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SOCIETA'
2 luglio 2009
Il giudice Mazzella, la cena e il libro ( di Stefano Olivieri)
 Riprendo una ADNKRONOS del 22 maggio scorso :

Roma, 22 mag. - Una serie di riflessioni sull'Italia, frutto di una ''conversazione tra amici''. Al centro il valore delle Istituzioni per il mantenimento dell'identita' e dell'unita' del Paese. Le riflessioni sono contenute nel libro scritto da Luigi Mazzella, giurista e politico, ''Casta?Italia. Il diario al tempo del grido: Delenda Res Publica!'' (Avagliano, edizione fuori commercio, pp. 270). Mazzella ne parlera', martedi' 26 maggio, alle 18,30, presso il circolo Antico Tiro a Volo di Roma, alla presenza di Ettore Boschi, Pier Alberto Capotasti, Roberto Gervaso, Antonio Ghirelli e Annibale Marini. ''Il libro - spiega all'ADNKRONOS Luigi Mazzella - e' il frutto di una conversazione 'tra amici' sulla base delle mie considerazioni diaristiche ispirate dall'osservazione della realta' che ci circonda. Il tema principale e' determinato da una preoccupazione serpeggiante: se si attaccano le Istituzioni, che rappresentano il 'cemento' del Paese, si corre il rischio di sfaldare l'unita' e l'identita' della Nazione. E' necessario, invece, mantenere un forte rispetto per il quadro istituzionale repubblicano, proteggendo quanto piu' possibile il Parlamento, la Corte Costituzionale e tutti gli altri organismi che compongono l'architettura dello Stato''. ''Sarebbe il caso - aggiunge poi Mazzella - di fare tesoro ad esempio, dell'esperienza francese. Anche nella prospettiva dell'Unione Europea, il paese transalpino salvaguarda le sue Istituzioni mettendole al riparo da ogni eventuale attacco. La Francia, peraltro, fa leva sempre su un forte sentimento nazionale presentando con un paese coeso sulla scena internazionale. La Francia, sempre piu' unita, sara' in grado di giocare un ruolo fondamentale nel contesto politico europea. Un paese che si sfalda, rinunciando alle sue Istituzioni e' destinato ad essere sempre piu' debole e ininfluente. Chi rimane una Nazione unita intorno alle sue Istituzioni e alla sua identita', puo' contare su una marcia in piu'. Inoltre, non bisogna mai confondere il ruolo che un'Istituzione riveste dalle persone che la rappresentano".

Pare che la tanto discussa cena fra Mazzella, Berlusconi, Letta, Alfano e l’altro giudice Napolitano sia avvenuta proprio nella prima quindicina di maggio 2009. Che la “conversazione fra amici” che avrebbe originato il libro ( 270 pagine, davvero una bella conversazione, ndr.) possa essere proprio quella con Berlusconi ed Alfano, appare improbabile, anche se non si può escludere che il premier sia stato invitato anche in precedenza dall’amico giurista, che è stato anche un suo ministro.

Comunque sia, una lettura a “Casta ? Italia. Il diario al tempo del grido : Delenda Res Publica” io la consiglierei, a chi è in grado di reggere 270 pagine di Mazzella. Magari si scopre qualcosa di apprezzabile.

Stefano Olivieri
http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/

POLITICA
29 settembre 2008
STABILITA’ E DEMOCRAZIA (di Stefano Olivieri)

Tutti i cittadini, in primo luogo coloro che hanno votato in favore dell’attuale presidente del consiglio, devono oggi interrogarsi se stabilità e democrazia stiano per caso diventando in Italia due condizioni antitetiche fra loro. Perché le parole di Berlusconi a commento della futura decisione della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, che lo riguarda da vicino, dovrebbero allarmare tutti. La minaccia nemmeno velata di intervenire con “una profonda riflessione sulla giustizia” nel caso in cui il lodo fosse dichiarato anticostituzionale lascia intendere che tipo di paese e che tipo di governo soprattutto ha in mente Berlusconi, e non è certo quello di una democrazia rappresentativa.

Abbiamo sperimentato come negli ultimi quindici, venti anni, il desiderio di giungere finalmente dopo il ciclone di tangentopoli ad un governo stabile abbia spinto e convinto i cittadini a cedere progressivamente una quota della loro sovranità, sacrificata sull’altare di una maggiore efficienza governativa. Il referendum sul maggioritario, un sistema pur incompleto ( per il residuo 25 % restato proporzionale) e incompiuto ( il turno secco costringeva ad alleanze eterogenee) aveva appunto questo fine, semplificare il confronto politico avviando un bipolarismo reale che desse fine all’ egemonia di partiti come la DC e il PSI, polverizzati da tangentopoli.

Ma Berlusconi seppe per primo cogliere le opportunità che il nuovo sistema offriva, creando con Forza Italia il primo partito unico della destra e raccogliendo in esso le ceneri di democristiani e socialisti. Poi con il polo delle libertà caricò sul suo carro anche gli ex fascisti di una AN appena nata e i leghisti di Bossi e si prese di slancio il governo del paese. Fu lui, come è ancora adesso, a decidere su tutto e su tutti, grazie all’enorme potere finanziario e mediatico che già deteneva, e riuscì a sconfiggere il cartello dei progressisti e la “gioiosa macchina da guerra” che Achille Occhetto aveva allestito con il suo PDS, nato con la svolta della Bolognina dalle ceneri del PCI.

Il potere di persuasione di Berlusconi fu tale nei confronti di un elettorato confuso e disorientato da tangentopoli da riuscire a presentare una accozzaglia di politici navigati e inquisiti come la novità della politica italiana. Anzi dell’antipolitica, perché fu proprio così che si presentò Berlusconi. E la sua continua spinta verso la semplificazione, quel suo voler eliminare da uno stato troppo pesante e autoritario “lacci e lacciuoli” a vantaggio della libertà di impresa divenne un “must” affascinante perfino nel centrosinistra, ancora troppo eterogeneo e limitato da lotte e correnti interne.

Sappiamo oggi dove voleva andare a parare Berlusconi. Un premier sempre più potente, un parlamento ridotto a votificio, un governo creato a tavolino a immagine e somiglianza del premier stesso. E gli elettori progressivamente ridotti al rango di sudditi, che devono soltanto ratificare con un voto sempre più pilotato l’operato dell’esecutivo. La chiamiamo ancora democrazia, ma non lo è più da un pezzo, e non solo per la legge Calderoli.

E’ vero che va fatta una profonda riflessione, come dice Berlusconi. Ma non su una giustizia che lo renda ancora più diverso e comunque superiore agli altri cittadini, bensì su come questo paese stia sacrificando ormai troppo della sua democrazia sull’altare di una stabilità che ha di fatto partorito il mostro, la riedizione di un regime fascista e sopraffatore, che fa dell’impunità dei suoi membri lo strumento preferenziale per risolvere qualsiasi cosa, dal confronto con l’opposizione fino ai problemi giudiziari del premier e di qualche ministro. Mi chiedo, e chiedo agli elettori del premier, se siano stati del tutto consapevoli che, scegliendo Berlusconi come premier più affidabile di Prodi, avrebbero dovuto alla fine trasformarsi in tanti novelli balilla. Mi chiedo, e lo chiedo agli elettori del PD, della Sinistra e degli altri partiti dell’opposizione democratica, se non sia giunto il momento di considerare l’opportunità di unificare forze e strategie per contrastare il pericolo incombente di una deriva autoritaria che potrebbe mangiarsi del tutto questa nostra fragile democrazia. Potremo anche non chiamarli comitati di liberazione nazionale, ma a questo punto è ineludibile per tutti fare fronte comune.

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