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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
POLITICA
12 giugno 2009
L’ITALIA DI VILLA TROMBOSA (di Stefano Olivieri)
 

E’ vero, sacrosanto : i problemi sono altri, e pure scottanti. Un prodotto interno lordo che precipita, centinaia di migliaia di famiglie che stentano ormai a racimolare il pane quotidiano, e molte di esse fino a non molto tempo fa non avrebbero mai pensato di scivolare in povertà; i nostri giovani, con la saracinesca del futuro sempre più abbassata davanti ai loro occhi, che si chiedono dove andare e a chi chiedere aiuto; la nostra economia che stenta, senza una strategia di rilancio che venga in soccorso soprattutto delle piccole imprese artigiane e commerciali, e guarda con terrore le nubi che nuovamente si addensano all’orizzonte ( la stampa finanziaria specializzata annuncia da tempo un nuovo virulento ciclone, stavolta in Europa, che arriverà in autunno).

Quale soddisfazione può trarre un licenziato, un cassintegrato, un disoccupato dall’apprendere che il re è nudo, o se non proprio nudo messo in mutande dai suoi stessi pruriti senili ? Nessuna, senza dubbio, anzi un certo genere di notizie accresce il malumore di chi è nei guai non per gossip ma per reale disagio, con il rischio che poi questa insofferenza, questa rabbia da abbandono si riversi non in direzione del governo ma dell’opposizione, di cui i quotidiani che si accaniscono contro Berlusconi sono referenti.

Detto questo però, è lo stesso presidente del consiglio che continua a condurre le danze, mettendosi al centro del palco incurante delle uova marce. Perché lui, almeno fino ad ottobre, quando si pronuncerà la Corte di Cassazione sulla legittimità del lodo Alfano, è corazzato, protetto a tal punto da infischiarsene del tutto se il suo comportamento privato – questioni di privacy a parte : un politico che si definisce statista e che addirittura si mette in lista per il Nobel per la pace (….) non dovrebbe neanche sollevarle – non è proprio irreprensibile. Potrebbe starsene tranquillo e invece attacca, come se il lodo Alfano non fosse abbastanza, aggiungendo una ulteriore corazza, quella del d. sulle intercettazioni, che camufferà del tutto lui ma soprattutto i suoi amici e sodali, mettendoli al riparo dai giudici troppo ficcanaso.

Il direttore di El Pais si sta sfregando le mani dalla felicità da ieri pomeriggio, non appena appresa la notizia dell’ulteriore bavaglio imposto a magistratura e stampa italiana. Il link al suo quotidiano diventerà bollente ora dopo ora, tutti in Italia con il dito pronto a cliccare sulla gallery che mostra l’arzillo nonnetto che si sposa con una docile puledrina nel galoppatoio di villa Trombosa. Le quotazioni del boccaccesco reality sono già a mille, anche perché, a parte il premier e tante bellissime quanto sconosciute figuranti, ancora non sono del tutto noti altri interpreti di spicco. Chi è stato ripreso oltre all’inalberato Topolanek ? C’è per caso anche Bush o Putin, visto che sono stati ospiti del cavaliere ? C’è qualche politico del centrodestra, qualche ministro, magari sposatissimo ?

I cinquemila scatti, silenziosi e micidiali, del cannone di Zappadu presto ce lo diranno. Lo racconteranno al mondo intero grazie al selvaggio web, insofferente a qualsiasi cappio. Viaggeranno da computer a computer, da telefonino a telefonino, attraverso quella tecnologia della diffusione delle immagini che una volta tanto potrebbe non avvantaggiare mister tv. Una vera nemesi per Berlusconi, dagli esiti imponderabili. Perché Ghedini e il folto stuolo di parlamentari avvocati può proteggerlo dai giornali, non da un attacco che potrebbe provenire dall’interno del suo partito o da qualche leader internazionale messo in forte imbarazzo. Proprio così, lo stesso popolo di villa Trombosa potrebbe ammutinarsi verso il suo re e chiederne la testa. Che irriconoscenti. E alla fine anche il cassintegrato incazzato si scoprirebbe ad avere un inconsapevole sospiro di sollievo, che dopo tanta inutile gnocca possa arrivare finalmente un po’ di pane per le famiglie.

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/

ECONOMIA
21 ottobre 2008
350 MILIONI DI POVERI ( di Stefano Olivieri)
 

210 milioni di disoccupati nel 2009, a cui aggiungere 40 milioni di “poor workwers”, i lavoratori poveri che rischiano la completa marginalità con meno di un dollaro al giorno, e alla stessa data altri 100 milioni che stentano a vivere con due dollari al giorno di paga. Sono i dati freschi della Organizzazione internazionale del Lavoro - l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa di promuovere la giustizia sociale e i diritti umani riguardanti il lavoro.

Un vero esercito della disperazione da una sponda all’altra dell’atlantico, poco meno di mezzo miliardo di persone che si muoverà nell’evoluto occidente come una mina vagante. 340 milioni di individui non sono noccioline, non possono più essere soltanto numeri da costringere in una fredda statistica. Sono persone, titolari di diritti, depositari di esperienze e culture di cui tutti dovremo saperci giovare, perché in questi casi non è solo opportuno ma straordinariamente necessario trasformare i problemi in opportunità di crescita. Se tutti sono appesi ancora con gli occhi per aria a guardare i tabelloni della borsa, ci deve essere a questo punto già chi si dovrebbe mettere al lavoro per riscrivere – o per meglio dire scrivere, perché il guaio è stato proprio questo, la deregulation – le regole a cui incatenare i soggetti che hanno trasformato l’economia in cinica finanza creativa. Ma devono essere regole vere, intransigenti, e chiare. Capaci di riavviare il mercato verso più saggi scenari, dove torni ad essere prevalente il core business di una impresa e non le scommesse azzardate che il mercato fa su di essa.

Bush e Sarkozy hanno concordato una data, novembre prossimo, entro cui convocare un vertice internazionale per discutere di questa emergenza planetaria. Al vertice verosimilmente parteciperà il successore di George Bush, forse quell’Obama che proprio l’altro ieri ha scaldato i cuori dei suoi fans rinnovando l’impegno per uno stato americano più vicino ai suoi cittadini più deboli, quelli che si lasciano morire privi di cure soltanto perché non possono pagarsi l’assicurazione.

Il mondo intero è a un bivio. Tornare ad aver fiducia di una borsa libera e deregolamentata, curando soltanto le banche malmesse e sperando che passi la brutta nottata ( e sarà bella lunga per i 350 milioni di poveri…) oppure prendere subito il toro per le corna e ammansirlo, addomesticarlo definitivamente. Perché non può essere più possibile, perché non è etico e nemmeno conveniente che il liberismo sfrenato trovi improvvisamente una vacca da mungere negli stati nazionali e poi, appena la sete è passata, torni a dare incornate a destra e a manca. Basta, la ricreazione è finita. Un modo nuovo, un mondo nuovo deve nascere, in cui ad ogni cosa corrisponda un prezzo soltanto se la cosa esiste davvero, e se è davvero utile alla comunità. E’ ora che si cominci a parlare non solo di economia ma anche di bilanci partecipativi, di come insomma il popolo – di cittadini elettori, ma poi anche consumatori, risparmiatori, in qualche modo sempre azionisti del mercato globale – possa tornare a contare davvero visto che ha dovuto e dovrà chissà per quanti anni sopportare il peso di questa crisi che si profila anche più dura di quella del 1929.

E’ ora di non credere più alla befana ma soltanto alla forza delle nostre braccia e del nostro ingegno. Nella vita, nel lavoro quotidiano e perfino nella politica. 350 milioni di poveri da domani avranno un deserto da attraversare insieme alle loro famiglie e chi si occupa di interessi diffusi – le associazioni, i partiti, i sindacati, dovrei aggiungere anche gli Stati sovrani se non fosse pleonastico – dovrà dare loro una mano davvero, non una social card come si fa in Italia. Fra l’altro il nostro governo ha stabilito una cifra vergognosamente bassa – lo 0,09 del pil – per gli aiuti ai paesi poveri, gli sessi da cui arrivano giornalmente le barche dei disperati che poi con molta fatica e denaro dobbiamo comunque accogliere. Per questo oggi, alla luce di questa crisi, Berlusconi risulta improvvisamente ancora più datato e inadeguato di quanto non lo fosse già prima. Non abbiamo più bisogno di un premier che si rifugia nei centri benessere mentre il maremoto finanziario investe le famiglie italiane. Che si faccia un suo club esclusivo e lo diriga come vuole, ma lasci in pace il paese. E’ questo è anche il messaggio che di questa crisi si dovrà dare il prossimo 25 ottobre, in piazza. Cambiare subito rotta cambiando il governo.

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/

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