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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
ECONOMIA
21 ottobre 2008
350 MILIONI DI POVERI ( di Stefano Olivieri)
 

210 milioni di disoccupati nel 2009, a cui aggiungere 40 milioni di “poor workwers”, i lavoratori poveri che rischiano la completa marginalità con meno di un dollaro al giorno, e alla stessa data altri 100 milioni che stentano a vivere con due dollari al giorno di paga. Sono i dati freschi della Organizzazione internazionale del Lavoro - l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa di promuovere la giustizia sociale e i diritti umani riguardanti il lavoro.

Un vero esercito della disperazione da una sponda all’altra dell’atlantico, poco meno di mezzo miliardo di persone che si muoverà nell’evoluto occidente come una mina vagante. 340 milioni di individui non sono noccioline, non possono più essere soltanto numeri da costringere in una fredda statistica. Sono persone, titolari di diritti, depositari di esperienze e culture di cui tutti dovremo saperci giovare, perché in questi casi non è solo opportuno ma straordinariamente necessario trasformare i problemi in opportunità di crescita. Se tutti sono appesi ancora con gli occhi per aria a guardare i tabelloni della borsa, ci deve essere a questo punto già chi si dovrebbe mettere al lavoro per riscrivere – o per meglio dire scrivere, perché il guaio è stato proprio questo, la deregulation – le regole a cui incatenare i soggetti che hanno trasformato l’economia in cinica finanza creativa. Ma devono essere regole vere, intransigenti, e chiare. Capaci di riavviare il mercato verso più saggi scenari, dove torni ad essere prevalente il core business di una impresa e non le scommesse azzardate che il mercato fa su di essa.

Bush e Sarkozy hanno concordato una data, novembre prossimo, entro cui convocare un vertice internazionale per discutere di questa emergenza planetaria. Al vertice verosimilmente parteciperà il successore di George Bush, forse quell’Obama che proprio l’altro ieri ha scaldato i cuori dei suoi fans rinnovando l’impegno per uno stato americano più vicino ai suoi cittadini più deboli, quelli che si lasciano morire privi di cure soltanto perché non possono pagarsi l’assicurazione.

Il mondo intero è a un bivio. Tornare ad aver fiducia di una borsa libera e deregolamentata, curando soltanto le banche malmesse e sperando che passi la brutta nottata ( e sarà bella lunga per i 350 milioni di poveri…) oppure prendere subito il toro per le corna e ammansirlo, addomesticarlo definitivamente. Perché non può essere più possibile, perché non è etico e nemmeno conveniente che il liberismo sfrenato trovi improvvisamente una vacca da mungere negli stati nazionali e poi, appena la sete è passata, torni a dare incornate a destra e a manca. Basta, la ricreazione è finita. Un modo nuovo, un mondo nuovo deve nascere, in cui ad ogni cosa corrisponda un prezzo soltanto se la cosa esiste davvero, e se è davvero utile alla comunità. E’ ora che si cominci a parlare non solo di economia ma anche di bilanci partecipativi, di come insomma il popolo – di cittadini elettori, ma poi anche consumatori, risparmiatori, in qualche modo sempre azionisti del mercato globale – possa tornare a contare davvero visto che ha dovuto e dovrà chissà per quanti anni sopportare il peso di questa crisi che si profila anche più dura di quella del 1929.

E’ ora di non credere più alla befana ma soltanto alla forza delle nostre braccia e del nostro ingegno. Nella vita, nel lavoro quotidiano e perfino nella politica. 350 milioni di poveri da domani avranno un deserto da attraversare insieme alle loro famiglie e chi si occupa di interessi diffusi – le associazioni, i partiti, i sindacati, dovrei aggiungere anche gli Stati sovrani se non fosse pleonastico – dovrà dare loro una mano davvero, non una social card come si fa in Italia. Fra l’altro il nostro governo ha stabilito una cifra vergognosamente bassa – lo 0,09 del pil – per gli aiuti ai paesi poveri, gli sessi da cui arrivano giornalmente le barche dei disperati che poi con molta fatica e denaro dobbiamo comunque accogliere. Per questo oggi, alla luce di questa crisi, Berlusconi risulta improvvisamente ancora più datato e inadeguato di quanto non lo fosse già prima. Non abbiamo più bisogno di un premier che si rifugia nei centri benessere mentre il maremoto finanziario investe le famiglie italiane. Che si faccia un suo club esclusivo e lo diriga come vuole, ma lasci in pace il paese. E’ questo è anche il messaggio che di questa crisi si dovrà dare il prossimo 25 ottobre, in piazza. Cambiare subito rotta cambiando il governo.

Stefano Olivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/

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