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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
12 febbraio 2011
DOMANI 13 FEBBRAIO IN PIAZZA, PER RIMANERCI ( di Stefano Olivieri)

C’è stato ieri il confronto fra Napolitano e Berlusconi. Un’ora, che sembra poco ma non lo è, perché la questione era arcinota ad ambedue. Evitare di far precipitare le istituzioni dello Stato in una rissa è in cima ai pensieri del Presidente della Repubblica, per Berlusconi invece è esattamente il contrario, l’ultima spiaggia che gli resta per salvarsi. I due si sono lasciati così, immutati nei loro convincimenti e questo è già un segnale di pericolo vistosissimo per la nostra democrazia. Il premier ha intenzione di imporre la sua riforma sulla giustizia per imbavagliare i giudici di Milano, Napolitano lo ha stoppato dicendo che il processo giusto è già garantito dalla Costituzione. Appare difficile che non esploda a breve un conflitto istituzionale senza precedenti e per questo diventa necessario, indispensabile far capire al presidente del Consiglio che la maggioranza del popolo italiano non ha nessuna intenzione di seguirlo in questa avventura solitaria. Occorre rispondere, e se Berlusconi è padrone dei media, ogni cittadino deve diventare medium di se stesso e unirsi agli altri fino a formare una diga, possente e insormontabile anche per lo strapotere di Rai-set. A questo punto è davvero in gioco la democrazia.
 
Domani scenderanno in piazza le donne. Vorrei che non fosse così, vorrei che scendessimo – e anzi dovremo farlo – in piazza tutti, per davvero. E una volta in piazza, nelle milleuna piazze italiane, decidere alla svelta come organizzarci per rimanerci, in piazza. Con tende, sacchi a pelo, cucine da campo e quant’altro, perché questa è la battaglia campale, chi la vincerà deciderà il futuro di questo paese. Non penso all’Egitto di Mubarak che in 18 giorni ha spezzato un regime trentennale, penso piuttosto a un paese europeo di cui da almeno 15 anni si è impossessata una cricca di malfattori, guidata da un puttaniere. Non deve continuare così, l’Italia non è soltanto un paese perbene, è prima di tutto un paese democratico.
 
Così domani si va in piazza, ma per rimanerci. A lungo se necessario. Se loro suoneranno le loro trombe, noi risponderemo con le campane dei nostri campanili, dalle metropoli ai borghi più sperduti, perché bisogna fare in fretta, bisogna far sentire il nostro appoggio incondizionato, il nostro abbraccio sincero al presidente Napolitano. Che non può, non deve restare da solo a fronteggiare gli attacchi del piduista. Italia svegliati e corri, butta fuori i mercanti dal tempio della democrazia. I partiti dell’opposizione devono sapere che è questo il momento, non altri, per agire in difesa delle istituzioni democratiche e repubblicane. Resistenza, Resistenza, Resistenza !
 
Stefano Olivieri
POLITICA
20 dicembre 2010
SENATORI, FERMATE QUEL DECRETO (di Stefano Olivieri)
 

Il senato della Repubblica italiana è chiamato mercoledì 22 dicembre ad approvare il disegno di legge Gelmini su scuola, università e ricerca. Su questo decreto, che ha mobilitato da mesi in tante manifestazioni gli studenti medi e universitari in giro per l’Italia, si sta addensando ora dopo ora una grande apprensione dopo i fatti accaduti il 14 dicembre. Media televisivi e quotidiani sono stati sempre pronti a cogliere la drammatizzazione degli eventi, il gossip, l’interpretazione che del malessere giovanile di volta in volta ha dato la politica di governo e di opposizione; assai meno, purtroppo, è stata offerta agli stessi giovani, se si escludono le battute rubate qua e là durante i cortei, l’opportunità di descrivere e descriversi nello scenario futuro della riforma Gelmini. Delle loro ansie, dei loro progetti, di quali e quanti errori secondo il loro punto di vista sia intessuto il disegno di legge in esame al Senato, di quali aspettative nutrano in ragione dell’attuale scenario, di tutto questo alla stragrande maggioranza dei senatori chiamati a votare il provvedimento non è stata offerta informazione sufficiente.

Questo perché nel nostro paese, pur basato sul principio della democrazia rappresentativa parlamentare, da un po’ di anni vige una idea distorta di democrazia, in base alla quale chi vince le elezioni ( o sopravvive alle richieste di sfiducia parlamentare, come è accaduto di recente) è libero di infischiarsene di chiunque, in parlamento o nel paese, non sia d’accordo con le decisioni dell’esecutivo. Per tale motivo la maggioranza di centrodestra è andata finora avanti, fin quando la supremazia dei numeri lo ha consentito, utilizzando il voto di fiducia e riducendo il dibattito parlamentare a una asettica registrazione notarile della volontà dell’esecutivo. Quando poi i numeri sono cambiati con la nascita di FLI il governo ha iniziato ad andare sotto nelle votazioni e quindi ha interrotto le stesse, con un atto totalmente eversivo e tuttavia tollerato dallo stesso Quirinale, per il tempo necessario a riassestare gli equilibri di forza con metodi la cui poca chiarezza e trasparenza ha portato grande imbarazzo fra gli stessi elettori del PDL.

Questo gap di democrazia sta producendo una crescita esponenziale dell’inquietudine sociale, in particolare fra i cittadini meno garantiti dalla crisi : i giovani appunto, studenti e non studenti; i lavoratori disoccupati, le donne. Mille piccoli fuochi che possono divampare all’improvviso in un grande incendio che farebbe cenere del nostro paese, spazzando via vincitori e vinti allo stesso modo. Chiunque pensi di poter spegnere con la forza – e da oggi segnali in tale direzione sono già arrivati da rappresentanti del governo - la rabbia giovanile che poi è quella di tutto un paese in grave sofferenza, sta giocando con un cerino acceso dentro una santabarbara. Perché l’incendio divamperà dalla scuola alle fabbriche, alle periferie metropolitane disagiate, all’intero paese.

Per questo chiedo ai senatori, alla politica, a tutti coloro che possono farlo : fermate quel disegno di legge, prendete una pausa di riflessione, trovate le forme per ristabilire un dialogo con la nostra gioventù o l’intero paese andrà in fiamme. La polizia in piazza può e deve gestire la sicurezza e l’ordine pubblico, non può, come ha dichiarato lo stesso Manganelli, capo della polizia, fare azione di supplenza di un governo che vuole sempre vincere senza convincere. Senatori fermatevi finchè siete in tempo, ascoltate Manganelli, ascoltate Napolitano, per carità. E intanto spegnete quel cerino .

Stefano Olivieri

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2 novembre 2010
NON PIU' CAVALIERE. NAPOLITANO REVOCHI LA CARICA A BERLUSCONI (di Stefano Olivieri)

 
Lo ha fatto con Tanzi, il patron di Parmalat, lo può e anzi lo deve fare con Berlusconi, il presidente del consiglio più indegno che l'Italia repubblicana abbia mai conosciuto.

Anche per marcare ancora maggiore distanza fra quest'uomo e il colle Quirinale, che per il "cavaliere" Berlusconi rappresenta sopratutto la salvezza dai giudici.

Il Presidente Napolitano si faccia interprete dello stato di disagio che attraversa tutto il paese e compia questo passo che, pur simbolico, avrebbe il suo peso. E poi non è possibile continuare a chiamare "cavaliere del lavoro" uno così, un presidente del consiglio che si fa dettare l'agenda dal suo pistolino, mettendo in pericolo un intero paese.

Scriviamo a Napolitano, sollecitiamo i partiti d'opposizione e strappiamogli intanto questa immeritata onorificenza, di cui quest'uomo si fregia fin dal 1977, quando era un semplice imprenditore. E' una battaglia di civiltà.

Stefano Olivieri
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SOCIETA'
23 ottobre 2010
DUE MESI A NATALE ( di Stefano Olivieri)
 

In altri tempi, millenni fa, la data del ventitrè di ottobre coincideva con i primi allestimenti natalizi. Operai si affaccendavano sulle scale per le strade tirando da un lato all’altro i festoni, nei negozi i vetrinisti decoravano con drappi verde bosco, nastri rossi e stelline dorate la merce. Nelle drogherie in prima fila i canestri ripieni di ogni bendidio, torroni, panettoni e datteri immersi in un mare di noccioline lucide. Le chiese tenevano le porte aperte nel pomeriggio, e ci si entrava dentro anche solo per curiosità, per sfuggire alla calca degli acquisti, scoprendo quanto fosse piacevole quella pace odorosa di incenso, quelle luci tenui con il coro delle beghine che giù in fondo, proprio davanti all’altare, recitavano il rosario. In casa ci si preparava alle feste programmando le ferie natalizie, pulendo tappeti e tende, riprendendo i contatti con amici e parenti, facendo la lista dei regali natalizi.

Mi chiedo se sia la particolare contingenza di una crisi cinica e cattiva ad aver spazzato via tutto questo, e se non sia per caso in atto un mutamento profondo nell’uomo stesso. Non mi si fraintenda, non parlo del Natale come festa religiosa perché io per primo, da agnostico profondo, non possiedo gli strumenti culturali per fare un discorso del genere. Mi riferisco piuttosto a quel momento di intimità profonda di una comunità, che in occasione del Natale fino a pochi anni orsono riusciva a trascurare le ambasce della routine quotidiana per dedicarsi agli affetti, alle amicizie, ai rapporti con la gente. Tutto questo non c’è più, secondo me non solo per la crisi, e non è soltanto il Natale a risentirne.

Il nostro paese è oggi profondamente segnato da una nuova lotta di classe, che tende sempre più a dividere da Nord a sud tutta l’Italia. Una lotta assolutamente non ideologica, bensì intessuta di un materialismo profondo. La gente non si incontra più, non dialoga, piuttosto si riconosce e si assortisce prendendo come parametro il denaro posseduto. Si apre il portafoglio e lo si esibisce, circondandosi di quei beni voluttuari e costosissimi che sono gli unici a non aver conosciuto flessioni nelle vendite. Dopo aver apparecchiato il presepe personale si attendono gli ospiti, che non tarderanno ad arrivare. Ma potranno visitare il presepe soltanto quelli che riusciranno a dimostrare di essere “pari”, nel portafoglio s’intende. A tutti gli altri sarà lasciata soltanto l’opportunità di guardare dal di fuori, come quelli che pagano al Billionaire di Briatore e della Santanchè il biglietto per guardare dall’alto della piccionaia il parterre delle feste dei vip. Il denaro divide la gente, distrugge i rapporti, consolida le corporazioni, avvilisce la solidarietà e l’amicizia, seppellisce lo scambio e l'arricchimento culturale.

Un po’ prima di Natale, quest’anno, c’è un’altra data, non propriamente liturgica. Il 14 dicembre la Consulta potrebbe togliere lo scudo all’intoccabile, se nel frattempo non se ne sarà costruito un altro. Ebbene, tutta l’atmosfera prenatalizia degli italiani se ne è andata a farsi benedire a causa della personalissima e niente affatto religiosa via crucis del premier. Perché non solo costringe tutto il Parlamento ad occuparsi di lui soltanto, ma offende e mortifica un intero paese che attende da lui soluzioni importanti e definitive per una crisi sociale ed economica che ha ormai impoverito più dei due terzi delle famiglie. Oggi sfida apertamente perfino il Quirinale, chiamando Napolitano a garante dell’ennesima furbata, quella che dovrebbe aprire al premier più indagato della nostra storia repubblicana le porte del Colle, alla fine di questa legislatura. Ma Napolitano per fortuna ha già risposto con un secco NO.

Per questo oggi, con due mesi di anticipo, penso già a fare gli auguri di Natale. Perché potrebbe essere davvero un buon, anzi un ottimo Natale per l’Italia se sapremo sopravvivere alla prossima scossa senza mandare in frantumi la nostra democrazia.

Stefano Olivieri

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permalink | inviato da Stefano51 il 23/10/2010 alle 13:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
23 luglio 2010
Dopo la strigliata di Napolitano ( di Stefano Olivieri)
8 luglio 2010
IL LODO CECCANTI ( di Stefano Olivieri)
 

Intendo esprimere il mio parere su questa storia. Ceccanti ( e Casson) presentano un emendamento all’ultima versione del lodo Alfano proponendo anche per il Presidente della Repubblica le stesse prerogative di impunibilità previste per il Presidente del Consiglio.

Come è noto la notizia viene riportata prima dal Fatto quotidiano e poi dal Giornale di Feltri, ovviamente con argomentazioni diverse, che tuttavia convergono nel canalizzare l’attenzione della pubblica opinione sulla ricerca del motivo che avrebbe spinto il PD a presentare l’emendamento.

Perché la cosa può essere letta in due modi, diametralmente opposti :

  1. ipotesi “inciucio”. Si vuole scudare il Quirinale per favorire il transito di Berlusconi al Colle (che sarebbe scudato così per altri sette anni a partire dal 2013 : tornerebbe punibile alla veneranda età di 84 anni, che non prevede la reclusione) e la nascita di un governo istituzionale;

  1. ipotesi “lotta di titani”. Si vuole scudare Napolitano per consentirgli di ingaggiare con Berlusconi uno scontro istituzionale ad armi pari e all’ultimo sangue, con la speranza che l’attuale premier venga sconfitto e abbandoni il campo senza condizioni.

Trovo ambedue le ipotesi suggestive e degne di interesse, giornalisticamente parlando. Naturalmente i ricami diffamatori del Giornale di Feltri sono altra cosa e non hanno bisogno di commento. Dal punto di vista politico non posso però che propendere verso la seconda ipotesi, anche perché nel frattempo Berlusconi e i suoi stanno lavorando ai fianchi altre istituzioni dello Stato come la Consulta e la Magistratura nel suo insieme.

Riporto qui a questo proposito lo stralcio di un articolo (dal titolo “Cavilli scambiati per cavalli” ) pubblicato sulla Stampa a firma del costituzionalista Michele Ainis :

“…Pesano piuttosto riforme di sistema che scassano il sistema, perché non si curano affatto delle geometrie costituzionali. Ceccanti sarà forse stato ingenuo sul piano politico (tant’è che ha dovuto ritirare il proprio emendamento), ma da costituzionalista aveva tutte le ragioni. Quando i nostri padri fondatori scrissero l’art. 90 - che esige la maggioranza assoluta per porre in stato d’accusa il Presidente, nei casi di alto tradimento e d’attentato alla Costituzione - avevano negli occhi il proporzionale con cui fu eletta l’Assemblea Costituente. Con il maggioritario avrebbero scritto come minimo due terzi, per garantire il consenso dell’opposizione. E allora come si fa a contentarsi della maggioranza semplice per i delitti extrafunzionali, oltretutto in un sistema come questo, dove i parlamentari sono altrettanti soldatini?

C’è però un’osservazione che rende superfluo l’emendamento di Stefano Ceccanti, e forse pure il lodo Alfano. Il Presidente già da oggi è improcessabile per i reati comuni: se i costituenti non hanno messo nero su bianco questa immunità, è solo perché sarebbe suonata «irriguardosa» verso il Capo dello Stato. Chi l’ha detto? Costantino Mortati, e dopo di lui molti altri maestri di diritto. Gioca qui infatti l’eredità dello Statuto Albertino, che proclamava «sacra e inviolabile» la persona del Re. Gioca un motivo sistematico, perché non si può negare alla suprema istituzione la tutela che la Carta offre persino ai deputati. E gioca infine un argomento logico: come mai farebbe il Presidente a promulgare leggi o ricevere ambasciatori dentro una cella di Regina Coeli? “

Una cosa è certa : se la lotta si fa dura dobbiamo prepararci tutti. E se viene messa a repentaglio la democrazia nel nostro paese, la prima istituzione messa nel mirino è certamente la Presidenza della Repubblica. Noi da che parte stiamo ? Questa vicenda non può cadere nell’oblìo del banale ritiro di un emendamento, perché non si può accusare il governo di galleggiare sulla crisi se poi non si spiegano per bene certe cose. Se serve un Presidente della Repubblica superblindato vuol dire che è ora di fare anche i comitati di liberazione nazionali. Io sono pronto, non ho problemi, ma questa domanda ce la dobbiamo fare tutti, e subito. E l'opposizione parlamentare non può nicchiare sul problema.

Stefano Olivieri
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permalink | inviato da Stefano51 il 8/7/2010 alle 10:24 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
18 marzo 2010
TU VUOI FA' NAPOLITANO... ( di Stefano Olivieri)
 

Lettera aperta al presidente del consiglio italiano.

Scusi signor presidente del consiglio, una domanda semplice semplice : ma lei ci fa o ci è veramente ? No, perché se ci fa, allora il suo è un gioco d’avanspettacolo – ricorda le solite macchiette del cretino con la spalla ?.. – che non si addice certo a un presidente del consiglio e meno che mai al presidente della repubblica.

Il presidente Napolitano ha ben spiegato a tutti il suo pensiero sulla vicenda dell'inchiesta di Trani e della visita degli ispettori di Alfano. Ha chiarito con semplici parole, comprese da tutti, le prerogative del CSM, che può avviare tranquillamente indagini sull'operato degli ispettori una volta che questi avranno terminato l'ispezione, e ha ribadito le prerogative del ministro della giustizia, che ha piena libertà di verificare, senza intralciarle nè rallentarle, le indagini in corso a Trani.

Lei, signor presidente del consiglio, ieri sera ha ringraziato in tv il presidente della Repubblica (mandandogli di traverso la cena ufficiale in Sira), dicendo in sostanza che Napolitano ha sconfessato il CSM.

Se dunque Napolitano dice bianco e lei va in tv a ringraziarlo perché ha detto nero, oltre a non far ridere nessuno – ma non ridevamo neanche prima, e anzi, visto che siamo sull’argomento : smetta di raccontare barze che non fa per lei – oltre dunque a non farci ridere rende ancora più evidente il contrasto, il muro contro muro, possiamo tranquillamente dire lo scontro aperto che ormai esiste fra la presidenza del consiglio e la presidenza della Repubblica italiana. Uno scontro che non porterà bene a nessuno, a meno che lei non pensi di estenderlo alla piazza, a quella piazza dove dopodomani proprio lei, signor presidente del consiglio, dovrebbe invitare all’amore universale.

Se lei pensa questo, se ha davvero in mente di fomentare moti di piazza fino a uno scontro frontale fra napolitaliani e berluscornetti, vuol dire che è valida a questo punto la seconda ipotesi. Lei non ci fa signor presidente del consiglio, lei a questo punto ci è, totalmente, fuori di testa. Si faccia vedere da un buon medico, segua il consiglio di sua moglie e dia le dimissioni. Se tocca Napolitano agli italiani avrà un’amara sorpresa, e non potrà più sperare di aspettare tranquillo e fino alla fine naturale di questa legislatura che si compia per lei l’età dell’impunibilità. Li compia pure all’estero i suoi 75 anni, vedrà che nessuno verrà a disturbarla. E si porti dietro, per favore, i suoi paladini della libertà, se ne troverà ancora qualcuno un istante dopo che avrà dato le dimissioni.

Grazie da tutta l’Italia

Stefano Olivieri 
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permalink | inviato da Stefano51 il 18/3/2010 alle 8:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
19 gennaio 2010
Con tutto il rispetto, Presidente Napolitano
 

...Craxi non mi pare debba stare in cima all'agenda delle emergenze del paese. Riconosco che il problema esiste, che accanto alle ombre ci sono le luci di un uomo che sicuramente non è passato inosservato, e che senza dubbio in un altro momento, sopratutto con un premier diverso da Berlusconi, che a Craxi deve molto se oggi è presidente del consiglio, in un altra situazione dunque le Sue parole, egregio Presidente della Repubblica, sarebbero state apprezzate, ma quel che più conta, approfondite nel senso da Lei desiderato, quello di un giudizio non ideologico, ammesso che oggi l'ideologia ci sia ancora, a destra come a sinistra.

Io credo che l'Italia con i suoi immensi malanni dovrebbe catalizzare tutta l'attenzione delle istituzioni, di quelle istituzioni che per definizione dovrebbero essere super partes, a cominciare dal governo. Che Berlusconi sia concentrato sui suoi problemi giudiziari pazienza, ma che la Presidenza della Repubblica si occupi di Craxi mentre il paese va a pezzi, sulle prime può apparire strano. Perchè  parlare di Craxi oggi non può che dividere signor Presidente, ed apprezzo il suo coraggio, la sua terzietà, ma ho la netta sensazione che di questo suo messaggio non passerà l'aspetto che a lei preme. 

Però ci ho riflettuto e sono giunto alla conclusione che ha fatto bene, tutto sommato. Perchè un presidente della Repubblica non può tirarsi indietro quando assiste a certe fiction, e le sue parole, per quanto possano venire manipolate, restano. Il governo non potrà non prenderne atto, in primis il premier che ha rimarcato non molto tempo fa il fatto che gli ultimi presidenti della Repubblica siano tutti venuti dalla stessa parte politica, quella che lui sprezzantemente definisce sinistra. Ha fatto bene signor Presidente, perchè quando fra breve verranno a bussare alla sua porta per farle firmare quelle porcherie che hanno appena infornato in parlamento, potrà con tranquillità decidere anche di non firmare, avendo appena dimostrato con la sua presa di posizione su Craxi quanto sia al di sopra delle parti il Presidente della Repubblica.

Grazie, signor Presidente.


Stefano Olivieri
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11 ottobre 2009
Una settimana in Calabria ( di Stefano Olivieri)



Da una settimana all’altra in Italia può cambiare il mondo. Approfittando dei prezzi stracciatissimi dopo il diluvio universale che ha battuto il meridione, mi sono concesso il lusso di scendere in Calabria ( jonio, Caminia) per cinque giorni di pesca, e mentre ero in riva al mare con la canna in mano a Roma è successo di tutto. Il lodo Alfano respinto dalla Consulta, Napolitano che diventa comunista, Obama nobel per la pace, e chissà come ci sono rimasti male quelli del comitato “Silvioperilnobel”, che avevano peso un sacco di soldi in gadgets, organizzazione, sede sociale, etc. Poi Bossi che annuncia che l’esercito padano è sempre pronto ( ???), perfino la Gelmini commissariata per aver ricacciato in fondo alla classifica dei professori precari quelli a punteggio più alto, che casualmente sono quasi tutti meridionali. I maligni dicono che lo abbia fatto su pressione di Bossi ( che spera forse che un settentrionale gli promuova finalmente il figlio), chissà se per i professori terroni ci sarà una deroga alla mobilità forzata prevista dalle nuove regole di casa Brunetta. Che finalmente dopo tanto bastone sorride e mostra la carota ai dipendenti pubblici, premi e promozioni per i meritevoli, inferno e licenziamento per i fannulloni. Fatto sta che a conti fatti ci rimettono comunque tutti perché i tagli effettuati con la legge 133 restano e pesano soprattutto sulla pensione, per chi ci è vicino. Quanto ai premi, se ad assegnarli sarà Brunetta – quello del culturame per intenderci – ho proprio la sensazione che andranno agli amici e agli amici degli amici. Ma l’effetto annuncio ci sta tutto e di questi tempi è quanto basta.

Con l’aumento della tensione politica, il linguaggio si è ancora di più involgarito, semmai era possibile. Un presidente del consiglio che fa outing – “ io sono di destra” – per avvalorare il suo attacco al presidente Napolitano, che gli ha fatto lo sgarbo di non telefonare alla Consulta per far passare il lodo Alfano. Un presidente del consiglio ed un governo che, qualsiasi cosa facciano, dalla consegna delle case ai terremotati ( a proposito, ora c’è anche Messina : ma non è che Berlusconi porta sfiga sul serio?...) alla legge antifannulloni, marcano la loro distanza dalla sinistra. Che poi non si sa più bene dove stia purtroppo in Italia, se in parlamento o altrove, perché con tutti gli strappi alla Costituzione consumati nelle ultime ore ci sarebbe da scendere immediatamente in piazza con i forconi, e invece niente.

Io comunque mi sono rilassato e ho anche pescato. Purtroppo soltanto dalla riva perché la barca di Nicola, il mio amico calabrese, se l’era presa il mare tre giorni prima che io arrivassi. Con Nicola ho chiacchierato tra una marmora e l’altra, mi ha raccontato le sue preoccupazioni e mi ha fatto riflettere. Lui fa il meccanico da una vita, 40 anni di lavoro, ora ha da tempo una officina tutta sua che gestisce con i tre figli maschi ( ne ha in tutto sei, pochi giorni fa gli si è sposata la seconda femmina e la prima ha partorito un bel bambino). E’ un gran lavoratore e la sua officina la conoscono tutti nel circondario, ora vorrebbe aprire una succursale in un paese vicino e gli servirebbe un prestito di 15mila euro dalla banca per elettrificare i locali. Ma la banca nicchia, dice che non ci sono garanzie sufficienti. Ma come, penso, trovate in Calabria uno che lavora da quarantanni e mette sempre in regola i suoi dipendenti, uno che ha messo su una famiglia numerosa e ha  sistemato i figli, che vuole adesso ingrandirsi per offrire ai figli opportunità di lavoro e di guadagno, e voi gli negate un prestito ? Ma allora a chi li prestate i soldi, alla mafia ? Pensare che con Nicola se parlo di politica ci litigo pure, perché lui è berlusconiano.

I pesci me li sono mangiati ieri sera, perché durante il viaggio di ritorno, a caua di una lunga coda in autostrada causa incidente, mi si erano scongelati tutti. Domani rientro al lavoro e troverò le nuove regole di casa Brunetta, ma non sono granchè preoccupato perché il mio lavoro lo faccio a prescindere da chi sia il ministro della funzione pubblica. Domani è un altro giorno, speriamo che prima o poi gli italiani scelgano un presidente che si dichiari – e si comporti – come presidente di tutti.

Stefano Olivieri
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SOCIETA'
1 gennaio 2009
Caro Napolitano, ma questa non è l’Italia del dopoguerra (di Stefano Olivieri)
Il presidente della repubblica nel suo discorso di fine anno ha invitato tutto il paese alla solidarietà in questo momento di crisi. Come si può non essere d’accordo con lui ? Purtroppo ha omesso di dire – e mai avrebbe potuto a onor del vero, per la doverosa equidistanza che deve rispettare per la carica che ricopre – che questa di oggi non è per niente la stessa Italia del dopoguerra.

Ho così ripescato un mio articolo di qualche anno fa, che voglio oggi riproporre perché riguarda questo argomento. Lo scrissi, manco a dirlo, durante un precedente governo Berlusconi, ma è drammaticamente attuale oggi più di ieri. Il suo titolo è appunto “Come eravamo”. Ve lo regalo con tanto di foto allegate, la prima estratta dall’album di famiglia, con mia madre e mio padre il giorno del loro matrimonio. Eccolo :

COME ERAVAMO

Mia madre è la tredicesima figlia di una patriarcale famiglia calabrese. Lungro, Il suo paese d’origine, di lingua albanese e seminascosto alle falde del monte Pollino, negli anni 50 corse il rischio di svuotarsi, perché la miniera di salgemma (risalente ai tempi di Plinio il Vecchio) non ce la faceva da sola a dare lavoro. E anche in casa sua, una delle famiglie più rispettabili del paese, ci furono partenze e separazioni : di tredici figli qualcuno morì giovanissimo, altri presero la strada della dell’America, soprattutto quella del sud come Argentina, Brasile e Uruguay, dove la richiesta di manodopera non specializzata era più forte. Dieci, quindici anni più tardi, sarebbe toccato alla Svizzera e alla Germania ricevere frotte di nuovi disperati italiani.

In famiglia, con la campagna e gli animali, durante la guerra non si era mai conosciuta la fame delle grandi città metropolitane. In paese c’era stata sempre un po’ di farina per fare il pane, polli e maiali che davano carne per la domenica. Addirittura mia madre mi raccontava come talvolta, a scuola, avesse scambiato il suo panino con la soppressata con la compagna di banco, che le dava in cambio pane e mortadella. La mortadella comprata dal salumiere aveva un sapore nuovo, moderno, a mangiarla sembrava di stare in città, una città ancora mai vista. Come tante ragazze dell’epoca, anche lei conobbe mio padre da soldato. Lui era di Rimini ma abitava a Roma, la sua compagnia durante la guerra era di stanza a Cosenza. Si sposarono a casa, in paese, con il rito greco ortodosso, e al ricevimento in giardino partecipò tutto il vicinato. Poi vennero a Roma, liberata da pochissimo ma ancora con gravissimi problemi di approvvigionamento. Così mia madre, che non aveva conosciuto la fame durante la guerra, la conobbe in tempo di pace. Le tessere annonarie distribuite dal Comune davano diritto a poco più di una ciriola a testa e lei rinunciava di nascosto alla sua parte per dare a mio padre un pranzo più consistente da portare al lavoro. Perché, rischiando molto, era riuscita a nascondere, quando era venuta a Roma, un sacchetto di farina dentro un materassino in fondo al baule dei vestiti, e la dogana non se ne era accorta. Così ogni tanto faceva il pane in casa, per mangiarlo o scambiarlo con qualche altra cosa, come una pezza di cotone o di flanella per fare i pannolini a mia sorella, appena nata. La borsa nera era florida ma carissima, bisognava accontentarsi. Alla fila per comprare le patate, quando era il tuo turno spesso erano già finite. Ogni tanto, quando era da sola in casa, si lasciava prendere dallo sconforto, ripensava al paese e a casa sua, dove non aveva mai patito la fame e la solitudine, poi si faceva coraggio e tornava a sorridere : il peggio era passato, e dunque non poteva che andar meglio. Ci si è dimenticati troppo in fretta di questa Italia. Dei cappotti rivoltati due o tre volte, della borsa nera, della fame. Oggi i vestiti smessi finiscono nei cassonetti, allora si passavano ai fratelli più piccoli, le famiglie erano sempre numerose. E quando diventavano stracci, come stracci venivano ancora utilizzati, fino all’ultima fibra.

Non è il denaro a fare la dignità o il decoro. Con il denaro si può comprare l’invidia o la paura, mai l’amicizia e la solidarietà umana. Oggi ti chiedono non chi sei o che cosa fai, ma quanto guadagni, e ti misurano all’istante. C’è tutta una scala di valori, da ricostruire, da recuperare dal nostro passato dietro l’angolo. C’è un Italia oggi che scivola, lentamente ma inesorabilmente, verso un disagio non molto distante da quello del dopoguerra. Di fronte ai nuovi poveri il governo tace, e anzi si compiace di aver contenuto il deficit statale entro 38 miliardi di euro. I ricchi di oggi applaudono, perché molti di loro in questo buco ci hanno inzuppato il pane, qualcuno di loro di fronte al disagio mette mano al portafogli ma è elemosina, mai solidarietà. Questo è l’insegnamento odierno del liberismo, che vuol trasformare lo stato sociale in un recinto di bisognosi.

Allora però era tutto il paese ad essere disagiato e ci si aiutava l’un l’altro, oggi c’è una voragine fra chi tende la mano e chi, quella mano, non la vuole vedere. Impariamo questo, ricordiamo questo, quando pensiamo al nostro futuro prossimo. Se riusciamo ad agguantare quella mano, avremo vinto la nostra battaglia contro l’egoismo e potremo ritirare su il paese.

Stefano Olivieri
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