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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
24 gennaio 2010
SE QUESTO E' UN MINISTRO ( di Stefano Olivieri)



 Il ministro si faccia vedere in fretta da qualcuno bravo. E si vergogni a usare il uo potere e la sua visibilità per spararne una dietro l'altra, senza attaccare prima il cervello, ammesso che ne abbia uno. La coperta corta, dice. Certo, quella dei pensionati e dei ragazzi disoccupati è corta, cortissima, non come quella dei ricchi, della gente come lui, che ha promesso di sommare il suo stipendio da ministro a quello di sindaco se mai avverrà ( senza considerare quello di professore universitario, che immagino abbia conservato).

E non ci continui ad ammorbare con la favoletta deamicisiana del ragazzino che fa l'ambulante e studia sulle gondole. Se ne vada, scompaia dalla nostra vista. L'Italia che lavora ha ben altro a cui pensare che alle sparate di un ministro indegno della sua carica.

Stefano Olivieri

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11 ottobre 2009
Una settimana in Calabria ( di Stefano Olivieri)



Da una settimana all’altra in Italia può cambiare il mondo. Approfittando dei prezzi stracciatissimi dopo il diluvio universale che ha battuto il meridione, mi sono concesso il lusso di scendere in Calabria ( jonio, Caminia) per cinque giorni di pesca, e mentre ero in riva al mare con la canna in mano a Roma è successo di tutto. Il lodo Alfano respinto dalla Consulta, Napolitano che diventa comunista, Obama nobel per la pace, e chissà come ci sono rimasti male quelli del comitato “Silvioperilnobel”, che avevano peso un sacco di soldi in gadgets, organizzazione, sede sociale, etc. Poi Bossi che annuncia che l’esercito padano è sempre pronto ( ???), perfino la Gelmini commissariata per aver ricacciato in fondo alla classifica dei professori precari quelli a punteggio più alto, che casualmente sono quasi tutti meridionali. I maligni dicono che lo abbia fatto su pressione di Bossi ( che spera forse che un settentrionale gli promuova finalmente il figlio), chissà se per i professori terroni ci sarà una deroga alla mobilità forzata prevista dalle nuove regole di casa Brunetta. Che finalmente dopo tanto bastone sorride e mostra la carota ai dipendenti pubblici, premi e promozioni per i meritevoli, inferno e licenziamento per i fannulloni. Fatto sta che a conti fatti ci rimettono comunque tutti perché i tagli effettuati con la legge 133 restano e pesano soprattutto sulla pensione, per chi ci è vicino. Quanto ai premi, se ad assegnarli sarà Brunetta – quello del culturame per intenderci – ho proprio la sensazione che andranno agli amici e agli amici degli amici. Ma l’effetto annuncio ci sta tutto e di questi tempi è quanto basta.

Con l’aumento della tensione politica, il linguaggio si è ancora di più involgarito, semmai era possibile. Un presidente del consiglio che fa outing – “ io sono di destra” – per avvalorare il suo attacco al presidente Napolitano, che gli ha fatto lo sgarbo di non telefonare alla Consulta per far passare il lodo Alfano. Un presidente del consiglio ed un governo che, qualsiasi cosa facciano, dalla consegna delle case ai terremotati ( a proposito, ora c’è anche Messina : ma non è che Berlusconi porta sfiga sul serio?...) alla legge antifannulloni, marcano la loro distanza dalla sinistra. Che poi non si sa più bene dove stia purtroppo in Italia, se in parlamento o altrove, perché con tutti gli strappi alla Costituzione consumati nelle ultime ore ci sarebbe da scendere immediatamente in piazza con i forconi, e invece niente.

Io comunque mi sono rilassato e ho anche pescato. Purtroppo soltanto dalla riva perché la barca di Nicola, il mio amico calabrese, se l’era presa il mare tre giorni prima che io arrivassi. Con Nicola ho chiacchierato tra una marmora e l’altra, mi ha raccontato le sue preoccupazioni e mi ha fatto riflettere. Lui fa il meccanico da una vita, 40 anni di lavoro, ora ha da tempo una officina tutta sua che gestisce con i tre figli maschi ( ne ha in tutto sei, pochi giorni fa gli si è sposata la seconda femmina e la prima ha partorito un bel bambino). E’ un gran lavoratore e la sua officina la conoscono tutti nel circondario, ora vorrebbe aprire una succursale in un paese vicino e gli servirebbe un prestito di 15mila euro dalla banca per elettrificare i locali. Ma la banca nicchia, dice che non ci sono garanzie sufficienti. Ma come, penso, trovate in Calabria uno che lavora da quarantanni e mette sempre in regola i suoi dipendenti, uno che ha messo su una famiglia numerosa e ha  sistemato i figli, che vuole adesso ingrandirsi per offrire ai figli opportunità di lavoro e di guadagno, e voi gli negate un prestito ? Ma allora a chi li prestate i soldi, alla mafia ? Pensare che con Nicola se parlo di politica ci litigo pure, perché lui è berlusconiano.

I pesci me li sono mangiati ieri sera, perché durante il viaggio di ritorno, a caua di una lunga coda in autostrada causa incidente, mi si erano scongelati tutti. Domani rientro al lavoro e troverò le nuove regole di casa Brunetta, ma non sono granchè preoccupato perché il mio lavoro lo faccio a prescindere da chi sia il ministro della funzione pubblica. Domani è un altro giorno, speriamo che prima o poi gli italiani scelgano un presidente che si dichiari – e si comporti – come presidente di tutti.

Stefano Olivieri
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POLITICA
19 settembre 2009
DELIRIO DI STATO ( di Stefano Olivieri)
 

Non scherziamoci su, ma  il governo ha perso davvero la testa. Le tv compiacenti stanno triturando oltre il lecito dell’etica gli ultimi morti in guerra, sei giovani del sud che hanno obbedito al governo che disobbedisce alla Costituzione, perdendo la vita nel pantano afghano. Serviva a coprire il flop di Porta a Porta e il vergognoso inginocchiatoio della tv di Stato, serviva a far dimenticare rapidamente all’Italia intera quello sparuto esercito di 3 milioni (3 milioni soltanto, altro che 68% di consensi) di telespettatori uniti nell’ascolto del monologo di Berlusconi su l’Aquila e dintorni.

Poi in tv il premier, al solito suo, ha approfittato – come sappiamo e come prevedevamo - dell’occasione per impallinare la stampa e la politica a lui infedele ( tutti farabutti). Però era in grande difficoltà lo stesso : la scadenza dell’esame del lodo Alfano, le previsioni nerissime per l’occupazione in Italia, le casse vuote di uno Stato che – lo ha ammesso poco tempo fa la GdF – ha consentito in sette mesi 3 miliardi di euro di evasione fiscale, infine il Noemigate che ritorna con l’arresto di Tarantini e la convocazione a Roma delle escort.

Così, data la difficoltà, i sei giovani soldati morti a Kabul sono stati sbrigativamente sacrificati sull’altare del consenso e per loro fortuna lunedì avremo i funerali di Stato che almeno in questo ci faranno ritornare un paese normale, con tutto il rispetto per la figura di Mike Bongiorno. Intanto una gola profonda dalla avvocatura di Stato copiava Feltri, mandando un messaggio trasversale alla Consulta. Siamo al delirio, perfino la Chiesa di Ratzinger è costretta a prendere le distanze.

Anche Bossi adesso sente puzza di bruciato a palazzochigi ed esce dal palazzo con il megafono in mano, unendosi a Di Pietro nel chiedere il rapido ritorno in patria delle nostre truppe. Chissà, potrebbero dare una mano alle ronde per la sicurezza nelle città, dopo che Maroni e Tremonti hanno abbondantemente sforbiciato le risorse per la sicurezza interna. Ma alla gente comune, occupata e preoccupata di portare il pane quotidiano a casa, tutto questo sbraitare non va più a genio, c’è lo tsunami che incombe sulle famiglie ed è fin troppo chiaro ormai che i farabutti non stanno fra la povera gente che lavora, bensì fra questi strapagati governanti che invece di fare atto di umiltà e ammettere la loro incapacità, fanno della confusione mentale che ha pervaso tutto l’esecutivo l’ultimo disperato mezzo di aggressione. Berlusconi che vede farabutti e comunisti dovunque, Larussa che infiamma le platee con il suo “non ci fermeranno” ( ci mandasse Geronimo a Kabul, insieme a Piersilvio..), Zaia che pensa ai dialetti e Brunetta che ormai straborda quotidianamente e dopo la guerra ai fannulloni, adesso manda a morire ammazzata la sinistra “elitaria e parassita”.

I bari, quando sono scoperti, sono soliti rovesciare il tavolo con tutte le carte. E’ questo che stanno cercando di fare, è questo che l’opposizione deve evitare che accada, perché il paese deve sapere tutto e bene. Nemmeno un anno e mezzo di governo per buttare alle ortiche tutti gli indici positivi che Prodi, pur con un esecutivo perennemente in bilico, era riuscito a mettere in dispensa per il paese. Tutto inutile e ora sarebbe giusto ricordare da dove si è partiti e ricordare chi sia stato sciaguratamente sciupone, perché con Berlusconi abbiamo buttato via miliardi in Alitalia ( che a giorni farà il botto di nuovo, grazie ai capitani tanto coraggiosi e competenti, amici del premier), nel regalo ICI ai possidenti, nel rientro gratuito dei capitali imboscati all’estero, etc. etc. etc. E se la crisi in Italia è parsa più blanda ( ma attenzione : deve arrivare ancora l’onda lunga, con tutta la robaccia appresso, proprio nel 2010) ciò non è stato dovuto alla maggiore virtuosità delle nostre banche ( figurarsi, basti vedere quanti banchieri nostrani stanno oggi sotto processo), ma è piuttosto da collegare all’enorme spirito di sacrificio e di adattamento delle famiglie italiane, che stanno vivendo con grande dignità gli stenti di una vera e propria guerra, mentre il popolo dei suv continua a ingrassare alle loro spalle.

Chi è causa del suo mal ora pianga se stesso, ma poi sconti le giuste punizioni. Questo delirio deve finire per il bene del paese. I bari, con i loro nani e le loro ballerine zoccolette abbandoneranno presto il campo ma dobbiamo impedire che dietro di loro, fuggendo, incendino tutto, perché saranno tali e tante le macerie che servirà una Norimberga per riportare la legalità e la giustizia nel nostro paese. Semprechè qualcuno non fugga nel frattempo in Libia. Non sarebbe la prima volta.

Stefano Olivieri
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23 gennaio 2009
Bonanni e Angeletti sottoscrivono la precarizzazione del pubblico impiego ( di Stefano Olivieri)
 



Altra ulteriore bastonata in arrivo per i dipendenti pubblici, dopo le legnate di Brunetta ( controllo 24 ore per i giorni di malattia contro le 4 ore previste per il settore privato; nessuna detassazione per lo straordinario; sospensione sine die del salario incentivante, che per Agenzia delle Entrate ed Inps significa un terzo dello stipendio).

Stavolta, sempre con la completa acquiescenza di Bonanni e Angeletti che dopo la cena in casa Berlusconi sono ammansiti come agnellini e hanno sottoscritto l’accordo senza fiatare anzi congratulandosi con Sacconi, a essere ridimensionata sarà la durata dei contratti ( che diventa triennale) ma anche la consistenza del budget a disposizione, visto e considerato che dal tasso di inflazione programmata ( già di per se profondamente irrispettoso : l’ultimo calcolato è praticamente meno della metà dell’inflazione reale) si passa all’inflazione prefissata.

In sostanza l'accordo quadro firmato ieri sera a Palazzo Chigi prevede due novità: 1) i contratti avranno durata triennale tanto per la parte economica che normativa; 2) scompare l'inflazione programmata che verrà sostituita dall'Ipca (indice dei prezzi al consumo armonizzato in ambito europeo per l'Italia), depurato dalla dinamica dei prezzi dei beni energetici importati. L'elaborazione della previsione sarà affidata ad un soggetto terzo. Considerata la profonda influenza del costo dei carburanti da autotrazione e da riscaldamento sul prezzo dei beni di consumo e dei servizi in Italia, si immagina già quanto grande diverrà in breve tempo lo scostamento fra inflazione prefissata e inflazione reale.

Il leader Cisl Bonanni ha commentato così l’accordo : "..E’ un obiettivo storico inseguito per tanti anni, un accordo di grande valore politico, economico ma anche contrattuale". D’accordo con lui  naturalmente il ministro Sacconi : “L'accordo per la riforma degli assetti contrattuali ha una portata storica, non solo perché sostituisce le intese sottoscritte il 23 luglio 1993, dopo una lunga e defatigante negoziazione, ma soprattutto perché sostituisce per la prima volta il tradizionale approccio conflittuale nel sistema di relazioni industriali con quello cooperativo. L'accordo quadro infatti” - spiega il ministro – “promuove lo spostamento del cuore della contrattazione dal livello nazionale alla dimensione aziendale e territoriale ove, anche grazie alla detassazione del salario di produttività, le parti sono naturalmente portate a condividere obiettivi e risultati”. E conclude infine, a proposito del sindacato CGIL che non ha sottoscritto l’accordo : “Spiace constatare che la Cgil non è allo stato del suo dibattito interno, in grado di convergere con le altre organizzazioni sindacali su comuni obiettivi di modernizzazione”.

La secca replica di Epifani : “Il Governo, che non riesce a dare una risposta sugli ammortizzatori sociali, non mette in atto un sostegno a consumi, famiglie e imprese, non ha uno straccio di idea di politica industriale e non redistribuisce risorse fiscali ai pensionati e lavoratori dipendenti, ha forzato in direzione di un accordo che sapeva non avrebbe trovato l'accordo della Cgil. Ci è stato presentato stasera, integrato con la parte relativa al pubblico impiego che non si conosceva. Era un prendere o lasciare e la Cgil non era d'accordo”. “Non sono contento, il Paese ha bisogno di unità ma non si può chiedere coraggio a quelli che lo hanno avuto e hanno pagato i prezzi più grandi, non si può chiedere responsabilità quando non si è responsabili di fronte alla portata di questa crisi. Preferiamo - ha inteso sottolineare Epifani - mantenere una linea di rigore e serietà, bisogna dare risposte vere alla crisi per difendere i diritti e la dignità".

Sta di fatto che l’effetto combinato fra la legge finanziaria, il decreto legge 133 e quest’ultimo accordo ha di fatto finito per precarizzare in modo pesante anche il pubblico impiego. Le conseguenze sul funzionamento della pubblica amministrazione si vedranno ben presto, dato per scontato che non i fannulloni e gli assenteisti ( per altro presenti anche nel settore privato) ma i lavoratori onesti e giudiziosi – che poi sono la maggior parte, saranno chiamati a lavorare in condizioni di mezzi e risorse a disposizione assai peggiori che in passato, in particolare alla Agenzia delle Entrate e all’Inps che guarda caso sono gli enti preposti al controllo e alla lotta dell’evasione fiscale e contributiva.

Il premier ha detto l’altro ieri che due punti in meno di pil non sono un dramma, e che al massimo è come se fossimo tornati indietro di due anni. Lo vada a dire a chi su uno stipendio di 1500 euro mensili si troverà una decurtazione di almeno 400 euro, esclusi ancora gli effetti di questa nuovo “tasso di inflazione prefissata” definito nell’accordo.

Se avessi in tasca una tessera Cisl e Uil mi affretterei ad andare da Bonanni e Angeletti per fargliela ingoiare. Tanto certa gente ha lo stomaco abituato a tutto, anche a lasciare il sindacato per un posto in parlamento, naturalmente fra gli scranni del pdl. Ma la mia è una tessera CGIL, e me la tengo ben stretta, perché prima o poi l’aria cambierà. Intanto spero che il PD si schieri dalla parte giusta, quella dell'unico sindacato che continua a fare il suo mestiere, cioè cercare di proteggere la classe lavoratrice.

Stefano Olivieri

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ECONOMIA
4 gennaio 2009
LO STATO HA BISOGNO DI 53 MILIARDI DI EURO. CHI PAGA STAVOLTA ? (di Stefano Olivieri)

Ma dico, stiamo dormendo o cosa ? E’ l’effetto dei botti di capodanno o il riverbero del genocidio di Gaza che sta coprendo tutto, anche gli stracci che volano in casa nostra ? Perché qui la questione è seria, serissima, altro che “di impatto sostanzialmente marginale” come sentenzia l’ineffabile Tremonti. Sostanzialmente marginale un paio di palle signor ministro, lei ci sta dicendo che più di centodiecimila miliardi di vecchie lire sono il fabbisogno del settore statale – possiamo chiamarlo debito, signor ministro ? – che il nostro paese dichiara a fine 2008. Quasi 53 miliardi di euro, per giunta in un momento come questo, la peggiore crisi dal dopoguerra. Sostanzialmente marginale dice ? E dove crede di trovarli tutti questi soldi, ora che ormai le famiglie sono già state spremute a dovere, i Comuni ingannati dalle promesse del governo, i cittadini infinocchiati e messi allo spiedo dal cavaliere che per realizzare due promesse elettorali assolutamente non indispensabili si è fumato in un colpo solo almeno 12 miliardi di euro ?

Non venga a battere cassa da noi, abbiamo già dato, a lui e al suo collega Brunetta. Semmai si rivolga all’elettorato che ha voluto il cavaliere presidente, si rivolga soprattutto ai benestanti imprenditori e lavoratori autonomi a cui ha regalato l’ennesimo sconto con lo slittamento dei pagamenti fiscali. Si rivolga a tutta quella bella gente che ha fatto ripartire l’evasione fiscale alla grande, perché a noi le tasse ce le levano direttamente sulla busta paga.

Ma poi queste cose non dovrei dirle io, che sono un semplice cittadino, le dovrebbe dire – e da subito, appena appresa la notizia – il più grande partito dell’opposizione. Che se non la smette di tacere diventerà il più piccolo, fra breve. Ma insomma, direbbe Totò, siamo uomini o caporali ? Ci dobbiamo tenere l’ennesima inchiappettata in silenzio, con il sorriso sulle labbra, credendo alle parole di un uomo che ha inventato ( con i nostri soldi) la finanza creativa ? Quello che si voleva vendere anche le spiagge per fare cassa ? Ma siamo diventati matti ? Dove stanno i cortei, le bandiere, gli striscioni, dove stanno i megafoni ? Siamo diventati tutti svizzeri ? Va bene che la questione morale ha turbato gli animi, ma noi vi abbiamo eletto in parlamento per combattere, per contrastare l’avversario non per ascoltarlo in silenzio.

Passate le feste, gabbato lo santo. C’è tanto fuoco sotto la cenere da incendiare una città, caro partito democratico. O rialzi la testa subito o dovremo fare da soli. Come al solito poi, è un po’ di tempo che succede.

Stefano Olivieri

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POLITICA
18 dicembre 2008
Ci siamo, la crisi è arrivata dentro casa ( di Stefano Olivieri)
 



Fin quando te la mandano in tv la osservi da incosciente. Ti indigni, è vero, a veder piangere un padre di famiglia perché è costretto a non iscrivere la figlioletta alla mensa scolastica ( che pure dovrebbe essere gratuita in un paese evoluto), ti viene rabbia a pensare che mentre alle famiglie cominciano a mancare le risorse più semplici ed essenziali il governo si adopera, paga segretarie, lampadine accese, commessi ed avvocati , insomma spende non per trovare più soldi per noi ma per soddisfare gli ultimi desiderata del premier, che è poi anche l’uomo più ricco del paese, e dunque quello che mai sarà raggiunto nemmeno dagli spruzzi di una mareggiata che sta per sommergere l’Italia. Ti arrabbi tantissimo ma poi ti tiri su come un plaid le tue sciocche certezze e ripeti a te stesso che sarà dura è vero, ma a te non è toccato, gli altri sono lì e tu sei qui e quel poco che hai ti mette ancora al riparo da tutto.

Duole ammetterlo ma a me pare sempre di più che stiamo dismettendo tutti insieme addirittura la democrazia. La crisi, il disagio dovrebbero avvicinare, far solidarizzare la gente e invece c’è come un gigantesco riflusso di massa verso un privato grezzo e materiale, godereccio e ignorante che interessa strati sempre più vasti della popolazione da destra a sinistra, l’applicazione in chiave neoconsumista – e anche tremendamente più cinica - di quell’arte postbellica tutta italiana di arrangiarsi che allora aveva invece unito il nostro paese in un unico abbraccio spontaneo quanto solidale. Certo, forse allora c’èra anche un’altra classe politica, venuta su dagli stenti di una guerra massacrante, filtrata da sacrifici autentici e personali, tutta roba che oggi al massimo ti garantirebbe mezzora da Cocuzza in tv, non certo come aspirante politico ma soltanto come fenomeno da baraccone, per impersonare “ il lato buono degli italiani “ e mettere a posto così la coscienza comune di chi da un pezzo ha tirato in barca i suoi remi e se ne strafotte di tutti gli altri, fosse anche il vicino di casa pieno di figli che si impicca perché ha perso il lavoro.

Oggi mia moglie mi ha preso da parte appena rientrato a casa e nel porgermi il caffè mi ha detto sorridendomi quel che sapevo già, ma che speravo di non sentire almeno prima di natale. I soldi sono finiti, ancora qualche briciola e in banca siamo di nuovo in rosso, con l’uragano alle porte. Le ho sorriso anch’io, perché la donna che ami riesce ad essere sempre così semplice e pragmatica anche quando ti condanna a morte, e ci siamo messi subito a chiacchierare a bassa voce sul da farsi.

Quando i soldi arrivano in più oltre l’indispensabile per vivere, questo genere di discussioni ti mette subito di buon umore, insomma quel piglio giusto di cui parla Berlusconi quando spinge agli acquisti per risollevare il paese. Quando i soldi che entrano pareggiano appena le uscite il tuo umore è già molto diverso, perché sai che dovrai rinunciare già da domani a molte cose, dovrai sconvolgere le tue abitudini, e quel che è peggio, anche quelle di chi ti è caro e dipende economicamente da te.

Ma il vero dramma arriva quando ti accorgi che all’improvviso non va bene nemmeno il tenore di vita che stai già tenendo, che ben inteso è già roba da monastero francescano, niente vacanze da almeno dieci anni, niente cinema e cene al ristorante se non in eventi eccezionali, niente gite con gli amici, niente acquisti voluttuari e credito al consumo perfino per ricomprare la lavatrice. Improvvisamente scopri che tutto questo non ti sarà più consentito a partire dal primo di gennaio, perché come ad un appuntamento sinistro si sono incontrati il tuo conto in banca in rosso con le nuove regole inventate da Berlusconi, Brunetta e Tremonti per ricalcolare lo stipendio che andrai a percepire a partire dal prossimo anno. Il conto è presto fatto, con l’abolizione di tutto il salario incentivante per un quadro intermedio come me il salasso è stato calcolato nella misura di 5000 – 6000 euro l’anno, più o meno trecento euro al mese in meno. E per uno stipendio di 1300 euro da dividere in tre in famiglia, compreso un figlio disabile, la prospettiva di scendere a mille se non al di sotto non è allegra. Praticamente è una cassa integrazione, senza manco dirtelo e in più costringendoti a continuare anzi a lavorare e con meno tutele, visto che già stamane mi è arrivata la lettera delle prime trattenute per i giorni di assenza per malattia, ben 114 euro per sei giorni. E non sono ancora compresi i giorni della legge 104 per mio figlio, quando arriverà quella trattenuta giuro che aspetto Brunetta fuori dal ministero e me li faccio ridare da lui.

Così insomma abbiamo cominciato a ragionare, io e la mia dolcissima metà. Il bello è che a queste condizioni non basta la logica matematica, per chi è lavoratore dipendente occorre uno sforzo di vera e propria fantasia. Un macellaio ritocca i cartellini del macinato e amen, un meccanico arrotonda il prezzo di un manicotto o ricama un po’ sulla manodopera, ma un dipendente è costretto a pensare ad altro. A come far fruttare ciò che ha già a disposizione, e farlo in fretta anche.

Ti viene da sorridere quando pensi ai tempi andati e ai proverbi di un Italietta semplice semplice. Per esempio il detto “Chi non ha testa abbia gambe” che serviva di sprone a chi, non avendo voluto studiare, doveva accontentarsi di lavori semplici e faticosi per vivere. Ok, ma invece chi la testa ce l’ha e le gambe ormai le ha malferme, logorate dall’età e da una vita non semplice ? Uno così che fa, si spara soltanto perché non rientra nella casistica dei più disperati senza tutele ? Ma come fa questo governo di magnaccioni – ci fosse almeno un operaio lì in mezzo, tutti imprenditori, avvocati, ingegneri e finanzieri – a decidere qual è la soglia di sofferenza di una famiglia, e quando si può definire disgraziato un cittadino che pure lavora da trent’anni, ogni mattina a timbrare il cartellino, a fare file in auto prima che sia sorto il sole, uno che la sua laurea in architettura l’ha dovuta dimenticare perché per la carriera in un ufficio previdenziale non gli è servita a niente ?

Come fa Tremonti a decidere che quello sì lo tiriamo su e tu no, salti giù dalla nave nel mare in tempesta e tanti auguri ? Vabbè, Tremonti non me lo sono scelto io, io ho votato a sinistra e spero che presto o tardi questo stramaledetto governo possa cadere, ma intanto che cosa mi invento ? Dopo aver deciso di smettere di fumare ( e non sarà per niente facile, ma devo, con quello che costano le sigarette) e andare in ufficio con i mezzi, non mi viene in mente nient’altro di decente.

Potrei usare la rete, visto che ci navigo da prima che esistessero i server e una certa qual praticaccia ce l’ho ? Si, forse. Potrei tentare di chiedere qualcosa a chi mi ha pubblicato per anni e farmi dare qualcosa – cifre simboliche ben inteso, ma cinquanta euro al mese di qua, cinquanta di là, a qualcosa si arriva – e così finalmente monetizzare la mia passione civile, anche se messa così mi pare già una bestemmia ? Potrei fondare un circolo PD degli sfigati onesti e candidarmi alle prossime elezioni ? No, anche questo costa troppo, ci ho già pensato quando ci furono le primarie per Veltroni scoprendo che al massimo con il mio budget ( inesistente) sarei potuto andare in giro ad attaccare santini con il mio nome, sperando a quel punto nella pietà, neanche più nella stima della gente. Perché è questo il punto, tutti a dirti bravo, che l’onestà paga, ma se scoprono che oltre che onesto sei anche un morto di fame in politica ti girano le spalle, da destra a sinistra nessuno escluso. Fare politica a un certo livello, soltanto entrare nel giro delle cariche di qualsiasi genere, da un assessorato comunale fino al parlamento, vuol dire far già parte del giro che conta, che tu sia uscito fuori da pseudoprimarie o da una semplice cooptazione non ha importanza, se sei dentro vuol dire che hai avuto uno sponsor e quello sponsor prima o poi ti presenta il conto.

Potrei girare per casa e raggruppare come fanno in America tutte le cose che non adopero più, fare una bancarella e tentare di venderle. Che so, la muta subacquea di quando pesavo 15 kg di meno, certi regali di matrimonio che non abbiamo mai usato o esposto da 30 anni per quanto erano orrendi. Potrei tornare a suonare, avevo un complesso quando avevo vent’anni. O provare con una radio, nel ’76 fui tra i fondatori di Eurosound, una radio che trasmetteva da ottavo colle, e avevo anche un certo seguito fra gli ascoltatori. Potrei provare a pubblicare uno dei tanti libri che mi sono rimasti nel cassetto, potrei….

Ecco, sto già sognando come un ragazzino e invece no, devo pensare sul serio questa volta. Il sette gennaio ho un concorso interno, 100 quiz per sessanta minuti e se passi di livello almeno tamponi una parte di quei trecento euro al mese che ti porteranno via già da gennaio. E poi pazienza, andrò ad elemosinare un po’ di straordinario, vorrà dire che tornerò a casa due ore più tardi, niente pennica al pomeriggio. Probabilmente non basterà ancora per dire che nulla è cambiato, ma intanto sarà già qualcosa. Nel frattempo chissà, con tutta questa ecatombe di democratici doc forse fra breve avremo una riforma della giustizia bipartizan che metterà un bel bavaglio alla magistratura e nel giro di poco tempo tutto magicamente tornerà come prima, magari a Brunetta diranno di allentare anche i cordoni della borsa visto che la politica potrà tornare a respirare tranquillamente. Accendo la tv e apprendo che la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha negato l’arresto ai domiciliari per Margiotta. Il futuro è già cominciato, speriamo bene, per la rivoluzione c’è ancora tempo.

14 dicembre 2008
Renato, l'esibizionista ( di Stefano Olivieri)

 Ci sono diversi modi per mostrare gli attributi. Il più riconosciuto, divenuto ormai un must della macchiettistica, è quello dell’omino nudo in impermeabile che gira per strada per terrorizzare le donne. Lessi una volta sul manuale medico di un mio amico che clinicamente il vero desiderio dell’esibizionista sia quello di essere rassicurato sulla castrazione ( ovvero di avere attributi maschili di piccole dimensioni) attraverso lo stupore ( spavento; ribrezzo; rabbia, qualsiasi emozione vistosa va bene)  del malcapitato ( più spesso della malcapitata) che si imbatta in lui.

Più o meno allo stesso modo il ministro Renato Brunetta – titolare, vogliamo ricordarlo, di un dipartimento e non di un ministero vero e proprio, che sia cioè dotato di proprie risorse economiche – pare proprio che non riesca a rimanere nel suo orticello e tentando di aumentare mediaticamente i suoi attributi istituzionali si lascia andare spesso e volentieri a dichiarazioni che riguardano l’attività di altri colleghi ministri.

Questa sua … ehm, chiamiamola pure esuberanza – nasce evidentemente dall’ego smisurato del personaggio e da un senso di non sufficiente potenza soltanto in parte mitigato dalla feroce campagna da lui condotta contro i fannulloni del pubblico impiego, che alla fine ha prodotto un provvedimento destinato, almeno per i prossimi tre anni, a mettere in crisi migliaia di famiglie. Il dl 112, combinato con la finanziaria di Tremonti, infatti, determinerà una secca diminuzione di salari e stipendi in tutti gli uffici pubblici, in particolare in quelli – sembra un paradosso ma è così – che più di altri avevano rivoluzionato la propria organizzazione interna in chiave di processi di lavoro e per questo finalizzato una maggiore mole di risorse economiche per incentivare questa nuova metodologia. In cima a tutti l’Agenzia delle Entrate e l’Inps, che forse non a caso sono gli Enti deputati per legge al controllo e alla lotta all’evasione fiscale e contributiva. Per altro, l’austerity economica imposta dal ministro non riguarda i “Brunetta Boys”, gli impiegati cioè del suo dipartimento che, unitamente con gli altri colleghi della presidenza del consiglio, potranno anzi beneficiare di un corposo aumento dello stipendio tabellare grazie ad un artificio tecnico, cioè al travaso tout court del salario incentivante ( lo stesso che verrà sospeso per tutto il resto del pubblico impiego) direttamente nella prima voce stipendiale. Così mentre il resto popolazione impiegatizia della P.A. vedrà asciugarsi i propri stipendi – e sarà drammatico per chi è prossimo alla pensione, essendo gli ultimi stipendi quelli di riferimento – i Brunetta Boys dormiranno sonni tranquilli attorno al loro ministro.

Brunetta dunque non contento, non appagato abbastanza dalla sua battaglia contro i fannulloni, i finti malati, etc., ancora una volta l’ha fatta fuori del vaso. Gli è successo già più volte nel recente passato, ad esempio quando inopinatamente si è calato anche nella discussione delle coppie di fatto. Adesso è la volta delle donne, che vorrebbe in pensione più tardi – dice lui - per garantire loro pari opportunità di stipendio e di pensione rispetto ai colleghi uomini. Lui sa bene di averla sparata grossa, ma la spara lo stesso perché in questo cabaret del governo Berlusconi ter l’importante non è tanto fare le cose, ma annunciarle. Perché poi, oltre alla legittima e prevedibile alzata di scudi dal sindacato , stavolta tutto unito in un fermo NO, fino a gli stessi suoi colleghi di governo ( Calderoli : “…brunetto…scherzetto..!”), c’è sempre qualcuno che gli va appresso. La prima è la Bonino che già si pronunciò a favore del provvedimento quando uscirono le raccomandazioni della corte di giustizia europea – e alla cara Emma consiglieremmo a questo punto un bel giro per l’Italia di oggi invece di starsene a Bruxelles - poi è arrivata anche la Lanzillotta a dare manforte, sia pure sottolineando le sperequazioni attualmente esistenti fra i due sessi in termini di possibilità di carriera e di retribuzioni. Naturalmente, come sempre, la titolare del dipartimento delle pari opportunità Mara Carfagna tace discretamente anche questa volta. Non ha ancora ricevuto istruzioni adeguate.

Perché la verità di fondo, come al solito, sta tutta da un'altra parte. Non dobbiamo mai dimenticare che questo è un governo proprietario, dove c’è un premier che decide e tanti soldatini telecomandati ad eseguire. Nella fattispecie il problema è : reperire più fondi possibili per lo tsunami di richieste di ammortizzatori sociali – cassa integrazione e altro – che già sommerge il governo. Fra l’altro c’è una cosa che è passata inosservata ai più, fra le varie pieghe dei provvedimenti fatti da Tremonti : l’unificazione di fatto dei fondi di assistenza ( che normalmente vengono finanziati in massima parte direttamente dallo Stato, cioè dalla fiscalità generale) con i fondi di previdenza ( costituiti dai contributi previdenziali versati dai lavoratori attivi, che vengono trasformati in pensioni contributive). Il primo aberrante effetto di questo rimescolamento è che in questo modo gli interventi di assistenza sociale graveranno in termini percentuali molto di più sui lavoratori dipendenti che su quelli autonomi, e questo dato da ancora più fastidio se rapportato al completo disinteresse del governo Berlusconi ad intervenire piuttosto in una tassazione delle rendite da capitale che sia uniforme al resto dell’Unione Europea.

Il ministro Brunetta dunque, che è laureato in scienze politiche e non economiche, quando si richiama alla UE per ricordare che le donne italiane vanno in pensione troppo presto ( e quindi per lui sarebbero addirittura discriminate : ma che genio !) farebbe bene a ricordarsi che altre sono le differenza fra l’Italia dei furbetti e il resto d’Europa. Ad esempio le dimissioni firmate in bianco in caso di maternità, (re)introdotte proprio dal suo governo. Ma evidentemente per questo tipo di ragionamento non ha ricevuto sufficienti istruzioni a riguardo dal suo presidente.

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/

16 novembre 2008
QUELLI DI SINISTRA TUTTI FANNULLONI ? ALLORA DOMANI LO DIVENTO SUL SERIO ( di Stefano Olivieri)

30 anni di anzianità, una laurea in tasca fin dall’assunzione, un paio di concorsi interni andati a vuoto, ma non ho mai sputato nel piatto dove mangio. Per aiutare un figlio disabile ho cominciato a usare il web fin dai primordi, quando in Italia manco esistevano i server, e così quando la mia amministrazione approdò a internet ( con una lan intranet addirittura nazionale) misi immediatamente a frutto questa competenza e facendomi assegnare uno spazio fui il primo a mettere su nella pubblica amministrazione un sito web, nel 1997. Ci lavoravo anche di notte a casa mia perché all’epoca in ufficio il collegamento internet lo avevano solo i capi. Scaricavo links, notizie, informazioni, moduli 730 dal sito delle entrate, poi salvavo tutto in floppy disk e portavo al lavoro, dove avevo allestito un sito per la comunicazione regionale che ben presto cominciò ad essere consultato da tutta Italia. Ogni pagina aveva la possibilità di registrare un feedback del visitatore, grazie ad form in linea. Così ricevevo commenti, molti complimenti e talvolta qualche critica, ma tutto era utile per migliorare la risorsa, perché un sito web non finisce mai di evolversi. Ci avevo inserito anche un forum online, dove un dipendente di Cuneo poteva chiedere informazioni di lavoro a un suo collega di Agrigento e ricevere risposta. Il sito si chiamava Areacom ed era visitatissimo, anche di più del sito ufficiale (curato da almeno una trentina di persone) del mio istituto, forse anche troppo visitato tant’è che alla prima occasione fu oscurato senza neanche una giustificazione scritta. Una spiegazione c’era, e anche semplice. Qualche tempo prima avevo fatto domanda di aspettativa ex dl 151 ( il decreto che consentiva ai genitori di disabili gravi di prendere una aspettativa fino a due anni ) e l’Inps aveva mal interpretato il decreto con due assurde circolari, palesemente incostituzionali ( in una addirittura si facevano differenze fra disabili minorenni e maggiorenni). Così la mia prima domanda non venne accettata, perché si diceva che mia moglie, non lavorando ( e ti credo, con un figlio disabile in casa…) non mi consentiva di aver diritto alla aspettativa.

Non mi feci intimidire - sono generalmente un uomo mite ma se mi toccano i diritti di mio figlio divento una iena - e impugnai le due circolari, minacciando tutto il consiglio di amministrazione di una causa legale. E presi contatto con la segreteria della ministro Turco, per la precisione con Donata Gottardi che mi aiutò tantissimo. L’Inps fu costretto a rimangiarsi le circolari errate e io, facendo da apripista a migliaia di genitori nella mia stessa situazione, entrai in aspettativa, erano i primi mesi del 2001, poco prima della scadenza del governo dell’Ulivo. Impegnato con mio figlio da quel momento non pensai più ai dispiaceri di lavoro, non prima però di aver fatto ricorso per l’immotivato oscuramento di Areacom ( e di tre anni di lavoro buttati via) addirittura a a Frattini ( all’epoca ministro della Funzione pubblica del secondo governo Berlusconi) allegando un cd del sito che ero riuscito a salvare e almeno un centinaio di pagine di commenti al sito provenienti da tutta Italia. Frattini scrisse al direttore generale ( e a me in copia) una lettera dove, elogiando la mia iniziativa, chiedeva spiegazioni di un simile comportamento da parte del mio datore di lavoro. Nessuna risposta. Anzi al mio rientro in istituto non fui reintegrato nel mio posto di responsabile della comunicazione ma inserito in un ruolo subalterno. Perchè il decreto istitutore delle URP ( n. 150 del 2001) prevedeva un dirigente per quel posto ed io ero soltanto un C3. Ma il decreto diceva anche che gli enti dovevano organizzare corsi appositi per chi rivestiva il ruolo di responsabile senza averne la qualifica, e l’accesso a questi corsi mi fu negato. Una causa per mobbing è un pericoloso terno al lotto per chi ha pochi mezzi e con un solo stipendio in famiglia si pensa a tirare avanti, non a dare soldi ad avvocati.

Così oggi il mio lavoro è quello di fascicolare le pratiche dei pignoramenti per conto terzi (….) e ormai non mi arrabbio più, ho smesso di combattere contro i muri di gomma. Ma se c’è una cosa che mi manda in bestia è l’accusa gratuita di fannullonismo, ancora di più se connotata politicamente. La scelleratezza del ministro Brunetta è davvero inaudita, quest’uomo sta giocando con un cerino dentro una santabarbara. Se la pubblica amministrazione si mette da un giorno all’altro a fare lo “sciopero bianco” sul tipo di Alitalia ( e vi assicuro che ad applicare alla lettera circolari e regolamenti si blocca tutto) in questo paese nel giro di un mese potrebbe non partire più una pensione, o una cartella esattoriale, una licenza commerciale, un’autorizzazione per un ricovero ospedaliero. Vogliamo davvero mettere alla prova i fannulloni comunisti ? Chieda scusa Brunetta, ma prima si dimetta ! Io intanto da domani, visto che sono di sinistra, al lavoro applicherò alla lettera il regolamento : niente di meno di quel che devo naturalmente, ma vi assicuro nemmeno niente di più. Tanto più che, seppure dovessero mai arrivare i premi meritocratici tanto strombazzati dal ministro, già si è capito a chi finiranno.


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10 settembre 2008
PD, LE ALI PER VOLARE (di Stefano OLivieri)

Oramai l’argomento sta diventando un tormentone, dalla rete internet ai giornali fino a Ballarò, che alla sua riapertura si è subito interessato al tema : Perché l’opposizione – il PD in particolare – non fa l’opposizione ? O meglio : che cosa significa fare opposizione nell’Italia di oggi, con al governo un partito che non è un partito – e pare proprio che in casa PdL l’argomento fusione sia stato derubricato – e dall’altra parte un PD che non ha fatto in tempo a nascere e si è subito scaraventato in una competizione elettorale da cui, pur non uscendo con le ossa rotte ( il 34 % è un risultato di tutto rispetto) ha oggi più di un problema nel legittimarsi davanti ai suoi stessi elettori ?

Vorrei tentare di rispondere formulando delle ipotesi, perché nessuno oggi può dirsi depositario di verità assolute : tutto è in movimento e ciò che oggi può rappresentare una certezza domani potrebbe non esserlo più. Così, se da una parte mi sento di affermare che certamente la scelta di correre da soli e forzare la scelta dei suoi elettori ha prodotto scompensi a sinistra ( al punto che oggi gli elettori ex diessini, ex rifondaroli, etc oggi nel PD, si sentono un po’ orfani di quell’antagonismo ideologico che il nuovo partito ha ripudiato per statuto ), dall’altra sono consapevole che ciò ha prodotto proprio a sinistra del PD uno sconvolgimento profondo che ha messo in salutare crisi un sistema chiuso e autoreferenziale ( progetti di fusione avversati dalle stesse segreterie politiche; no alle primarie; candidati imposti dall’alto) che già da tempo scontentava non poco gli stessi elettori dei vai Prc, Pdci, Verdi, etc.

Insomma, può sembrare un paradosso ma la separazione, all’atto della nascita, dalla sinistra antagonista ha rimescolato molto più profondamente il terreno a sinistra di quanto sia riuscita a farlo all’interno dello stesso PD e se il popolo della sinistra, una volta azzerati i suoi vertici saprà ispirarsi a un sistema di regole di delega e rappresentanza veramente democratico, assisteremo alla nascita di una nuova forza che non avrà più la pretesa di “stare da una parte sola” come scelleratamente scelse Bertinotti per opporsi al “voto utile”. Una forza con cui il PD a quel punto potrà e dovrà confrontarsi in futuro.

Ma nel frattempo vanno anche risolti i problemi all’interno del partito democratico, primo fra tutti quello di una identità ancora niente affatto chiara. Anche qui lo sforzo più grande dovranno farlo i “peones”, non certo le ex segreterie di DS e Margherita. Per questo il confronto con la gente comune, e non solo con la base di iscritti e simpatizzanti, diventa una emergenza ineludibile, in particolare perché il paese intero sta attraversando un periodo terribile. Ma occorre farlo – lo dico prima di tutto a me stesso, perché per “svegliare” il partito anch’io talvolta ho soffiato sul fuoco – con spirito positivo, ricercando e capitalizzando della attuale spaventosa crisi che attraversa il paese proprio quegli anticorpi che la crisi produce : il senso di profonda solidarietà che nasce fra gli esclusi; l’ansia di giustizia, di pulizia morale e di rinnovamento dei cittadini; il desiderio diffuso di ricominciare dal basso e senza errori la costruzione di un sistema politico e produttivo dove affari e potere siano ben distinti e separati fra di loro, e dove il popolo sia davvero sovrano nelle scelte. Gli strumenti per farlo ci sono, dalle primarie al bilancio partecipativo per esempio. Basta volerlo fare.

Il centrosinistra soffre di un gap mentale nei confronti della destra : se la destra perde le elezioni, ha perso il partito, punto. Il giorno dopo stanno già a lavorare su nuove strategie e nuovi slogan, e in una settimana – anche grazie ai potenti mezzi di cui dispongono.. – sono già ben visibili fra la gente, con le loro proposte.

Se il centrosinistra perde le elezioni, pare che abbia perso la stessa democrazia. Un muro del pianto che dura mesi, anni e nel frattempo la base elettorale si confonde, si perde, magari ci ripensa e passa dall’altra parte .

E’ vero anche che la democrazia certamente non si fabbrica, si fa professandola giornalmente nel lavoro quotidiano, nel rapporto con gli altri, perfino nel tempo libero. E la circolazione democratica delle idee è una scelta obbligata ma deve essere e rimanere una risorsa piuttosto che diventare un problema, perché deve dare al PD le ali per volare alto e individuare meglio e più in fretta i problemi della gente, così da puntare a risolverli. I due anni del governo Prodi sono sicuramente serviti a rientrare dalla procedura di infrazione europea, ma chi ha pagato il conto più caro sono state le famiglie, le stesse oggi di nuovo messe nel mirino da Berlusconi. Non si può non ripartire da questa considerazione, perché un esercito pur imponente ma senza cartucce va al massacro.

Abbia dunque Veltroni questo colpo d’ali, senza temere di dire cose magari “troppo di sinistra” perchè la crisi come sappiamo è trasversale. La sinistra se vuole si unisca e si accodi, c’è posto per tutti quando si scende in piazza. Walter cominci pure la sua campagna d’autunno dalla scuola pubblica, decapitata di risorse dalla destra che evidentemente preferisce manodopera ignorante per schiavizzarla meglio. Ma non dimentichi il lavoro, la strage di licenziamenti più o meno occulti nel privato, dove con la scusa della legge Biagi i rapporti di lavoro sono stati ridisegnati tutti a favore del padrone. E non dimentichi il mobbing nella pubblica amministrazione operato da uno spoil system berlusconiano ancora addirittura superstite del precedente governo della destra (l’Unione nel 2006 scelse di intervenire morbidamente..). La pubblica amministrazione è la macchina dello Stato, e sarà letteralmente svuotata di risorse ma dall’interno, con la falcidia di salari e stipendi ( tasso di inflazione programmata al 1,7 %; nessuna restituzione del fiscal drag da anni; effetto combinato con il decreto 112, che massacrerà ulteriormente gli stipendi pubblici) e del disegno di legge 1299 del 16 giugno 2008 che se diventerà legge darà la mazzata definitiva alle pensioni, pubbliche e private. Per inciso uno dei firmatari del ddl è Deborah Bergamini, il cavallo di Troia di Berlusconi dentro la Rai. Che fa il PD di fronte a tutto questo ? In democrazia si scende in piazza. Fra l’altro la campagna sciagurata del ministro Brunetta contro i fannulloni ha mortificato il lavoro spesso eccellente di chi come il sottoscritto nel pubblico ha lavorato una vita adoperandosi sempre per migliorare giorno dopo giorno il rapporto fra Stato e cittadini, e ha visto distrutti in poche ore rapporti che si erano consolidati attraverso anni di miglioramento.

In tutto questo il PD non è senza colpe. Qualcuno nel precedente governo dell’Unione aveva già ipotizzato quell’attacco ai contratti di categoria e ai diritti dei lavoratori che questo governo ha poi soltanto perfezionato. Qualcuno nell’Unione (e oggi nel PD) aveva annunciato l’esigenza governativa di smantellare lo stesso statuto dei lavoratori (legge 300 del 1970) ed è fin dal 1997 che nel centrosinistra si vocifera di uno “statuto dei lavori” che possa includere quell’area sempre più vasta di lavoro flessibile e marginale attualmente priva di tutele. E il sindacato è stato sempre disponibile a trattare, purchè ben inteso per allungare la coperta non si mercanteggi proprio su diritti fondamentali come contributo e paga minimi garantiti, come la stessa sicurezza sul lavoro per dirne un paio. Io ho sempre combattuto la legge Biagi non tanto per il suo contenuto, ma per la filosofia che sottintende, quella di considerare il lavoro merce e il datore di lavoro compratore. Eppure ancor oggi c’è chi stando dentro al PD la Biagi la difende oggi a spada tratta, e chi vorrebbe riconsiderare la prassi stessa dei contratti nazionali di categoria, per ridimensionarli. Se Tremonti e Brunetta hanno sponde robuste anche nel nostro partito, ebbene vorrei sapere quanto queste sponde sono consistenti e quanto possono condizionare il “fare opposizione”. Che dire infatti del silenzio assordante del PD sugli attacchi di Brunetta contro gli impiegati pubblici, se non che il partito ha scelto di schierare fra le sue file uno come il professor Ichino, a cui probabilmente Brunetta stesso si è ispirato ? Era se non sbaglio il settembre di due anni fa quando il professore fustigatore si scagliò contro gli assenteisti. Facile prendersela con gli impiegati senza ricordare contemporaneamente che uno dei primi atti del precedente governo Berlusconi fu il disegno di legge 1696 del 2001, poi convertito nella l. 145 del 2002. Manco a dirlo, scompariva grazie alle modifiche quanto di buono era stato introdotto dal precedente provvedimento dell’Unione ( il ruolo unico della dirigenza pubblica, d.l. 165 del 2001), per esempio il comma 2 dell’articolo 21 del decreto 165 che prevedeva sanzioni come l’allontanamento per due anni o addirittura il licenziamento del dirigente in caso di gravi inadempienze, veniva addirittura cassato della nuova stesura.

La CdL si costruì una dirigenza pubblica ( non ancora sostituita) a sua completa immagine e somiglianza, riconducendo sotto il controllo politico criteri e scelte di nomina. Altro che futuro, era un ritorno al passato clientelare da prima repubblica, anzi peggio. Tutta la strada percorsa da dieci anni prima, a cominciare dalla legge 241 sulla trasparenza per finire con i decreti Bassanini, spazzata via dal nuovo duce italiano. Berlusconi declamava – come fa Brunetta oggi - di voler snellire la burocrazia, parlava di sciogliere lacci e laccioli ma in realtà pensava a un nuovo immenso business, a un nuovo lucroso affare per far contenti gli amici e gli amici degli amici. Non a caso la sua legge aveva come titolo "Disposizioni per il riordino della dirigenza statale e per favorire lo scambio di esperienze e l'interazione tra pubblico e privato". E non a caso l’outsourcing partì alla grande in tutta la pubblica amministrazione, convogliando attraverso mille rivoli spesso nascosti grandi risorse verso le aziende private, molte delle quali sorte appena un attimo prima soltanto per raccogliere la manna che scendeva dal cielo. Una esemplificazione del principio di sussidiarietà fra pubblico e privato in salsa d’Arcore, cioè tu dai che io prendo senza badare tanto al capello. Tutto questo naturalmente mentre salari e stipendi di impiegati e operai segnavano il passo, mentre i top manager volavano e anzi volano tuttora, con stipendi che ancora oggi sono più di venti volte superiori alla media impiegatizia.

Ebbene vorrei che il PD si opponesse in modo non formale a questo scriteriato attacco agli impiegati pubblici, e che disvelasse il piano eversivo di Berlusconi che ha certo tutto da guadagnare con lo sgretolamento, ad esempio, della previdenza pubblica. Come vorrei che il PD si ponesse decisamente dalla parte di chi nel sindacato non intende arretrare di un millimetro sulla dignità e sulla sicurezza degli operai, visto e considerato che le morti bianche ( che poi bianche non sono mai, provatevi a guardare il corpo di un disgraziato finito sotto una putrella da 500 Kg) aumentano e governo e Confindustria hanno intenzione di sabotare anche la legge sulla sicurezza dei cantieri. Nel PD ci sono più correnti di pensiero ? Ebbene è ora di sapere da che parte sta il partito, perché se scendo in piazza voglio sapere chi mi sta accanto. E se è qualcuno che sotto sotto pensa che la macelleria sociale di questo governo semplificherà le cose, se pensa che è meglio far fare alla PDL il lavoro sporco per poi subentrare più facilmente come salvatori della patria in un paese normalizzato, ebbene questo qualcuno vorrei che il PD lo prendesse per le orecchie e lo buttasse fuori, fosse anche un ex segretario di partito. Di generali ce ne sono fin troppi, è all’esercito che si deve guardare in battaglia.

Si potrebbe certo anche semplicemente aspettare che i frutti malati di questo governo cadano da soli. Ma non si può, non si deve attendere oltre : la ferita profonda fra le due Italie – quelli che stanno troppo bene e quelli che stanno troppo male – potrebbe diventare ancora più profonda e pericolosa per la stabilità democratica e Berlusconi non aspetta altro che un pretesto per trasformarsi in duce. Basta dialogo dunque, se non per consegnare un ultimatum.

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