) la fiducia più velenosa che il premier abbia mai ricevuto fra le 37 richieste finora dall’inizio della legislatura. Perché questa fiducia è una cambiale protestata, scadenza marzo 2011.

Ok, abbiamo appurato in diretta tv che questo governo è già cadavere e l’accanimento terapeutico serve soltanto al premier, per evitargli l’ennesima condanna. Forse aveva ragione De Magistris a proporre un lasciapassare, un biglietto di sola andata per una delle sue tante regge all’estero e una mano di bianco sulle sue malefatte. A quest’ora la politica avrebbe potuto occuparsi d’altro, che c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Parliamoci chiaro: tutti i parlamentari italiani parlano della crisi ma non la masticano, non la assaporano sotto i denti davvero. Non sanno che cosa significa alzarsi così presto da vedere le civette per strada, sedersi sul sedile umido di un autobus vuoto che attraversa la città di notte, che il sole deve ancora sorgere. Avere in tasca dieci euro, 4 per le sigarette e il resto da centellinare senza poter nemmeno offrire un caffè a un collega di lavoro, due pagnottelle con la mortadella portate da casa. Rigirarsi la notte al pensiero che questo mese scade l’assicurazione dell’auto, che ci sarebbe da ricomprare la lavastoviglie rotta da sei mesi anche se tua moglie non te la chiede e si scalda l’acqua per lavare i piatti sul fuoco, come si faceva una volta. Perché appunto si torna indietro invece di andare avanti, i sogni cedono il posto agli incubi, impossibile pensare al futuro. I parlamentari italiani dovrebbero masticarla sotto i denti questa crisi, ogni giorno, per capire che cosa è. E’ difficile farlo se guadagni come loro cifre a quattro zeri ogni mese, è impossibile poi se sei al palazzo da tre, quattro legislature di seguito, ti sei perso un pezzo di storia del tuo paese, mica tanto bella, e difficile, complessa da interpretare.

Dicono che il governo galleggerà ancora per un po’ dopo la fiducia che gli ha accordato un parlamento di nominati. Come una nave fantasma verso l’ignoto, con un capitano sempre più preso dai suoi problemi e meno presente che mai ai problemi del suo paese, ieri si è preso una bordata di fischi perfino dalla sua maggioranza quando ha detto che avrebbe finito la Salerno - Reggio Calabria. Le chiacchiere stanno a zero signor presidente, a gennaio saranno senza sostegno milioni di cassintegrati e lavoratori in mobilità e si accenderanno i fuochi per le strade sempre più vicini al palazzo. Anche marzo è troppo lontano, fame e democrazia non vanno d’accordo, occorre trovare una soluzione più rapida ed efficace perché la fiducia del paese è crollata, e non solo verso il padre padrone dell’Italia. Andiamo alle elezioni prima che sia tardi.

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

6 settembre 2010
QUANDO IL GIOCO SI FA DURO (di Stefano Olivieri)
 

La prima domanda dopo aver ascoltato il discorso di Fini a Mirabello è : se Fini fosse stato oggi premier al posto di Berlusconi, avrebbe detto le cose che ha detto ? In altri termini : se il Pdl non ci fosse mai stato e Fini fosse sceso da subito da quel predellino, e fosse riuscito a scalzare il cavaliere dal suo trono ancor prima delle elezioni del 2008, avrebbe poi detto le cose che ha detto ieri ?

La politica non si fa con i se e con i ma, più che certo. Ed è per questo anzi che il dibattito nel bel paese si è mummificato da qualche anno, perché nessuno finora ha veramente voluto o saputo gettare – citando nuovamente Fini – “il cuore oltre l’ostacolo”. Però ieri è successo e la cosa ci fa piacere, comunque sia arrivato Fini alle sue conclusioni, qualunque sia stato il suo più o meno lungo periodo di riflessione. In Italia si riaffaccia una destra liberale, che intende dialogare e progettare, era ora.

Forse il famoso vaccino di Indro Montanelli ha dato il suo primo frutto proprio in chi è stato più accanto a Berlusconi ( 16 anni non sono pochi) dal 1994. E’ stata una lunga attesa per chi, da sinistra, ha avversato Berlusconi non per odio personale ma per ciò che quest’uomo ha combinato nel corso degli ultimi 16 anni.

Ora le elezioni anticipate sono una certezza. Ma esiste anche la certezza che, se si vuole ( e se lo riterrà opportuno Napolitano, nel caso l'attuale governo dovesse cadere nel futuro prossimo sfiduciato dai finiani), si potrebbe andare a un governo di transizione che abbia i numeri per legiferare su una nuova legge elettorale ( Fini si è pronunciato in modo deciso sulla "porcata" di Calderoli). Dunque  Fini ha a questo punto acceso il cerino e lo ha tenuto in mano quanto basta a garantirgli che il premier adesso rovescerà tavolo e carte, e non per fare un dispetto al suo ex alleato, ma semplicemente perché è costretto a giocare d’anticipo – con le elezioni appunto – se non vuole rischiare un processo che per lui sarebbe esiziale. La Lega sente di nuovo puzza di bruciato e si allontana, nei prossimi giorni ne sentiremo delle belle e forse potrebbe esserci qualche grossa sorpresa nella stessa maggioranza. Se si abbassa il potere di attrattiva del premier, se il venditore di pentole si vede scomparire il pubblico davanti, può anche accadere che qualche ministro ex AN cominci a riflettere. Penso soprattutto ai giovani, che hanno più da perdere nell’aggrapparsi a una stella cadente. Vedremo.

Il PD non deve stare a guardare. C’è poco tempo e va utilizzato al meglio. Ieri ho sentito da Fini toccare argomenti a me cari, come quello delle famiglie monoreddito, dei disabili, dei servitori dello Stato presi a pesci in faccia finora da Brunetta, Sacconi, Tremonti e Berlusconi. Ma io non voglio farmi rassicurare da destra, voglio che sia il PD a farlo. Bersani concerti in fretta un manifesto di valori comuni con Di Pietro e Vendola e convochi immediatamente le primarie di coalizione, agganciandole ai territori e ai collegi, come suggerisce l’Unità e come io e altri, non tanti purtroppo, andiamo ripetendo da anni.

Il centrosinistra rialzi la testa e riprenda a parlare con il suo popolo, con i giovani e le donne, si faccia guidare dal sogno di una Italia pulita che è finalmente dietro l’angolo. E lo faccia con slancio e determinazione, subito, senza pensare a Fini, a Casini e a Rutelli. Se ci sarà o meno un terzo polo, se sarà o meno determinante nel futuro del paese, ciò dipenderà soltanto dalla capacità del PD di porsi al centro del dibattito sociale con tutte e due le gambe, senza paura. E’ questo il momento del gioco duro, non altri.

Stefano Olivieri
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