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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
17 dicembre 2012
IMUDAY di Stefano OLivieri

IMUDAY (di Stefano Olivieri)

Così il giorno è arrivato. Se non la fine del mondo, certamente la fine del conto in banca, delle tredicesime, degli ultimi risparmi scampati non alla pizza al ristorante ( e chi ci va più? Solo Berlusconi continua a vederli pieni) e tantomeno alle vacanze (termine che ha perso ogni significato), bensì alla spesa quotidiana, alla spesa per il pranzo che si dirotta verso acquisti meno dispendiosi, la carne bianca al posto di quella rossa, il giro dei supermercati a cercare l’offerta per l’olio e per l’acqua minerale. Io ho dovuto chiedere il piccolo prestito al lavoro per pagare il saldo IMU, e mi trascinerò le rate da restituire anche sulla prossima pensione, che è già stata alleggerita da quella falsa piagnona della Fornero. E se le regole non cambiano in fretta dovrò per forza passare, nel prossimo futuro,  alla disobbedienza civile.

L’IMUDAY rievoca le gabelle medievali, quelle che consentivano al principe di smorzare sul nascere qualsiasi velleità popolare affamando la gente e rendendola così più docile al sovrano. Si va in banca o alla posta con la morte nel cuore, fra ravvedimenti operosi e saldi le centinaia di euro diventano migliaia e vanno via, non le vedrai più. E la cosa che fa più male è che contemporaneamente, mentre lo Stato apprezza il tuo bene immobiliare rivalutandolo ai fini di un maggior prelievo fiscale, il mercato invece lo deprezza fino al cinquanta per cento e tu tornando a casa hai l’esatta sensazione di essere stato rapinato.

È qui che s’infila l’ultima strategia del nano da circo. Ora Berlusconi la vuole abolire l’IMU, dimenticando che è stato proprio il suo governo a vararla ( ma l’avevano furbescamente prevista per il 2014, a babbo morto, cioè a legislatura finita. Era il suo modo di avvelenare i pozzi durante la ritirata, di creare problemi a chi sarebbe venuto dopo, per poter contrattaccare al momento opportuno con una nuova, ennesima promessa. Ma le cose poi sono andate diversamente, la crisi si è mangiata l’Italia molto più in fretta e quando hanno cominciato a impallinare anche le sue aziende il cavaliere, all’improvviso, ha dimenticato tutto il suo patriottismo e si è fatto volentieri da parte. Ma quando è arrivato Monti l’ex premier ha fatto in modo che il suo elettorato di riferimento non avesse di che soffrire, e infatti niente patrimoniale, niente revisione delle aliquote fiscali e invece blocco dei contratti, blocco delle pensioni, revisione dell’articolo 18 con un mercato del lavoro già fatto a pezzi dalla legge Biagi. Monti è stato bravissimo, ha fatto esattamente ciò che Berlusconi non era riuscito a fare, ha dimostrato che l’Italia è capace di far fronte agli impegni europei ma ha omesso di dire che a pagare sono stati sempre gli stessi, i soliti noti.

Per questo adesso Monti deve andare via. Perché ha dimostrato, lui e i suoi ministri, di non sapere quale è il limite oltre il quale si può infierire sul popolo sovrano senza conseguenze. Il vero baratro nel quale potremmo cadere tutti, indistintamente, è l’insorgenza civile senza controllo, la disobbedienza rabbiosa dei ceti più malmessi economicamente, di tutti i lavoratori dipendenti privati e pubblici che hanno visto diminuire anno dopo anno il potere d’acquisto della busta paga, mentre la casta dei SUV continua a scorazzare impunita.

Ebbene, adesso si regoleranno tutti i conti. Il PD ha promesso le primarie anche per i parlamentari, ma non ha ancora spiegato come possa fare un cittadino comune a mettersi a disposizione, a candidarsi. Poiché nessuno ha la sveglia al collo, Bersani dovrebbe affrettarsi a spiegare, grazie. Perché lo vogliamo sul serio, quasta volta, un parlamento specchio del paese. Basta con le troie e i leccaculo sistemati in parlamento solo per compiacere i desideri del sovrano di turno, basta con le aule di senato e Camera trasformate in votifici , vogliamo un paese libero per noi e per i nostri figli, che sono costretti a guardare all’estero per poter lavorare. Abbiamo un meraviglioso paese, mortificato dai vandali che lo hanno governato ma ancora in grado di riprendersi, se soltanto ci sarà data possibilità di farlo. Archiviamo una volta per tutte il berlusconismo, anche quello che inconsapevolmente ci stiamo portando dentro a sinistra, e riscopriamo non il gusto, ma la necessità di fare le cose davvero insieme, di condividere le scelte, di partecipare allo Stato, al nostro Stato non soltanto andando a votare ma ogni giorno, attivandoci per far tornare la giustizia, l’equità, la trasparenza e la solidarietà reale nella cosa pubblica. Facciamolo per i nostri figli, se non per noi stessi. Trasformiamo questo iniquo pegno dell’IMUDAY in un impegno a cambiare.

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it 

29 maggio 2011
VOTARE PER L'ITALIA (di Stefano Olivieri)

Votare per l’Italia, un paese mortificato, impoverito e spaventato. Un popolo che sta invecchiando perché ha paura dei suoi giovani, che invece paura non hanno ma rabbia sì, e tanta anche, voglia di esserci e di cambiare. Un’Italia di città ma anche di campagne e di monti, di laghi e di fiumi, scenari da cartolina se osservati da lontano ma spesso devastati, offesi, trasformati dal potere violento di chi in questi anni non ha avuto a cuore che i propri interessi. Un paese di donne, tante, che vogliono tornare a essere persone, individui, cittadine titolari di diritti e non solo carne da macello. Una Italia di fabbriche vuote e di fili spinati, un paese di un fiume di denaro che scorre sempre sempre dalla stessa parte svuotando sempre le stesse tasche. Una Italia che non va e che vuole, deve cambiare in fretta. E oggi può farlo.

Questo è un voto per amministrare ma anche per decidere, per progettare il futuro, per dire in quali mani verrà affidato. Siamo diventando un deserto di stabilimenti vuoti, fantasmi di un progresso annunciato più volte in questi anni e mai venuto. Nel frattempo il mondo operaio è stato strangolato, frantumato e polverizzato da un governo sempre troppo benevolo con i padroni e troppo poco con i lavoratori. E anche la classe media, la pancia del paese, ora fa i conti con un disagio mai conosciuto prima. E poi ci sono quelli che invece nella crisi e con la crisi hanno gozzovigliato, arricchendosi ancora di più, depredando anche gli spiccioli. Se vogliamo davvero il cambiamento dobbiamo cominciare da qui, dal territorio che conosciamo e non fermarci più. Schiena dritta e non ascoltate le sirene.

Stefano OLivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it

6 febbraio 2011
DALLE PIAZZE ALLE BARRICATE O SARA’ LA FINE ( di Stefano Olivieri)

Ieri a Milano in diecimila e più sotto lo stesso tetto, si cercava l’Italia del futuro dando un volto e una voce all’ansia di tanti cittadini che vogliono dire basta. Saviano, Eco, Zagrebelsky, la Camusso e la De Gregorio cercavano le parole giuste per interpretare questo momento, per fare intendere non al premier – che ovviamente dice “ non bisogna prenderli sul serio” – ma a tutto il paese mortificato da anni di soprusi, bugie e raggiri, che si è passato il segno e stavolta si deve cambiare sul serio.
 
E’ vero, le parole sono importanti, e allora cerchiamole bene, prima di pronunciarle. Poche ma buone, perché in questo momento di asfissia democratica le parole giuste devono sostenere mente e muscoli, devono rappresentare ideali sempre più fantasmi nel nostro paese : giustizia, libertà, solidarietà, trasparenza.
 
La nave del governo è in rada dall’inizio della legislatura. Hanno fatto pagare  al popolo italiano, prima di partire, un biglietto salatissimo ma poi non sono mai salpati, adducendo come scusa di volta in volta la crisi internazionale, il deficit interno, la magistratura, etc. Ultimamente abbiamo scoperto che fra i motivi c’è anche la stanchezza e la poca lucidità di un premier che si diverte tanto la notte con le ragazzine.
 
Nel frattempo sul Bounty del cavaliere c’è stato anche  un ammutinamento e per rimpiazzare le perdite Berlusconi sta ora raccattando quel che passa il porto, da Scilipoti a Storace. Vuole tornare a quota 320 deputati per stare tranquillo, per continuare indisturbato il suo cammino. E per tacitare i giudici di Milano ha già promesso la legge sulle intercettazioni.
 
Ora, per l’opposizione, è giunto il momento di parlare chiaro. Scendere in piazza un giorno, a reclamare e a issare cartelli, non servirà a impedire a questo governo di vivacchiare fino al termine della legislatura. L’Italia, i cittadini, le imprese, i giovani e le loro speranze di futuro sono allo stremo e non possono, non devono aspettare altri tre anni. Dunque quando si parla di piazze, d’ora in poi, bisogna ragionare in prospettiva. Se non vogliamo e non crediamo – e io sono fra quelli – che Berlusconi possa cadere per problemi giudiziari, allora occorre trasformare la piazza in una barricata e proteggerla, presidiarla come porto franco della democrazia fino a quando sarà necessario.
 
Questa è violenza, è rivoluzione ? Non ancora. I partiti dell’opposizione devono mettere tutta la loro saggezza, la loro organizzazione, il carisma e l’impegno dei loro capi, ma la via è segnata. Se non si risponde oggi all’ultima tracotante violenza del cavaliere, quella di un voto infame che ha praticamente omologato il suo diritto a spupazzarsi le minorenni e di non essere perseguito dalla legge, allora o ci si rassegna o si combatte, fino all’ultima trincea. Ci saranno scontri, feriti, morti ? Ci sono già carissimi, e nessuno ne parla più: vittime di un’Italia che non tutela più la sicurezza sul lavoro, le angherie e la violenza della criminalità organizzata, il cinismo delle cricche di Stato.
 
La prossima, quella del tredici, potrebbe essere l’ultima piazza, per noi tutti o per il cavaliere. Tocca a noi scegliere guardando a questo martoriato paese, al futuro che non c’è più per i nostri giovani. Questa è una battaglia etica prima di tutto ma se sarà necessario bisognerà anche menare le mani e che nessuno si tiri indietro, lo dico prima di tutto a Bersani che candida giustamente il Pd alla guida per la svolta, ma lo dico anche agli altri, da Vendola a Casini. Non avremo una seconda occasione.
 
Stefano Olivieri
 
 
POLITICA
18 settembre 2010
PD, DIRITTO DI CRITICA E DOVERE DI CRESCITA* (di Stefano Olivieri)
 

Ben venga anche Veltroni, ci mancherebbe. La politica non è mai morta per eccesso di dibattito, semmai per i troppi silenzi. Se nel Pd si alzano voci critiche, così come accade nel Pdl, questa non è una malattia ma un segno di crescita, di cambiamento. L’inesorabile parabola discendente del padrone d’Italia, che avviene più per ragioni fisiologiche che politiche, ha fatto sì che al nascere di ogni nuovo giorno ci siano novità, qualcuno che voglia dare la sua ricetta per la crisi, e non si può non esserne contenti.

Ho letto spesso : “Walter se ne era andato in Africa, meglio se ci restava…” Battuta a parte, non conosco molti altri leader candidati premier che si siano messi da parte dopo aver fallito. Walter ha diritto a dire la sua, anche ad alzare i toni se vuole, così come ne ha diritto la Bindi, o Renzi, o chiunque altro. Il problema semmai è in che modo questo dibattito può intercettare e fondersi con quello corale dei cittadini, che forse voleranno più bassi ma conoscono il paese reale molto meglio di chi si è chiuso in parlamento, sortite elettorali a parte, da 10, 15, anche venti o più anni. La capacità di ascoltare il territorio è ancora più importante che sapersi fare ascoltare dai cittadini, e sarebbe ora che a questo si pensasse seriamente in un paese invaso dalle tv e dai telefonini ma sempre più assente e senza potere e voce quando si devono prendere decisioni importanti.

Ho letto l’analisi di Walter e ne ho apprezzato molti passaggi. Compresi quelli in cui ribadisce con passione l’aspirazione maggioritaria del Pd, e al tempo stesso la legittimità di guardare anche fuori, per un leader. Anch’io ci ho visto una apertura alla candidatura di Vendola (potrebbe essere lui il papa nero?), insieme al pericolo che ciò possa essere letto a sinistra (Veltroni boccia sia la scelta neofrontista che quella neocentrista) come una rivisitazione del “voto utile” in chiave di “leader utile”. Tutto potrebbe andar bene alla fine, se non fosse che in questo paese parlare di riforme non è più sufficiente. Per riallineare tutti al nastro di partenza occorrono aggiustamenti pesanti e rapidi, i cui effetti semmai, per durare nel tempo, avranno certamente bisogno di riforme, di un quadro di regole diverso per la giustizia, l’equità sociale e fiscale, la trasparenza di diritti e doveri di ciascuno. Ma se prima non ci si mette davanti a problemi come un bel 20 % di pil nazionale nascosto, se prima non si raddrizza il fisco colpendo i patrimoni e i capitali illeciti, se prima non si da certezza ai cittadini che i furbi e i furbetti hanno davvero le ore contate, ebbene alle riforme, caro Walter, non ci crederà più nessuno, più o meno come adesso.

Un paese normale, anche semplicemente decente ma con nuove regole ( e strumenti adeguati per farle rispettare) che consentano a tutti, nessuno escluso da destra a sinistra, di percepire un vero cambiamento dalla repubblica delle banane del premier Berlusconi. La gente, gli elettori non pretendono la luna da nessuno ma sono stanchi di sole parole. E soprattutto vorrebbero qualcosa di più di un leader nuovo e onesto, vorrebbero che i partiti si tenessero fuori dagli affari e tornassero fra la gente. Vorrebbero che i rappresentanti nominati in parlamento tornassero fra la gente che li ha eletti senza poter scegliere e ascoltassero umilmente ciò che la gente ha da dire loro. Vorrebbero vedere una ragazza brutta ma intelligente fare strada per il suo talento, vorrebbero che si parlasse di riforma del welfare senza partire, per una volta, dalle analisi di Ichino e di Brunetta, perché lo stato sociale è un bene collettivo a cui oggi però contribuisce in massima parte lo strato più disagiato del paese, e questo non va bene.

Parlatene fra di voi caro Walter Veltroni, cari Bersani, Bindi, Vendola, parlatene ma fate parlare anche noi, che abbiamo ormai poco fiato da spendere. L’Italia in movimento ha voglia di guarire da Berlusconi e dal berlusconismo, con o senza di voi, tenetelo a mente.

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcanocchiale.it

* Avevo intitolato questo pezzo "Italia in movimento". Poi ho visto in tv Berlusconi parlare al convegno della Destra, che aveva lo stesso titolo, e per non ingenerare equivoci ...

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