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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
politica interna
11 novembre 2015
LA RIFORMONA DI RENZI RACCONTATA A MODO MIO (di Stefano Olivieri)

Vi racconto a modo mio la riformona di Renzi, a spanne, per non perder tempo. Fuori dai mille slogan sorridenti del premier e lontano da questo misterioso raddrizzamento e rialzamento del P.I.L. di gatta Italia, perché la grandissima parte di italiane e italiani, malgrado le rassicurazioni del presidente del consiglio, le fusa ancora non riescono a farle.

Dunque, il jobs act, la lanterna magica con cui Matteo Renzi ha schiavardato il mercato del lavoro. Lui, non eletto da nessuno, è riuscito prima a conquistare la segreteria del PD e dopo, autospintonato dai suoi che nel frattempo gli avevano sgombrato la strada con tante buone maniere di gentaglia del calibro di Letta, Prodi, etc. E alla fine Il rottamatore e i suoi battilamiere, insomma, una volta divenuti lui premier e loro squadra di governo, hanno partorito il jobs act, cioè hanno vaporizzato in un battito di ciglia tutto il sistema di regole e tutele, a cominciare dall’articolo 18, che fino a quel momento avevano garantito una cosa scolpita nella Costituzione, cioè che il lavoro non potesse e non dovesse mai diventare merce da supermercato, anzi peggio, da casa d'aste, auction house giusto per far pubblicità a un mio romanzo.

Il premier non eletto da nessuno ha fatto una cosa che il PD, partito grazie al quale è diventato premier, non aveva scritto da nessuna parte nel suo programma per le elezioni politiche del 2013. Quelle elezioni, come si ricorderà, il PD le vinse di così stretta misura da essere costretto, alla fine e dopo aver esperito senza successo (povero Bersani) la possibilità di una qualche intesa con il M5S, a varare una grosse koalition all’italiana, cioè quel tappeto di chiodi appuntiti e arrugginiti dove per qualche tempo, e senza essere un fachiro, cercò di camminare Enrico Letta. Fino al momento in cui Renzi gli si avvicinò come Giuda all’ultima cena e gli disse di stare sereno, perché era arrivato il primo esemplare frutto dell'accoppiamento contro natura fra sinistra e destra. Matteo Renzi, l'evoluzione della specie, il primo democristiano 2.0, ancora tutto da testare ma già scaraventato a palazzo Chigi. Solo in Italia, paese di matti, si possono vedere cose del genere. Alla caduta di Berlusconi ballammo in piazza pensando che era finita, ma doveva ancora arrivare Monti, soprattutto doveva arrivare Renzi.

Il Jobs act e il suo sistema a tutele crescenti. Come la patente a punti di Berlusconi, anche qui il welfare è a punti, te lo devi rosicchiare magari leccando il culo al padrone perché all’inizio, e per buoni tre anni, sei alla sua mercè come uno schiavo. Il Jobs act seduce soprattutto il datore di lavoro, per quella storia della decontribuzione. Che vuol dire niente contributi all’inizio, tanto quando si è giovani alla pensione non si pensa. Questo dovrebbe – ma non accade – garantire al lavoratore qualche soldo in più busta paga, visto che il padrone risparmia nei contributi. In realtà il datore di lavoro se ne infischia e le paghe sono sempre più basse, 400 o al massimo 500 euro al mese per orari di otto ore e più, se vuoi fare gli straordinari devi pregare e ti pagano quelle ore mai di più rispetto all’orario normale, spesso di meno. Per lavori senza più sicurezza (sono aumentati vertiginosamente gli incidenti nei cantieri, e chissà perché i morti risultano sempre assunti il giorno prima…), senza più rispetto per le esigenze minime del lavoratore (ambiente, relazioni sociali, anche le volte in cui si va al bagno) che è di fatto identificato nel suo lavoro, insomma in una merce.

Si lavora molto di più e si guadagna molto di meno senza fiatare perché dietro la porta c’è un esercito che insidia il tuo posto, di italiani e di extracomunitari pronti a vendersi per metà del tuo prezzo, questo è in soldoni il jobs act. Una fregatura doppia per i nostri giovani, che guadagnano così poco da non poter fare progetti di vita, come sposarsi o accendere un mutuo in banca

Una fregatura tripla anzi, se al jobs act accoppiamo la legge Fornero che Renzi, da buon democratico per come intende lui la democrazia, ha lasciato così com’era, intonsa da ritocchi. Anzi ha spianato ancor più la strada a quella legge infame opponendosi perfino alla decisione della Consulta di poco tempo fa, quella che ha giudicato incostituzionale il taglio alla indicizzazione delle pensioni fatta dal governo Monti (un altro bel pezzo da novanta. Chissà perché tutti i salvatori della patria mandano al fronte sempre i poveracci a prendere le impallinate governative, mentre i soliti noti delle solite caste restano ben protetti e continuano ad arricchirsi evadendo tasse e contributi alla faccia di chi lavora onestamente). Renzi, costretto dal clamore mediatico della notizia, prima ha scucito dal suo portafoglio ai pensionati un bonus una tantum, insomma una vera pezzenteria. Poi ha rimandato (decisione di pochi giorni fa, sfuggita ai più) a babbo morto il pagamento del resto, cioè al 2018, quando di lui e del suo governo, se continua così, non sarà restata traccia dopo il primo auspicato, sano termidoro italiano. Renzi naturalmente non verrà ghigliottinato come Robespierre perché i veri democratici (non i centouno che tesero l’imboscata a Prodi, per intenderci) queste cose non le fanno, ma nel giro di due anni tornerà, lui e la sua corte di miracolati, a fare il venditore di pentole senza coperchi in terra toscana, sono pronto a scommetterci sopra.

Comunque l’effetto perverso e combinato di jobs act e legge Fornero è stato l’impoverimento sistematico e complessivo della classe lavoratrice, di nonni, di padri, di figli e nipoti, tutti insieme. E mentre prima il figlio disoccupato poteva ritornare a casa dei suoi perché la pensione del padre riusciva a coprire anche le sue esigenze, adesso che Renzi ha accorciato anche questa coperta il futuro si presenta nero per padri e figli. Ma il premier se ne fotte, lui guarda avanti e già promette 150 milioni per dieci anni al polo di scienziati che nascerà sulle spoglie dell’Expo milanese appena conclusa. E visto che c’è, ormai a ruota libera promette, come un Tusitala de noantri, qualsiasi cosa. Dal ponte sullo stretto di Messina alla fine arriverà anche lui, come Berlusconi, a garantire figa per tutti. Boschi esclusa, naturalmente.


Stefano Olivieri
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18 maggio 2015
SIMPATICO BONUS (di Stefano Olivieri)

Caro Matteo, non si può definire “bonus” il risarcimento di una somma indebitamente ( lo ha sancito la Consulta) trattenuta dallo Stato su pensioni da 1500 euro mensili, riferite cioè a una classe economica medio bassa di pensionati. Non si può chiamare un risarcimento “bonus”, quasi fosse una regalìa concessa benignamente dal governo, e tanto meno definirlo “simpatico” come hai appena fatto tu.
Pensa, prima di parlare. E cerca di pensare, se ci riesci, con la testa di un pensionato da 1500 euro al mese. Ti accorgerai che non c’è nulla di simpatico nella decisione, del tuo governo, di erogare un acconto chiamandolo bonus.
La Corte Costituzionale ha invitato il governo a restituire il maltolto, punto. Non ha detto che non li dovrai restituire tutti, questi diciotto miliardi, applicando un principio di proporzionalità, cioè poco rimborso per le pensioni alte e rimborso totale per quelle basse. Ciò può essere giusto farlo, ma DOPO che saranno state rimborsate INTERAMENTE tutte le somme indebitamente trattenute. 
Non si può barare con la Consulta, neanche tu lo puoi fare.
Dunque comincia a pensare in fretta a come recuperare quel denaro, che i soldi ci sono, e lo sai. Basta far pagare per intero ciò che è dovuto allo Stato dalla banda del gioco d’azzardo, per dirne una. Basta sgrullare il portafoglio dei 5500 evasori totali di cui si conosce nome e cognome, per dirne un’altra. Basta uscire dall’indegno affare degli F35 (14,3 miliardi di euro, di cui 2,5 già spesi), di cui i pensionati italiani e tutti i loro familiari non sanno che farsene. Basta frugare un po’ sui movimenti di denaro contante, visto che in Italia c’è un movimento di banconote da 500 euro duecento volte superiore al normale. Ci sono un sacco di mariuoli in giro, caro Matteo, vestiti bene e con le tasche gonfie di euro. Comincia ad acchiapparli e svuota quelle tasche, vedrai come escono fuori i diciotto miliardi per i pensionati! Sono pronto a scommettere che ce ne saranno d’avanzo, anche per gli esodati e i disabili.
Datti da fare Matteo, e fai meno il simpatico, per favore. 
Che noi ti seguiamo con attenzione, anche perché se tu e i tuoi vi siete impadroniti del PD, partito di maggioranza del governo, è giusto che a questo punto siate pronti a onorare gli impegni. Senza scaricare responsabilità sulla minoranza, che avete messo fuori dalla porta di tutte le stanza che contano. 
Avete voluto la bicicletta? E adesso pedalate, e cercate di vincere la corsa.
Senza bonus, per favore.

Stefano Olivieri
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19 febbraio 2011
REGIME E RIVOLUZIONE (di Stefano Olivieri)

Berlusconi è tornato Berlusconi. Sarà il panico da processi che gli mette le ali, ma è ripartito alla grande. Sta vampirizzando FLI sotto gli occhi del suo fondatore Fini ( l’ultimo è Menardi, che era stato anche il primo a iscriversi al nuovo gruppo del presidente della Camera); sta rilanciando contro Quirinale e Consulta (adesso prepara la grande infornata sulla giustizia, compresa la leggina che riformerebbe la Corte Costituzionale); infine se ne frega di intervenire presso la Libia (“…non posso disturbare Gheddafi..”) per gli 83 morti in tre giorni a causa della repressione poliziesca contro i dimostranti. Lo stesso Gheddafi ricevuto in pompa magna a Roma appena qualche mese fa, con coreografie da medioevo e immancabile esercito di squinzie italiche a contorno.
 
Del processo per prostituzione minorile, della concussione, della Chiesa che deplora, delle italiane scese in piazza il 13 febbraio contro le sue conclamate e reiterate offese al genere femminile, il premier semplicemente se ne fotte, e si dice sicuro di far passare le sue leggi e anche di vincere i referendum. Perché poi ci sarà anche la stretta sulla stampa e l’informazione, per stritolare ogni residua resistenza critica al suo primo apparire. E se la gente dovesse incazzarsi sul serio e fare le barricate, Gheddafi docet…
 
E’ una vita che parlo di regime, e senza abbassare la voce. E’ una vita che chiedo risposte forti a una opposizione di deputati e senatori messi in parlamento dalle segreterie dei loro partiti e non dal popolo sovrano ( grazie a Calderoli), e che ai loro partiti direttamente ubbidiscono. Abbiamo un paese in subbuglio, le famiglie senza soldi ( leggetevi bene il mille proroghe e scoprite che cosa succede alla cassa integrazione in deroga, quella destinata a coprire i più emarginati e indifesi fra i lavoratori), i nostri giovani senza più guida, che vedono l’Africa mediterranea incendiarsi e rovesciare i regimi autoritari e non capiscono perché ciò non possa, non debba avvenire anche qui da noi, paese evoluto dell’occidente europeo, dove si muore ogni giorno sul lavoro in proporzioni enormi, inarrivabili da qualsiasi democrazia occidentale. Morti di regime anche queste, o no ? Chi è stato, se non Berlusconi, a stoppare le leggi sulla sicurezza del lavoro? Tremonti è giunto perfino a dire che non ce la possiamo permettere, perché è troppo cara per le nostre imprese.
 
Questo è regime cari miei, non giriamoci attorno alle parole. R E G I M E.  Impariamo (di nuovo, per chi fosse troppo giovane) il senso di questa parola, assaporiamola fra i denti e chiediamoci tutti, come si può e si deve rispondere a un regime canagliesco e autoritario come questo di Berlusconi e dei suoi ministri sodali e genuflessi. Chiediamoci dove ci porterà e che cosa dovremo fare per evitarlo. Chiediamoci se alla scadenza di questa legislatura di regime saranno rimaste le stesse regole di garanzia per elezioni democratiche. E poi chiediamoci a quel punto se sia esagerato parlare di rivoluzione partigiana, come ne parlava Gramsci quando pensava agli indifferenti. Chiediamocelo sul serio e non restiamo indifferenti. Tanto per cominciare dovremmo tornare subito in piazza e restarci, stavolta. faccio un invito serio a tutti i nostri rappresentanti : ci servono tre cose, un leader che unisca tutti, una coalizione, un programma democratico. Se queste tre cose non riuscite a trovarle in parlamento, cercate nel paese ma fate presto, o il paese farà anche a meno di voi.
 
Stefano Olivieri
14 gennaio 2011
DI NUOVO RUBY (di Stefano Olivieri)

A botta calda, non appena la Corte ha confermato l’anticostituzionalità del lodo Alfano, i magistrati bolscevichi si sono rifatti sotto. Senza alcuna delicatezza per l’attempato premier, che giusto voleva pacificare gli animi dopo tanta tensione, e si era preparato un bel discorsetto alla camomilla per il parlamento.

Invece no, torna Ruby, la Ruby più procace, più sexy, più trasgressiva, più minorenne che mai. E anche tanto sventata, perché della sua relazione con il premier ha lasciato tante tracce digitali, che la giustizia italiana ha raccolto meticolosamente. Abbastanza materiale da certificare una presenza della ragazzina piuttosto continua in quel di Arcore, ma anche in Sardegna. Ora si capisce meglio la telefonata notturna in questura di Silvio, e le sue frottole su Mubarak.
 
Il premier al solito casca dalle nuvole (è da una vita che lo fa, certo che volava bello alto…) e dichiara che è tutta una montatura dei giudici. I giudici di Milano pensano invece, evidentemente, che a montare sia stato lui e parlano di “prove evidenti” e di processo con rito immediato, come si conviene nel caso di reati particolarmente efferati come quello ipotizzato in questo caso (concussione e prostituzione minorile).
 
Berlusconi è un tipo fantasioso e cercherà ancora una volta di stupire l’Italia con il classico coniglio che esce dal suo cappello. Vediamo quali , per ipotesi, potrebbero essere i motivi per cui l’ammaliante Ruby si è trovata spesso e volentieri a casa sua :
 
1.    E’ davvero la nipote segreta di Mubarak e vuole essere lanciata da Berlusconi nel firmamento televisivo italiano;
 
2.    E’ una stagista che sta facendo pratica per entrare nel gabinetto del premier;
 
3.    E’ una figlia segreta di Berlusconi, venuta a reclamare la sua quota di eredità;
 
4.    E’ la badante del premier, in prova per impratichirsi della lingua;
 
Sui nuovi sviluppi del caso Ruby è stato anche intervistato Emilio Fede, che un po’ piccato ha risposto che lui è tranquillo perché con la ragazzina non ci ha fatto nulla e alla fine ha mandato affanculo l’intervistatrice. 
Lo farebbe volentieri anche Berlusconi ma con i giudici anche un premier come lui deve andare cauto, perché altrimenti scatta anche il reato di oltraggio alla corte. Comunque Feltri l’aveva detto : “Quello cade sulla gnocca”.
 
Stefano Olivieri
13 gennaio 2011
SI' DELLA CONSULTA A 2 REFERENDUM SU ACQUA E 1 SU NUCLEARE (di Stefano Olivieri)

La Corte Costituzionale - secondo quanto appreso dall'ANSA - ha dichiarato ammissibili due dei quattro referendum contro la 'privatizzazione' dell'acqua e uno sul nucleare. Ad essere stati rigettati sono stati il quesito promosso da Di Pietro per abrogare parte del decreto Ronchi-Fitto e quello promosso dal Comitato 'Siacquapubblica' per cancellare le norme del precedente governo Prodi in materia di ambiente sulle forme di gestione e sulle procedure di affidamento delle risorse idriche.

Via libera invece della Consulta agli altri due quesiti del Comitato 'Siacquapubblica' che raccoglie giuristi quali Stefano Rodotà e Gaetano Azzariti: uno per l'abrogazione delle norme del decreto Ronchi-Fitto sulle modalità di affidamento con gara a privati dei servizi pubblici di rilevanza economica, l'altro per la cancellazione delle norme del governo Prodi riguardanti al determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito.

Attendiamo ancora comunicazione ufficiale da parte dell Consulta ma nel frattempo esprimiamo grande soddisfazione per questo esito perchè sostanzialmente viene confermato il nostro impianto.

E che sia acqua pubblica per tutti !

Stefano Olivieri

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POLITICA
17 novembre 2010
IL GIORNO DOPO SANTA LUCIA ( di Stefano Olivieri)

Ricordo che da bambino, prima che a scuola apprendessi le nozioni di solstizi ed equinozi, aspettavo con ansia il 14 dicembre, il giorno dopo santa Lucia, come il primissimo segno dell’anno nuovo. Questo perché amavo svisceratamente – e amo ancora oggi – il mare e l’estate, e quell’accorciamento progressivo del giorno rispetto alla notte mi deprimeva.
 
A proposito, piccola lezione di astronomia : Il detto “Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia” risale a quando, prima del 1582, la sfasatura fra calendario civile e calendario solare era tanto grande che il solstizio invernale cadeva proprio fra il 12 e il 13 dicembre rendendo quindi questo il giorno più corto dell’anno.
Riformando il calendario secondo accurate osservazioni astronomiche, Papa Gregorio XIII decretò che si passasse direttamente dal 4 Ottobre al 15 Ottobre, togliendo quindi i 10 giorni di sfasatura accumulati negli oltre 10 secoli precedenti. Il solstizio passò così al 21-22 dicembre (come oggi) ma la festa della santa rimase sempre al 13. Quest’anno il solstizio invernale capita il 22 dicembre, ma a me piace pensare, soprattutto quest’anno, che il 14 dicembre sia una data di “risveglio”.
 
Quel giorno il nostro paese, infatti, potrebbe uscire da un torpore durato 17 anni affacciandosi a una nuova primavera. Quel giorno Berlusconi, con ogni probabilità, perderà la guida del governo del paese e nel giro di poche ore anche la certezza di non essere processato. Il 14 dicembre, infatti, la Consulta si pronuncerà sulla incostituzionalità conclamata del lodo Alfano e il premier, per di più forzatamente dimissionario, non disporrà più di alcuno scudo giudiziario e tantomeno potrà, in quanto non ricade fra le attività di un governo dimissionario, farne confezionare uno nuovo dai suoi dipendenti parlamentari. Anche perchè farlo approvare alla Camera, con FLI messa di traverso, oggi sarebbe davvero difficile. E acquisire in un mese  al morente PDL il pugno di deputati necessari alla bisogna è impresa davvero impossibile per il cavaliere, anche con il bunga bunga.
 
Napolitano secondo me ha deciso la data con molta saggezza e terzietà, ma la concatenazione particolare degli eventi potrebbe far pensare a una sottile perfidia dal capo dello Stato, che pur concedendo due settimane in più ha servito al premier un piatto avvelenato. Io resto sempre dell’idea che il presidente del consiglio più disastroso degli ultimi centocinquantanni alla fine emulerà Craxi emigrando, magari in Libia dal suo amichetto Gheddafi. Pensate che bellezza, quella sera saremo tutti in riva al mare a salutarlo sventolando il fazzoletto e a cantare: "Sul mare luccica, l'astro d'argento, placida è l'onda, prospero il vento...!"

Stefano Olivieri

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SOCIETA'
23 ottobre 2010
DUE MESI A NATALE ( di Stefano Olivieri)
 

In altri tempi, millenni fa, la data del ventitrè di ottobre coincideva con i primi allestimenti natalizi. Operai si affaccendavano sulle scale per le strade tirando da un lato all’altro i festoni, nei negozi i vetrinisti decoravano con drappi verde bosco, nastri rossi e stelline dorate la merce. Nelle drogherie in prima fila i canestri ripieni di ogni bendidio, torroni, panettoni e datteri immersi in un mare di noccioline lucide. Le chiese tenevano le porte aperte nel pomeriggio, e ci si entrava dentro anche solo per curiosità, per sfuggire alla calca degli acquisti, scoprendo quanto fosse piacevole quella pace odorosa di incenso, quelle luci tenui con il coro delle beghine che giù in fondo, proprio davanti all’altare, recitavano il rosario. In casa ci si preparava alle feste programmando le ferie natalizie, pulendo tappeti e tende, riprendendo i contatti con amici e parenti, facendo la lista dei regali natalizi.

Mi chiedo se sia la particolare contingenza di una crisi cinica e cattiva ad aver spazzato via tutto questo, e se non sia per caso in atto un mutamento profondo nell’uomo stesso. Non mi si fraintenda, non parlo del Natale come festa religiosa perché io per primo, da agnostico profondo, non possiedo gli strumenti culturali per fare un discorso del genere. Mi riferisco piuttosto a quel momento di intimità profonda di una comunità, che in occasione del Natale fino a pochi anni orsono riusciva a trascurare le ambasce della routine quotidiana per dedicarsi agli affetti, alle amicizie, ai rapporti con la gente. Tutto questo non c’è più, secondo me non solo per la crisi, e non è soltanto il Natale a risentirne.

Il nostro paese è oggi profondamente segnato da una nuova lotta di classe, che tende sempre più a dividere da Nord a sud tutta l’Italia. Una lotta assolutamente non ideologica, bensì intessuta di un materialismo profondo. La gente non si incontra più, non dialoga, piuttosto si riconosce e si assortisce prendendo come parametro il denaro posseduto. Si apre il portafoglio e lo si esibisce, circondandosi di quei beni voluttuari e costosissimi che sono gli unici a non aver conosciuto flessioni nelle vendite. Dopo aver apparecchiato il presepe personale si attendono gli ospiti, che non tarderanno ad arrivare. Ma potranno visitare il presepe soltanto quelli che riusciranno a dimostrare di essere “pari”, nel portafoglio s’intende. A tutti gli altri sarà lasciata soltanto l’opportunità di guardare dal di fuori, come quelli che pagano al Billionaire di Briatore e della Santanchè il biglietto per guardare dall’alto della piccionaia il parterre delle feste dei vip. Il denaro divide la gente, distrugge i rapporti, consolida le corporazioni, avvilisce la solidarietà e l’amicizia, seppellisce lo scambio e l'arricchimento culturale.

Un po’ prima di Natale, quest’anno, c’è un’altra data, non propriamente liturgica. Il 14 dicembre la Consulta potrebbe togliere lo scudo all’intoccabile, se nel frattempo non se ne sarà costruito un altro. Ebbene, tutta l’atmosfera prenatalizia degli italiani se ne è andata a farsi benedire a causa della personalissima e niente affatto religiosa via crucis del premier. Perché non solo costringe tutto il Parlamento ad occuparsi di lui soltanto, ma offende e mortifica un intero paese che attende da lui soluzioni importanti e definitive per una crisi sociale ed economica che ha ormai impoverito più dei due terzi delle famiglie. Oggi sfida apertamente perfino il Quirinale, chiamando Napolitano a garante dell’ennesima furbata, quella che dovrebbe aprire al premier più indagato della nostra storia repubblicana le porte del Colle, alla fine di questa legislatura. Ma Napolitano per fortuna ha già risposto con un secco NO.

Per questo oggi, con due mesi di anticipo, penso già a fare gli auguri di Natale. Perché potrebbe essere davvero un buon, anzi un ottimo Natale per l’Italia se sapremo sopravvivere alla prossima scossa senza mandare in frantumi la nostra democrazia.

Stefano Olivieri

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17 ottobre 2009
L?Antiberlusconismo ? Si esaurirà per noia ( di Stefano Olivieri)
 

Niente di nuovo sotto il sole. Anche stavolta tutto secondo copione, il lodo Alfano spazzato via dalla Consulta e il premier che risponde attaccando le Istituzioni e rilanciando l’idea di una repubblica presidenziale senza contrappesi, basata soltanto su un capo voluto dal popolo opportunamente indottrinato dallo strapotere mediatico al servizio della maggioranza.

Nessuna novità, insomma. Questo Berlusconi che veste per l’ennesima volta i panni della vittima predestinata, che racconta sul palco i fantastiliardi di processi a suo carico e chiama la folla alla riscossa, non fa più notizia e quasi comincia a stancare la platea. Tutto troppo già previsto, nessun colpo di scena che sia degno di tale nome, anche perché se non ci si sconvolge più di un presidente del consiglio che prende a calci la Costituzione i motivi possono essere soltanto due : o siamo pronti – potrei dire rassegnati – al regime oppure abbiamo preso le misure su Berlusconi a tale punto da poter affrontare con calma e con freddezza i suoi attacchi, senza scomporci più di tanto. Ci divertiva di più, in fondo, il presidente viagrato tutto intento a smanacciare le veline, questo qui ossessionato dalle toghe rosse è un deja vu troppo scontato, perfino per i suoi aficionados.

Io personalmente propendo per la seconda ipotesi, anche perché solo l’idea che Berlusconi annetta anche il Quirinale al folto numero delle sue residenze mi fa venire l’orticaria. Ma anche perché soprattutto leggo segnali di insofferenza fra i più stretti alleati del premier, a cominciare da Fini. E senza l’appoggio di Fini il tentativo di superare il doppio passaggio alle Camere con la riforma presidenzialista appare del tutto improbabile, così come la ruota di scorta del referendum popolare che si renderà necessario se la riforma non sarà approvata dai due terzi del parlamento.

E’ una boutade insomma, il ruggito del topo, più o meno come la sparata del ponte sullo stretto. Malgrado nessuno dei processi a suo carico sia ufficialmente ripartito dopo la scomparsa del lodo Alfano, l’uomo si sente già in trappola e non mi stupirei se fra qualche anno si venisse a scoprire che perfino la minaccia di morte pervenuta al Riformista si rivelasse una patacca.

Il conteggio alla rovescia comunque è cominciato per il trapasso politico del peggiore presidente del consiglio della repubblica italiana. Le elezioni regionali lo confermeranno presto.

Stefano Olivieri
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POLITICA
29 settembre 2008
STABILITA’ E DEMOCRAZIA (di Stefano Olivieri)

Tutti i cittadini, in primo luogo coloro che hanno votato in favore dell’attuale presidente del consiglio, devono oggi interrogarsi se stabilità e democrazia stiano per caso diventando in Italia due condizioni antitetiche fra loro. Perché le parole di Berlusconi a commento della futura decisione della Corte Costituzionale sul lodo Alfano, che lo riguarda da vicino, dovrebbero allarmare tutti. La minaccia nemmeno velata di intervenire con “una profonda riflessione sulla giustizia” nel caso in cui il lodo fosse dichiarato anticostituzionale lascia intendere che tipo di paese e che tipo di governo soprattutto ha in mente Berlusconi, e non è certo quello di una democrazia rappresentativa.

Abbiamo sperimentato come negli ultimi quindici, venti anni, il desiderio di giungere finalmente dopo il ciclone di tangentopoli ad un governo stabile abbia spinto e convinto i cittadini a cedere progressivamente una quota della loro sovranità, sacrificata sull’altare di una maggiore efficienza governativa. Il referendum sul maggioritario, un sistema pur incompleto ( per il residuo 25 % restato proporzionale) e incompiuto ( il turno secco costringeva ad alleanze eterogenee) aveva appunto questo fine, semplificare il confronto politico avviando un bipolarismo reale che desse fine all’ egemonia di partiti come la DC e il PSI, polverizzati da tangentopoli.

Ma Berlusconi seppe per primo cogliere le opportunità che il nuovo sistema offriva, creando con Forza Italia il primo partito unico della destra e raccogliendo in esso le ceneri di democristiani e socialisti. Poi con il polo delle libertà caricò sul suo carro anche gli ex fascisti di una AN appena nata e i leghisti di Bossi e si prese di slancio il governo del paese. Fu lui, come è ancora adesso, a decidere su tutto e su tutti, grazie all’enorme potere finanziario e mediatico che già deteneva, e riuscì a sconfiggere il cartello dei progressisti e la “gioiosa macchina da guerra” che Achille Occhetto aveva allestito con il suo PDS, nato con la svolta della Bolognina dalle ceneri del PCI.

Il potere di persuasione di Berlusconi fu tale nei confronti di un elettorato confuso e disorientato da tangentopoli da riuscire a presentare una accozzaglia di politici navigati e inquisiti come la novità della politica italiana. Anzi dell’antipolitica, perché fu proprio così che si presentò Berlusconi. E la sua continua spinta verso la semplificazione, quel suo voler eliminare da uno stato troppo pesante e autoritario “lacci e lacciuoli” a vantaggio della libertà di impresa divenne un “must” affascinante perfino nel centrosinistra, ancora troppo eterogeneo e limitato da lotte e correnti interne.

Sappiamo oggi dove voleva andare a parare Berlusconi. Un premier sempre più potente, un parlamento ridotto a votificio, un governo creato a tavolino a immagine e somiglianza del premier stesso. E gli elettori progressivamente ridotti al rango di sudditi, che devono soltanto ratificare con un voto sempre più pilotato l’operato dell’esecutivo. La chiamiamo ancora democrazia, ma non lo è più da un pezzo, e non solo per la legge Calderoli.

E’ vero che va fatta una profonda riflessione, come dice Berlusconi. Ma non su una giustizia che lo renda ancora più diverso e comunque superiore agli altri cittadini, bensì su come questo paese stia sacrificando ormai troppo della sua democrazia sull’altare di una stabilità che ha di fatto partorito il mostro, la riedizione di un regime fascista e sopraffatore, che fa dell’impunità dei suoi membri lo strumento preferenziale per risolvere qualsiasi cosa, dal confronto con l’opposizione fino ai problemi giudiziari del premier e di qualche ministro. Mi chiedo, e chiedo agli elettori del premier, se siano stati del tutto consapevoli che, scegliendo Berlusconi come premier più affidabile di Prodi, avrebbero dovuto alla fine trasformarsi in tanti novelli balilla. Mi chiedo, e lo chiedo agli elettori del PD, della Sinistra e degli altri partiti dell’opposizione democratica, se non sia giunto il momento di considerare l’opportunità di unificare forze e strategie per contrastare il pericolo incombente di una deriva autoritaria che potrebbe mangiarsi del tutto questa nostra fragile democrazia. Potremo anche non chiamarli comitati di liberazione nazionale, ma a questo punto è ineludibile per tutti fare fronte comune.

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