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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
POLITICA
6 novembre 2015
TRE CITTA' PER CAMBIARE ( di Stefano Olivieri)


Alla fine le cose stanno così. Renzi a Roma caccia Marino perché è stato troppo ingenuo per accorgersi del marcio che lo circondava, e nel frattempo lancia per la carica di sindaco il supercommissario Expo Giuseppe Sala a Milano, dove un audit interno per gli appalti della “piastra” di Expo (la struttura più costosa e più ambita dalle imprese di costruzione) FINISCE IN PROCURA perché (da Gianni Barbacetto per Il Fatto Quotidiano) “…Il commissario non si accorge di ciò che combina il suo alter ego e braccio destro, il manager Angelo Paris, non si rende conto di cosa fa il subcommissario Antonio Acerbo, non vede le imprese del facility manager Andrea Castellotti. Tutti finiti agli arresti.
Per approfondire l’argomento vi invito a leggere leggete anche questo articolo su Sala e Tronca (il commissario renziano per Roma), e su uno strano appalto Expo non passato sotto la lente di Cantone: http://www.lettera43.it/esclusive/sala-indagini-su-uno-strano-appalto-per-expo-2015_43675221488.htm
O anche quest'altro:http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/si-fa-presto-santificare-sala-audit-interno-appalti-112149.htm 

Insomma, sarebbe come dire che il dream team di riferimento per il candidato sindaco di Milano Giuseppe Sala è già in carcere ancor prima che il super commissario possa insediarsi, semmai accadrà, a palazzo Marino (ed è simpatica e un po’ velenosa questa ricorrenza e questa analogia: fosse mai che il fantasma dell’ex sindaco di Roma si sia insediato fra le guglie del duomo a complicare le cose al candidato renziano per la capitale morale?)

Segno incontestabile della sconfitta della politica, questi commissari speciali, con licenza di deroghe alla trasparenza, sono già in giro per le maggiori capitali italiane orfane di sindaco. Ce ne saranno tre a breve, e tutte belle grosse: Roma senza Marino, Milano senza Pisapia e anche Napoli dove De Magistris potrà certo ricandidarsi, ma certo non sotto le ali del PD.

Pare che il partito di maggioranza relativa al governo, quello che una volta era il partito democratico, non intenda oggi impegnare i suoi uomini e le sue donne migliori nelle competizioni comunali di città così importanti per tutto il paese. Una scelta obbligata per Roma, dove mezzo PD è già in carcere per mafia capitale, ma non obbligatoria per Milano e Napoli. Perché dunque Renzi pensa di fare così?


La risposta non può che essere una: il PD è in liquidazione e nella testa del premier c’è già il Partito della Nazione, a cui guarda con simpatia la maggior parte degli ex elettori di Forza Italia e del defunto PDL. La conversione a U è praticamente compiuta, ma l’esposizione politica già alle elezioni comunali sarebbe troppo rischiosa e così, aspettando il 2018, si preferisce mandare in avanscoperta i commissari.

A proposito: di commissari governativi dotati di superpoteri l’Italia ha purtroppo una memoria, recentissima: Guido Bertolaso, commissario straordinario sotto Berlusconi per le seguenti emergenze: terremoto dell'Aquila, vulcani nelle Eolie, aree marittime di Lampedusa, bonifica del relitto della Haven, rischio bionucleare, Mondiali di ciclismo di Varese del 2008, presidenza del G8 de L'Aquila del 2009, area archeologica romana.
Come sia finito Bertolaso, come sia finito il G8 mai fatto in Sardegna, come e dove siano finiti i soldi degli italiani raccolti per gli aiuti per lo tsunami e finiti nella cassa blindata della protezione civile predisposta all’epoca a palazzo Chigi, in parte dobbiamo ancora saperlo ma, a spanne, possiamo oggi dire che tutto sia andato in malora con totale disprezzo dei diritti del popolo sovrano. In Italia ogni volta che si incarta qualcosa di costosissimo con la scusa della fretta e dell’emergenza, quasi sempre si tratta di un mattone. Ebbene, per Roma, Milano e Napoli sono in viaggio tre mattoni, direi tre lingotti dorati con sopra ben impresso il nome del premier Matteo Renzi. Che per le tre città farebbe molto volentieri a meno delle primarie, chissà perché.

Io penso che per tutti gli italiani, gli elettori italiani i tempi siano maturi, anzi marci, per un grande, universale, trans ideologico e liberatorio VAFFANCULO a chi ha consapevolmente e sostanzialmente modificato il DNA del maggiore partito della sinistra italiana, fino a farne il contenitore della sua ambizione personale.


A lui diciamo in coro, su facebook, su twitter, su tutti i manifesti e i volantini clandestini che presto i pasquini di tutta Italia cominceranno a diffondere:

#RENZISTAISERENO, che noi ti staneremo!

Italiani, riprendiamoci l’Italia, riappropriamoci della nostra sovranità.

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it 
POLITICA
23 marzo 2015
Quando esplose tangentopoli ( di Stefano Olivieri)

Quando esplose tangentopoli l’Italia intera si innamorò dei giudici di Milano. I tre del pool Mani pulite diventarono, loro malgrado almeno all’inizio, gli interpreti del mugugno profondo della classe lavoratrice, soprattutto dipendente, di un paese che dopo il boom economico degli anni sessanta era cresciuto in fretta calpestando spesso e volentieri le leggi che esso stesso si era dato. Così spesso e volentieri che il sistema della mazzetta, o della tangente che dir si voglia, che era al centro delle attenzioni del pool di Milano, non veniva più percepito come fraudolento, bensì come la necessaria correzione di un sistema di regole antiquato e troppo rigido, insomma inadeguato ai nuovi tempi.

In realtà quel sistema non era la causa prima della corruzione. La stessa disponibilità del denaro, con cui confezionare mazzette da distribuire alla politica e alla amministrazione pubblica, derivava infatti da precedenti comportamenti fraudolenti come l’evasione o l’elusione fiscale. Quella, insomma, era una catena già ben strutturata, solida e perfettamente funzionante, quando Di Pietro la spezzò con l’arresto di Mario Chiesa. Dagli appalti di miliardi andando giù, fino al pizzo che la piccola impresa edile sottrae, gonfiando un preventivo, al cliente per foraggiare il tecnico che gli ha procurato la commessa.

Esplicito meglio ricorrendo a un esempio tratto da esperienza personale. Io rinunciai (non solo per questo naturalmente, ma anche per questo) a fare l’architetto professionista dopo che, al terzo incarico di progettazione di ristrutturazione di appartamenti, mi trovai per la terza volta di fronte agli ammiccamenti e ai cenni d’intesa dell’impresario edile, per la spartizione del 3% del plus valore derivato dal gonfiaggio dei preventivi.

Basta dire di no, non è difficile se si vuole. E infatti io risposi che il mio lavoro era stato già pagato dalla cliente e se c’era la possibilità di effettuare il restauro dell’immobile a un prezzo inferiore, era giusto che di quello sconto si avvantaggiasse il cliente, che pagava l’opera.

Mi dissero di tutto, che ero un pivello fuori dal mondo, e io infatti ne uscii. Continuai a essere iscritto all’albo degli architetti ancora per molti anni, quasi per mantenere in vita un sogno, poi mi cancellai. Nel frattempo tangentopoli aveva incendiato tutta l’Italia e dalle sue ceneri, purtroppo, era nata l’epopea berlusconiana. La feccia che risale il pozzo, come la definì pittorescamente Indro Montanelli. Riposi la laurea nel cassetto.
Aggiungo una sottolineatura non irrilevante. Offrire o accettare una mazzetta, o semplicemente essere spettatore consapevole e inerte di una "dazione", definisce una linea di confine che non si vede e non si sente, ma che esiste, eccome. E' il margine che divide l'onestà dalla disonestà, l'uso dall'abuso, la solidarietà e la condivisione dall'egoismo e dall'arbitrio. Accettare e promuovere, per esempio, un mondo come mafia capitale, in cui ladri e truffatori si muovono con libertà e interagiscono fra loro strutturandosi gerarchicamente, non solo costituisce una scelta dannosa per la comunità, ma determina, se consideriamo l'estensione del fenomeno, un mutamento profondo degli scenari e delle prospettive della comunità stessa, anche per chi è totalmente estraneo a mafia capitale e ne ignora addirittura l'esistenza.

Per questo la corruzione è un tumore sociale, perché finisce per contaminare anche le cellule sane della società. E non bastano le leggi e le sanzioni, serve anche e soprattutto lavorare in prospettiva, insegnando ai bambini e ai giovani, a scuola come in famiglia, che il ladro e il corrotto non è un furbo bensì un volgare delinquente da sbattere in galera.

Un cammino lungo e tormentato per l'Italia di oggi. Occorrono governanti sani e capaci disposti a combattere e io,a dire il vero, non ne vedo in giro, non potrei mai vederli con l'attuale meccanismo elettorale.

Il discorsetto che ha fatto oggi Renzi sui giudici e sul primato della politica mi ha dato i brividi. MI ha fatto ricordare il "tutti sapevano" di Crax, mi ha fatto capire che vent'anni sono passati invano. Forse serve davvero una rivoluzione

Stefano OLivieri

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POLITICA
8 dicembre 2014
SERVE TORNARE ALLE SORGENTI DELLA DEMOCRAZIA (di Stefano Olivieri)

Quando i partiti avevano una struttura gerarchica vera dalla segreteria nazionale fino all’ultimo iscritto, chi partecipava attivamente alla vita del partito aveva opportunità di conoscere e farsi conoscere nelle riunioni, tante e sempre partecipate, che avvenivano durante l’anno. E quando la riunione era elettiva circolavano i nomi, i curricula di chi si proponeva, le proposte e i programmi da valutare e votare. E i nomi degli eletti, alla fine, non erano mai sconosciuti, la delega non si dava mai in bianco e seppure esisteva la cooptazione, questa non era la regola ma l’eccezione di un’organizzazione che fondava la sua forza sulla partecipazione attiva di ogni singolo iscritto. I partiti oltre alle sezioni avevano perfino la scuola, ricordo quella di Frattocchie per il PCI.

Oggi ci sono invece, per sfruttare al meglio le infinite opportunità di visibilità di tv e reti digitali, i partiti liquidi, dove la gerarchia è ridotta all’essenziale, da una parte gli eletti e i leaders, dall’altra gli elettori. Il partito liquido si espande facilmente (ricordiamo Forza Italia che, appena nato, vinse le elezioni esprimendo anche il presidente del consiglio) ma pecca in democrazia, perché la selezione interna è praticamente assente e la cooptazione è diventata la regola, basti vedere ministri e ministre usciti dal nulla nelle ultime legislature. E la legge elettorale tuttora in vigore deprime ancora di più la sovranità del voto popolare, riducendo le elezioni a una vera e propria farsa.

Come meravigliarsi, a questo punto, del livello di corruzione raggiunto dalla politica italiana se le regole per formare la classe (sarebbe opportuno dire casta) politica stessa sono state modificate in modo da favorire la corruzione, invece di combatterla? Ora che il vaso,i vasi cominciano a scoppiare bisogna raccogliere i cocci e fare pulizia, ma subito dopo saranno da ridiscutere dalle fondamenta le regole della politica, altrimenti non ci libereremo mai delle partecipate corrotte e del malaffare capace di prosciugare le risorse non solo di singoli comuni ma dello stesso Stato italiano (ricordo la cassa per le calamità con a capo Bertolaso, costituita presso la presidenza del consiglio dei ministri. Lì arrivarono le donazioni, miliardi di euro, dei singoli cittadini per le alluvioni, i terremoti, gli tsunami. Ancora non sappiamo che fine abbiano fatto quei soldi).

Siamo al punto di non ritorno. Occorre tornare alla sovranità popolare da una parte, rendendo i cittadini più informati e responsabili, modificando i meccanismi di selezione e delega a tutti i livelli in chiave di democrazia vera e partecipata, infine sanzionando con la galera chi sbaglia, perché fare politica non è obbligatorio bensì una scelta libera e responsabile, e chi la fa deve avere subito ben presenti i rischi che correrà se il suo comportamento al servizio della comunità non sarà più che irreprensibile.

Insomma, per eliminare, eradicare dalla società italiana il “territorio di mezzo”, serve estendere il potere del “popolo di sotto” di tutti noi cittadini elettori fino a contaminare, con un controllo diretto e benefico, il popolo di sopra, quello degli eletti, in parlamento e nei comuni e regioni italiane. E basta con i duci onnipotenti, ai duci si delega tutto e si evita di pensare, non va bene. La democrazia è un bene prezioso che va conquistato e alimentato ogni giorno da tutti i cittadini, nessuno escluso.

Stefano Olivieri

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POLITICA
3 dicembre 2014
CUPOLA MAFIOSA A ROMA ( di Stefano Olivieri)


 Rivoltatela e diventa una coppa di champagne perché il popolo del malaffare, quando brinda, si tratta bene. Però adesso è troppo tardi per arrabbiarsi, perché quel popolo l'abbiamo partorito, allattato e pasciuto tutti noi, ogni volta che abbiamo accettato uno scandalo senza indignarci, ogni volta che abbiamo cercato il Picone di turno per evitarci qualche fila agli sportelli, ogni volta che abbiamo, avremmo voluto ritagliarci un privilegio alla faccia
delle regole, che sono scritte solo per i fessi. La "terra di mezzo", il popolo di mezzo a cui accennano le voci nelle telefonate intercettate, altro non è che il nostro intorpidito disinteresse fatto persona, anzi persone visto che sono tante, tutte ben vestite e potenti, anche se poi tagliano gole e sparano in bocca. Il voto che dai alle elezioni non vale più nulla, il vero voto lo dai quando cominci a fregartene del bene comune, scrolli le spalle e sbuffi perché son cose risapute, lo sanno tutti, etc. Ebbene, è quella la tua vera delega elettorale alla mafia di Roma, perché i mafiosi sono come i sorci, arrivano laddove c'è più sporco, e lo sporco s'ammucchia quando i cittadini cominciano a fregarsene. Ben ti sta Roma, lo dico da romano innamorato della sua città. Adesso beccati pure la mafia fatta in casa e rifletti sul futuro. E se permettete, a questo punto, con tutta la sua panda
 in divieto di sosta, io mi tengo ben stretto Marino.

Pignatone, vai pure avanti!

Stefano Olivieri
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30 settembre 2012
SERVE UNO DI NOI (di Stefano Olivieri)

In un momento di grave difficoltà una comunità si raccoglie in se stessa e fa affidamento sulle sue risorse migliori. L’Italia, grande paese, non dovrebbe avere difficoltà a farlo e invece succede, esattamente in questo momento. Perché da noi la regola dei numeri primi si scontra con la legittima diffidenza dei cittadini che proprio in quei numeri primi non credono più. E fanno bene a non fidarsi perché da troppi anni, troppi decenni il Picone di turno, le caste di turno hanno spedito in alto, nei posti di eccellenza i loro galoppini, i sottopancia, gli yesmen messi lì a eseguire ordini del proprio sponsor. E se le ultime rivelazioni dell’ex consigliori di un ex premier, un qualsiasi Lavitola insomma, non fanno lo scalpore che meriterebbero, è perché oltre la soglia dell’indignazione e della rabbia c’è, pericolosissima, l’inerzia intorpidita di un popolo che non riesce a riconoscersi più, e dà le dimissioni da una sovranità conquistata con i martiri della Resistenza e sancita dalla stessa Costituzione.

Per questo oggi perfino le primarie, raggiunte troppo tardi e nei fatti ancora disapplicate quanto a regole di trasparenza e di pari opportunità (se non sei ricco come ti fai conoscere in dieci province?), diventano inadeguate per restituire credibilità alla classe politica. Troppi anni di commistione fra affari privati e gestione della cosa pubblica, troppi Berlusconi e berluschini ancora in giro per il nostro paese. E soprattutto un premier, il Monti consacrato e osannato da tanti, che fa a meno del parlamento come e anzi più del suo predecessore. Tant’è che dichiara di essere ancora disponibile se lo si vuole ancora lassù a palazzo Chigi, ma senza passare dal suffragio universale. E Casini, Pdl, Fli, Montezemolo e il gruppo di Fioroni nel PD ad applaudire la conclamata promessa di golpe.

Il prossimo 12 novembre sarà un anno esatto dalle dimissioni coatte di Berlusconi. Non è nel frattempo arrivata l’annunciata nuova legge elettorale, che avrebbe dovuto liberarci dalla vergogna del porcellum. Non è arrivata la redistribuzione fiscale e anzi, grazie a Monti e Fornero, le diseguaglianze si sono vieppiù accentuate e il 90 % della middle class italiana è sprofondata nel disagio, accodandosi a una classe operaia ormai ben oltre la soglia della disperazione. Mentre evasori e furbetti continuano a battere cassa e a fare la bella vita. In Francia Hollande vara un piano da 40 milioni di euro che prevede una sostanziosa patrimoniale, da noi si continua a raschiare il fondo della botte al solito modo. E del sì di Parigi e Berlino alla Tobin tax, mentre il governo italiano tace imbarazzato, ne vogliamo parlare? Ormai i cittadini italiani, quando sentono parlare di riforme, mettono sacchi di sabbia alle finestre. A prescindere, come avrebbe detto Totò.

Ci vorrebbe un sogno, qualcuno che avesse non solo la faccia ma anche il sudore e l’integrità morale, l’entusiasmo e lo spirito di servizio della gente comune, della tanta brava gente onesta italiana. Se la politica non lo trova in fretta avremo perso non solo noi ma anche i nostri figli e nipoti. E a quel punto la rivoluzione sarà inevitabile.

Stefano Olivieri

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13 gennaio 2012
Ma che paese stiamo diventando? (di Stefano Olivieri)

Il popolo dei tassisti scende in piazza perché una loro licenza oggi è come i bund tedeschi, si svaluta poco finchè non c’è concorrenza. Il popolo dei suvisti invece è disorientato e vede finanzieri dappertutto, così si distrae dalla guida e mette sotto bambini, giovani e vecchi. L’Italia è un paese stretto, con le strade piccole e affollate di sisordine; i suv danno senso di onnipotenza ma hanno scarsa visibilità per i primi metri di visuale dell’autista. Eppure continuano a circolare perché sono uno status symbol, le signore lo adoperano per accompagnare i loro figli a scuola e riscuotere consenso e invidia sociale, i mariti se ne servono per rimorchiare veline e investire pedoni e vigili.
In piazza anche i cavallari. Una volta si diceva “Datti all’ippica” a chi non sapeva che fare della sua vita. Oggi si scopre che in tanti hanno scelto questa strada impiastricciata di biscazzieri e malaffare, e questi, come i tassisti, adesso lamentano i tagli governativi. Mi chiedo quando scenderanno in piazza i veri marocchinati, i pensionati ( e pensionandi), i lavoratori dipendenti (pubblici e privati) ai quali soprattutto il sobrio governo Monti ha rivolto la sua attenzione fino ad ora.
La Lega ha (ri)scoperto che Cosentino è un galantuomo e lo ha salvato dal carcere. La Consulta ha scoperto che è meglio una porcata piuttosto che nulla, quando si va a votare.
Ma che paese stiamo diventando? Me lo immaginavo un po’ diverso il dopo Berlusconi. Ammesso che si possa davvero parlare, di dopo Berlusconi. Perché a parte Cortina non vedo granché, e dire che basterebbe poco. Ad esempio, rendere obbligatorio il passaggio della tessera sanitaria (codice fiscale) in tutti gli acquisti, non solo in farmacia. E consentire al cittadino pagante e consumatore di recuperare in automatico, sul suo file presente all’Agenzia delle Entrate, una percentuale dell’Iva, anche infima se vogliamo, ma di tutti i suoi acquisti di prodotti e servizi. Da un giorno all’altro questo paese diventerebbe virtuoso, sono pronto a scommettere. Soprattutto introducendo il reato penale (con carcere) per evasione fiscale.
Ma questo genere di riforme sono poco interessanti per l’attuale politica. Quei duecento nomi, da destra a sinistra, che da vent’anni tengono in mano il parlamento, non voteranno mai una legge del genere. Per questo, secondo me, non ne usciremo mai, se non con una sana rivoluzione. Possibilmente incruenta.
22 novembre 2011
IL PAESE DELLE ZUCCHINE (di Stefano Olivieri)


Ecco perché sono rincarate e il loro prezzo si mantiene alto anche d’estate. Il gustoso ortaggio è stato preso a riferimento nei frenetici scambi di mazzette avvenuti nel verminaio Finmeccanica, un’azienda che doveva essere il fiore all’occhiello della rinascita industriale italiana e si è invece trasformata in un pozzo nero. Non a caso da tempo ci sguazzava dentro anche Walter Lavitola, il consigliori dell’ex premier Berlusconi.

Le “zucchine” volavano impazzite da una mano all’altra e da un palazzo all’altro, roba da fare impallidire la prima tangentopoli, perché stavolta davvero non si capisce chi è imprenditore e chi è politico, chi da e chi riceve, pare quasi un rito iniziatico a cui prima di tutto è importante partecipare, per far capire agli altri che si è d’accordo, che si sta al gioco, quello delle cricche.

Ci sarà tanto da lavorare, roba da autospurgo 24ore su 24, non basterà certo il governo Monti che ha un anno e mezzo scarso davanti. Bisognerà lasciar lavorare i giudici e anzi supportarli con attestazioni ufficiali – l’altro governo mandava gli ispettori – e con maggiori risorse per stanare meglio e più in fretta questo esercito di delinquenti. Perché poi le notizie girano e i mercati guardano anche a Finmeccanica e a Marchionne che rovescia le carte sul tavolo e disdetta tutti i contratti, e si scordano dell’Italia che tenta di rigare dritto.

Perché esiste quell’Italia, ed è anche maggioritaria rispetto all’Italia delle zucchine. Nel nostro paese ci sono fabbriche e imprenditori sani, che vorrebbero guadagnare ma anche far circolare il denaro, spargere benessere fra le famiglie dei propri dipendenti. Potremmo e dovremmo ad esempio aiutare l’ambiente, interrompendo quelle filiere malate e malavitose descritte l’altro ieri da Report: i nostri rifiuti plastici, per i quali i cittadini pagano lo smaltimento, finiscono in Cina e vengono mescolati senza criteri, controlli e regole ad altri rifiuti contaminati, perfino quelli ospedalieri, e ci ritornano sotto forma di pupazzetti profumati che facciamo masticare ai nostri bambini. Ci vogliono leggi severe e drastiche, chi si sporca di reati contro la comunità non può e non deve più essere eletto, ma neanche in una assemblea di condominio. Regole draconiane, altrimenti non si va da nessuna parte, anche per i partiti che non controllano preventivamente l’operato dei propri eletti, sul genere che per ogni deputato e senatore colto dalla giustizia con le mani nella marmellata dovrebbe essere prevista una sanzione ufficiale per il partito, che sia realmente sgradevole ( per esempio la confisca dei rimborsi elettorali). E poi, accanto all’imprenditoria sana, c’è tutto il paese a reddito fisso, che resta attonito di fronte alla tv quando ascolta delle intercettazioni fatte a un deputato, già stipendiato profumatamente dalla collettività, che ricorda all’imprenditore di pagargli “la mensilità” (quindicimila euro). A operai, impiegati, pensionati e disoccupati si attorcigliano le budella ad assistere a queste cose, occorre non per voglia di gogna ma per etica che questa gente paghi tutto e subito, se si vuole insieme alla fiducia dei mercati anche quella del paese.

Stefano Olivieri

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Perché l’Italia vera non è quella delle zucchine.

11 ottobre 2011
PROVE TECNICHE DI RIVOLUZIONE ( di Stefano Olivieri)

 

C'è un’accusa che fa andare particolarmente in bestia chi se la passa male. È ripetuta in continuazione in questi giorni nei dibattiti televisivi, nelle dichiarazioni dei politici, talvolta nelle interviste fra la gente.              Come uno sfottò, che fa incarognire lavoratori e disoccupati, operai e impiegati, sopratutto i giovani che studiano e lavorano precariamente. È quella di aver vissuto troppo al di sopra del consentito, di aver fatto le cicale, insomma. I fantastiliardi di debito pubblico vengono da lì, dalle sciaguratezze di un popolo brontolone che però, sotto sotto, se l’è goduta.

Da questa formidabile ipotesi di lavoro sta nascendo, fra l’altro, il decreto sviluppo. Dopo ben due finanziarie da centinaia di miliardi infatti il governo italiano si è accorto, anzi lo ha costretto la Ue ad accorgersene, che tappare semplicemente le falle della nave Italia non sarebbe servito a nulla se non si fosse trovata l’energia per azionare le pompe di sentina e il motore della nave, così da rimettersi in moto. Saremmo affondati comunque, senza speranza. Così hanno cominciato a circolare le ipotesi. Vendere, vendere e realizzare, dalle industrie alle partecipate statali, dalle spiagge alle isole, dai monumenti all’acqua pubblica. E nel contempo un’ altra stretta su pensioni e stipendi, giusto per abituare il popolo delle cicale a diventare formiche risparmiose. Dove abbiano visto queste cicale però, resta un mistero. Siamo qui a guardare questo doppio binario, costruito sotto i nostri occhi e spiegato come l’unico rimedio possibile. Da una parte il paese dei ladroni, ai quali si prospetta l’ennesimo condono tombale fiscale ed edilizio. Le cricche si stanno già facendo i conti, per loro sarà un altro bengodi, ne venisse una all’anno di crisi così.

Dall’altra la gente comune, quella che secondo gli esperti in doppiopetto sarebbe colpevole di aver precipitato il paese nell’indigenza e nella paralisi. La pistola fumante non si è trovata ma non fa nulla, questo è un processo indiziario e il popolo italiano mica fa Knox di cognome. Sono tutti poveracci, staranno zitti e la manderanno giù come al solito. C’è perfino chi insinua che alla fine saranno contenti di essere commissariati dall’Europa, almeno a Bruxelles c’è gente seria, mica quei magnoni che abbiamo mandato al governo.Il guaio è che su questo doppio binario costruito da Berlusconi, sconti e condoni da una parte, aria fritta e tasse dall’altra, ci deve passare un solo treno. Che se seguirà l’itinerario delle cricche manderà definitivamente all'inferno una grande fetta del paese. Farà diventare ladri anche gli onesti più incalliti, perché quando è troppo è troppo. E forse armerà più di una mano disperata. Così la gente comincia ad organizzarsi, a pensare che perfino la rivoluzione, con tutti i rischi che comporta, non sarebbe a questo punto il male peggiore. L’altro ieri c’erano decine di migliaia di studenti in novanta città a protestare contro i tagli nella scuola, gli scioperi nelle industrie in crisi ormai segnano tutti i giorni della settimana. Non c’è più il gesto isolato e disperato di chi si arrampica sulla gru, è tornata la solidarietà e la volontà di condurre la lotta insieme in Italia come altrove, meno male. Prove tecniche di rivoluzione ma attenti alle schegge, chi vuole intendere intenda. Noi lo stiamo dicendo da un pezzo, che governo e opposizione non caschino poi dalle nuvole.

Stefano Olivieri

 

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20 agosto 2011
TAGLI A POLITICA: SERVE L'ETICA PRIMA DELL'ARITMETICA

Troppo e male si sta parlando in questi mesi dei risparmi della politica. Quando un argomento diventa un tormentone rilanciato dai media tutto il giorno, finisce che si perde il senso delle proporzioni e qualcuno ci inzuppa dentro il suo pane per il proprio tornaconto e non per senso dello Stato.
 
In mezzo alla folla ci sono sempre i mariuoli, i borseggiatori, quelli che piangono il morto ma fregano il vivo. Oggi tutti vogliono accorciare, taglieggiare i costi della politica, dal numero delle provincie a quello di deputai e senatori. Circolano elenchi degli stipendi di parlamentari, sindaci, assessori, etc. e poi ancora dei bonus, dalla mensa quasi gratuita del Senato fino al barbiere, gli sconti della Tim e chi più ne ha più ne metta. ttenzione, di questo passo arriveremo – qualcuno lo sta già facendo – a dire che l’impegno politico di chi è stato eletto dovrebbe essere assolutamente gratuito. A questo punto vorrei ricordare due cose.
 
La prima: i cosiddetti costi della politica non sono assolutamente circoscritti a stipendi, prebende varie, auto blu, etc. Certo si può risparmiare su queste cose e si può – anzi si deve - rendere più efficiente la macchina legislativa sfoltendo il numero dei parlamentari ed eliminando il bicameralismo perfetto in cambio di qualcosa che dia però le stesse garanzie di democrazia.
 
Il vero costo della politica sta nella corruzione della sua classe. Inutile girarci attorno, è questo il vero problema e se non lo si risolve alla radice, tornerà anche dopo qualsiasi dimagrimento. Perciò non perdiamo tempo in ricette francesi, tedesche o in salsa d’Arcore ( come è noto il premier ebbe a dire una volta che l’intero parlamento era inutile, sarebbero bastati i capi gruppo). E vengo alla seconda cosa che vorrei ricordare:
 
E’ dal 2001, dalla memorabile scoppola che l'Ulivo di Rutelli prese dal presidente operaio (ricordate i maxicartelloni) Silvio Berlusconi, è da allora che in Italia si è cominciato a parlare di primarie. Cioè di far tornare in mano ai cittadini, il popolo sovrano, il potere di scelta basato su una conoscenza reale dei candidati alla cosa pubblica. Perché non basta poter scegliere fra tanti nomi, si deve poter scegliere fra persone oneste e ci devono essere regole e strumenti per controllare questa onestà, al momento del voto e anche in corso d’opera, cioè durante il periodo di delega del deputato e senatore.
 
Noi abbiamo in vigore la legge Calderoli, che ha riempito il parlamento di persone che tutto sono tranne che rappresentanti del popolo. Fra di loro un numero altissimo di inquisiti, condannati, etc. Per non parlare dei servi sciocchi, delle ragazze di bella presenza pronte a organizzare feste di compleanno per il sultano, e via discorrendo. Uno degli effetti aberranti della Calderoli è stato quello di aver accelerato il guasto della frammistione fra politica e affari. Non a caso le cricche sono proliferate, sulle varie emergenze è nato l’affare della Protezione civile che più che altro ha protetto e arricchito i soliti noti, l’Aquila è ancora lì che aspetta.
 
Dunque non basta liberare il campo dalle erbacce, occorre ararlo, rivoltarlo bene con strumenti nuovi. Se dimezzassimo l’attuale classe politica senza mutarla nel suo DNA, l’Italia non risparmierebbe un fico secco. Anzi forse, potrebbero riuscire a rubare ancora meglio.
 
Fra l’altro, quella parte malata dell’imprenditoria italiana che ha sempre fatto affari con la politica, troverebbe assai più vantaggioso avere a che fare con meno parlamentari meno pagati di adesso. Il perché immaginatelo, non voglio offendere la vostra intelligenza.
 
E’ una fase delicata quella che stiamo attraversando, ma bisogna mantenere il buon senso. Perché ci sono sempre gli imbroglioni in agguato, anche e soprattutto nelle istituzioni. Prima si stabiliscano le regole per eleggere i futuri deputati e senatori, poi si provveda ai tagli. E nel frattempo facciamoci dare i soldi da chi non ha mai pagato, per favore.
 
Stefano Olivieri
25 maggio 2011
IL MINISTRO MANTENUTO (di Stefano Olivieri)
 

Andiamo ragazzi. Qui non c’entra la politica, l’ideologia, le falciemartello che inseguono Silvio anche di notte quando non è ottenebrato dalle toghe rosse. Questa vicenda di Scajola è così miseramente zozza da non riuscire a maneggiarla neanche per farne strumento di battaglia politica. Un ministro a busta paga per tutto, ma proprio tutto. Anemone gli dava il biberon da almeno dieci anni, provvedendo alle spese per l’autista, alle spese per l’elettricista, alla terra dei vasi, all’acquisto del frullatore di casa Scajola. Se ne potrebbe fare una fiction, una di quelle cose a puntate con le risate registrate ad ogni battuta dei protagonisti, e sono certo che la troupe degli “Sgommati” di Sky non si lascerà sfuggire una occasione così ghiotta. “Inconsapevole” potrebbe essere il titolo adatto alla serie, facciamoci su due risate che è meglio.

E poi però uno così condanniamolo all’ostracismo per sempre. Che si ritiri a vita privata e non abbia l’ardire di affacciarsi più alla vita politica di questo paese. Se ne stia rintanato dentro casa sua, che non è quella al Colosseo dove da qualche mese è tornato, alla chetichella. Quella casa l’ha acquistata Anemone, il suo munifico provider da almeno dieci anni. Se ne stia tranquillo, l'ex ministro - ligure per di più - di un'industra italiana che ha contribuito ad affossare. Penso alla Fincantieri di Genova, che rischia di chiudere perchè questo sciagurato governo non ha mai avuto una strategia; penso a quei poveri operai disperati, che perdono il posto di lavoro anche per un ministro imbelle e incapace come Scajola.

Purtroppo quel ministro, anche da ex,  lo stiamo ancora mantenendo noi tutti, continuandogli a pagare lo stipendio da parlamentare. E poi la pensione, quando sarà. E’ un po’ che abbiamo perso il conto di questa ribollita di ministri inutili, ma onerosissimi per la comunità, che il governo Berlusconi erutta ogni tanto per combattere i suoi maldipancia. Scajola, buttato fuori due volte e da qualche settimana di nuovo arrembante, forse perché vorrebbe arraffare ancora qualcosa prima che il ventennio azzurro volga al suo termine. E poi quel Brancher che è durato lo spazio di una firma, ma che certamente godrà di una qualche prebenda economica per questo suo essere stato nominato ministro per caso. Poi Bondi, che per mesi non si è fatto vedere al suo ministero perché era triste, forse per Pompei che cadeva a pezzi. Che poi i soldi per Pompei li hanno trovati, al solito modo, aumentando la benzina, spalmando il costo di questa immonda casta sulla povera e laboriosa gente di questo paese.

Ecco, se proprio Bossi ci tiene ai ministeri del Nord, io glieli darei pure, ma che si porti dietro anche ministri del genere. Ci metta Scajola alla cura della sua padania, vedrà che bei servizietti saprà rendergli l’inconsapevole. Inauguri, lo spernacchiatore senatur, un bel ministerone proprio a Cassano Magnago e lo affidi alle amorevoli cure di Bondi, così lo farà tornare di buon umore. E si porti dietro anche Tremonti, che ha appena detto che l'Italia è un paese ricco. Se questi non la smettono di sfottere la povera gente, finiranno male.

Siamo alla frutta, Italia. Ricordiamo di scrollarci le zecche di dosso e bonificare tutto il paese, prima di iniziare la ricostruzione.

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it


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permalink | inviato da Stefano51 il 25/5/2011 alle 9:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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