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se sono partito ogni tanto devo pur tornare
27 ottobre 2008
La diversità è la ricchezza del PD ( di Stefano Olivieri)
 

Il fatto che qui dentro un post che mette in discussione semplicemente le cifre della manifestazione raggiunga superi il centinaio di interventi la dice lunga sui problemi di questo network. Con tutto il massimo rispetto per le opinioni di ciascuno, questo continuare a discutere se al circo massimo possano entrare 2 milioni di persone o meno mi pare davvero di lana caprina, e vorrei invitare chi contribuisce a questo corto circuito di riflettere piuttosto sul fatto indiscutibile che un partito dato per (quasi) morto dai sondaggi si è invece rivelato vitale sopratutto nella diversità, eterogeneità dei partecipanti.

Dovremmo piuttosto discutere proprio della ricchezza di questa diversità, e di come possa essere meglio rappresentata dallo stesso partito. Ieri al circo massimo era presente l'Italia democratica sicuramente, e di questa Italia una più che sostanziosa componente di sinistra. Tengo a rimarcarlo perchè, pur rendendomi conto che Walter ha cercato di fare un discorso valido per tutti, ho constatato come egli abbia nello stesso tempo omesso accuratamente di pronunciare semplicemente parole come "regime" o come, per l'appunto, "sinistra".

Se la sinistra italiana – quella istituzionale intendo, per intenderci dei partiti che non hanno raggiunto il parlamento nelle ultime elezioni – ha commesso indubbiamente degli errori forse proprio a causa di un gap interno di democrazia, ebbene vorrei che questi errori non ricadessero proprio sopra – come una sorta di marchio di infamia – quei cittadini elettori di sinistra che pur non rinnegando tuttora non tanto l’ideologia quanto l’origine culturale del loro impegno politico, hanno avuto il coraggio di impegnarsi in una sfida nuova votando e facendo votare il PD.

Lottare per una scuola di tutti, per una salute di tutti, per una giustizia uguale per tutti, per un ambiente più sano e uno sviluppo ecocompatibile è oggettivamente un impegno comune al PD e a tutta la sinistra italiana. Questo è un dato incontrovertibile, e su questo impegno la base degli elettori si è già unita indistintamente. Del successo della manifestazione del 25 ottobre già si discute certamente a sinistra e spero che da questa discussione nasca finalmente la consapevolezza di una esigenza non più derogabile, quella di far nascere su regole nuove e trasparenti di delega e rappresentanza una nuova formazione politica che voglia darsi prospettive di governo e di una nuova e più stabile partnership con lo stesso PD.

Il PD non può certo accelerare questo processo ma può – e deve secondo me - certamente contribuire ad una maggiore chiarezza al suo interno su temi specifici in cui ancora l’ambiguità è fortemente percepita : il tema della pace ad esempio, o per meglio dire della guerra che i nostri soldati stanno combattendo in Afghanistan, perché di questo si tratta ormai, non di peacekeeping. Il tema della mercatabilità dei diritti sul lavoro, sempre più calpestati, e della ridiscussione dei meccanismi contrattuali che dovrebbero governare il futuro dei lavoratori dipendenti italiani. A cui aggiungerei anche il tema dell’utilizzo del TFR, che alla luce di quanto successo negli ultimi mesi meriterebbe di essere totalmente riaffrontato per non creare futuri disastri. Il tema dell’aborto e dell’eutanasia, o dei diritti delle coppie omosessuali, su cui il PD deve ancora dimostrare quanto la sua dichiarata laicità debba fare i conti con Binetti & c.

Perché essere sinceramente riformisti non significa necessariamente dover essere moderati e di centro. Anzi, spesso tutto il contrario : la storia italiana è piena di riforme ottenute dando perfino il sangue, comunque combattendo per conquistare nuovi diritti o per difendere diritti già raggiunti. E se la società cambia, se i diritti di un tempo possono oggi da alcuni essere considerati privilegi, ebbene se ne può discutere, se ne può riparlare ma che a farlo siano tutti davvero, a cominciare dal popolo sovrano a cui le riforme sono poi dedicate. Perché le riforme servono per andare avanti, non indietro. Per migliorare le condizioni delle classi lavoratrici, non per fare cassa magari a vantaggio di ricche corporazioni, come avviene oggi.

Di tutto questo il PD oggi, dopo la conferma di essere un grande partito e di avere alla guida un grande leader, deve cominciare a parlare. Dicendo senza paura e senza girarci troppo attorno, anche qualcosa di sinistra.

Stefano OLivieri

http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/

POLITICA
26 ottobre 2008
TANTI DAVVERO IN PIAZZA, MA C’E’ ANCORA TANTA STRADA DA FARE ( di Stefano Olivieri)

DIARIO DI UN BEL GIORNO : IL PERCORSO

In auto fino a piazza Mancini. Fa caldo, ancora troppo caldo, e umido da fare schifo. Lascio la felpa in macchina e prendo il tram, a tracolla su una spalla il marsupietto per il blocco appunti, occhiali e telefonino, sull’altra la videocamera appesa, insomma sono qualcosa a metà fra un turista in economy class e un reporter d’assalto appena postdatato. Sul tram per il Flaminio salgono una decina di bandiere, buon segno. E’ un gruppo di ragazzi bolognesi con gli zainetti, qualcuno già mangia e qualcuno beve. Effetto dell’arsura, se la manifestazione riesce al circo massimo ci sarà da sentirsi male per l’afa e la calca.

A piazzale Flaminio è praticamente già un corteo di striscioni e bandiere. Per fortuna ho acquistato i biglietti in numero sufficiente perché davanti alle macchinette per i ticket c’è una fila da ufficio postale. Ma non ci sono canti, non ci sono cori anche se si percepisce allegria, amicizia, solidarietà diffusa. C’è già aria di festa in giro per Roma.

IL CORTEO

A piazza della repubblica il corteo in formazione ha già riempito l’emiciclo. Cerco di telefonare per rintracciare qualcuno ma c’è frastuono, su un camion un gruppo di ragazzi fa musica dal vivo, su un altro c’è un dj che raccoglie sms che poi ritrasmette al microfono fra un brano e l’altro. Rinuncio al telefono, anche perché dopo tanto tempo sento e vedo intorno a me di nuovo la democrazia. Ho in testa ancora il titolo che ho letto la mattina sul pc prima di muovermi da casa, altri 4 morti sul lavoro, lo scrivo su un foglietto - non amo gli sms - e lo porgo al dj accostandomi al camion che nel frattempo si è già avviato per via Cavour. Le serrande dei negozi sono quasi tutte abbassate, non so se in segno di dissenso con la manifestazione o per paura dei facinorosi terroristi paventati dalla stampa di regime. Certo è che il solco fra l’una e l’altra Italia si è fatto profondo, ci sarà molto da lavorare per il dopo Berlusconi. A metà di via Cavour una famiglia affacciata al balcone del primo piano saluta il corteo, qualcuno riesce a passargli una bandiera che viene subito esposta. E’ l’unica a sventolare dall’alto, la memoria mi va immediatamente alle manifestazioni per la pace, quando l’arcobaleno aveva imbandierato tutti i palazzi di Roma. Un po’ più di pace si dovrebbe parlare nel PD, e di come la si dovrebbe portare in giro per il mondo, magari meno armati e non al seguito di truppe USA.

Il corteo si muove lentamente, una bella passeggiata sotto il sole che ogni tanto si nasconde dietro le nuvole. All’altezza di via dei cerchi il corteo si biforca, chi sceglie la scorciatoia già in vista del colosseo e chi preferisce proseguire dritto fino all’incrocio con via dei fori imperiali. I pochi bar aperti si riempiono di gente, faccio tappa anch’io per un bicchiere d’acqua minerale. Ho lo stomaco vuoto, per fare prima ho mangiato a casa un panino e adesso il portavivande del bar mi tenta con vassoi di pennette al tonno, spaghetti alla carbonara, ravioli al burro. Mando giù il bicchiere ed esco prima che strani pensieri prendano consistenza. Sotto l’arco di Tito il corteo si riunisce, tre belle ragazze riescono a convincere i tre centurioni romani a guardia del colosseo a farsi una foto con loro tenendo in mano le bandiere invece delle spade. Uno dei tre poi vorrebbe farsi pagare ma le ragazze se ne vanno ridendo, una di loro si gira e fa il gesto di mandare un bacio sulla punta delle dita, la gente in giro applaude.

Ormai siamo vicini. Finalmente completo la distribuzione dei miei volantini, i “campioni di tagli” che ho riportato anche sul blog (http://democraticoebasta.ilcannocchiale.it/2008/10/23/campioni_di_tagli.html), ci ho aggiunto l’indirizzo della mia pagina perché un po’ di pubblicità non guasta, soprattutto se è per una giusta causa. Arriviamo al Circo Massimo.

AL CIRCO MASSIMO

Tutto attorno alle pendici dell’emiciclo la folla è tale che non si riesce a vedere attraverso. Non ce la faccio a reprimere la curiosità e abbandono un attimo il corteo, infilandomi fra la gente riesco finalmente ad avere il colpo d’occhio : è già pieno, e pensare che i cortei devono ancora praticamente entrare dentro. Gli spalti d’erba sono già stracolmi di gente seduta, che si è ritagliata il suo posticino e lo difende con le unghie e con i denti. Ma io voglio scendere, voglio arrivare al palco. Faccio tutto il giro del circo Massimo, passando davanti al piazzale dove c’è la statua di Mazzini e arrivando all’altra estremità, dove cominciano a incolonnarsi i mezzi dei carabinieri. Ma di qua è tutto transennato, non si passa. Due con il cartellino della sicurezza respingono tutti, arriva un giovane barbuto ricercatore in bicicletta e fa per entrare, ma quelli per tutta risposta spostano la transenna metallica chiudendo il varco e acciaccandogli un po’ la bici. Il ricercatore è un tipo fumantino – glielo si legge subito in faccia – così volano subito parole pesanti e dalla camionetta poco distante, attirati dalle voci alterate, scendono anche due in divisa. La cosa finisce lì, l’amica del ricercatore lo rabbonisce e sorride ai poliziotti, i due risalgono in bicicletta e fanno dietro front. Subito dopo un paio di turisti olandesi che non capiscono un’acca di italiano vengono dapprima respinti, poi riaccompagnati al varco da un altro della sicurezza che mastica un poco di inglese. La transenna viene spostata e i due passano, devono raggiungere il loro albergo che è proprio da quella parte. MI avvicino e passo anch’io, esibendo la tessera. Ho una certa esperienza di manifestazioni, e anche di computer grafica. Così il venerdì sera con un bel copia incolla mi sono fatto una tessera del PDnetwork con tanto di foto, indirizzo del mio blog e firma autenticata ( da me naturalmente. Ho infilato il cartoncino in un portatessera con tanto di pinzetta e me lo sono appeso all’impermeabile. Quello della sicurezza lo ha appena guardato e ha spostato la transenna, poi ha avuto un attimo di esitazione e allora gli ho spiegato che dovevo raggiungere la postazione dei blogghers di PDnetwork. Non esisteva una postazione dei blogghers ( e sarebbe invece stato meglio se ci fosse stata, secondo me ) ma l’addetto, soggiogato da tante informazioni, è stato gentile e zelante perché mi ha accompagnato dentro fin quasi al padiglione dell’ufficio stampa, appena dietro all’immenso palco. Sono dentro.

Protetti dalla folla, qui trottano i purosangue della politica. Vedo un Fassino magrissimo in maniche di camicia, un Rutelli in giacca da caccia sempre più piacione sorridere a destra e a manca, poi Dalema completamente soffocato dai microfoni. Mi affaccio a curiosare dietro la tenda di un padiglione e ci trovo dentro una Livia Turco quasi accasciata su una sedia per il gran caldo. Le sorrido e le stringo la mano, la ex ministra mi ha aiutato personalmente al tempo della aspettativa che chiesi per mio figlio disabile, per via di due circolari allucinanti tirate fuori dall’Inps, che snaturavano completamente non solo la legge ma la stessa Costituzione. La Turco in quella occasione scrisse direttamente ad Direttore generale Inps, aiutando me e tutti gli altri padri e madri che in Italia si trovavano nella mia stessa condizione. Oggi invece Governo e Lega cercano di fare cassa anche sui disabili.

La Turco si ricorda, è carina con me, mi manda i suoi saluti a Francesco, mio figlio. Esco dalla tenda e quasi sbatto in faccia a Enrico Letta, che in perfetta tenuta casual pare camminare a venti centimetri da terra. Non vorrei sembrare cattivo, ma anche in casa nostra molti politici se la tirano bene, se li chiami mettono la marcia automatica, ti salutano sorridendo e passano oltre quasi calpestandoti. Solo a Walter ho visto tremare la voice per emozione quando ha iniziato a parlare, non sul palco ma di sotto, su un piccolo palchetto allestito a circa venti metri dal primo. Lì per lì non percepivo il senso di quello spostamento, poi la sera rivedendo il tutto in tv tutto è stato chiaro : Veltroni appariva in mezzo alla gente, una bella furbata d'effetto, mi sa che l'ha copiata da Obama. E alle sue spalle c’ero anch’io, a due tre metri da lui, spalla a spalla con Fassino e Dalema, pensate un po’ che roba. E tutto per un tesserino confezionato al pc. La creatività paga.

WALTER PARLA

Nessun commento al discorso di Walter. Tutto ciò che ha detto mi è parso giusto e legittimo, perciò non mi cimento nemmeno, ci saranno fin troppi elogiatori e critici delle sue parole. Spendo invece qualcosa per ciò che non ha detto, e che speravo invece dicesse. Ha accennato più di una volta al successo della manifestazione, e va bene. Al fatto che aveva sentito cantare l’inno italiano, e che era rimasto compiaciuto perché a cantarlo era un grande partito riformista, e va ancora bene. Al fatto che il PD era un partito libero, capace di guardare all’area moderata come a chi lo è meno, nel partito, e va bene fino a un certo punto. Perché per esempio si dovrebbe avere il coraggio di dire apertamente, così come si afferma che l’Italia è meglio del governo che la dirige, senza mezzi termini, che quello di Berlusconi è un regime. Dolce e furbo magari, ma sempre regime. Senza girarci tanto attorno, dicendo magari che Berlusconi confonde la democrazia con il potere, e che ogni cosa è pro tempore, dal governo all’opposizione.

Voglio dire insomma che un riformismo troppo puntellato, invece di perdere l’ideologia se la tira addosso, ma di quella non tanto buona, fatta piuttosto di pateracchi e mediazioni, di parchi buoi e cene all’Aspen Institute. Cose che non addebito a Walter ma a chi lo circonda sì, e sarebbe ora che dopo questo grande, benefico bagno di democrazia per svegliare il paese dal torpore, il PD decidesse che finita l’emergenza elettorale è ora di scrivere regole serene per dare spazio e voce davvero a tutti, non ai soliti eletti. Andando magari ben oltre la richiesta delle preferenze alle prossime elezioni, bensì alla messa al bando dell’intera legge Calderoli, di questa autentica schifezza di cui oggi si pasce la casta degli eletti.

Tornare davvero al popolo sovrano, il PD ne ha più bisogno della PDL, che il suo consorzio di furbetti e benestanti ipocriti ed egosisti lo ha definito fin dall’inizio. Lottare per i poveri, 15 milioni nel nostro paese, e per i più emarginati e deboli : i giovani, le donne, gli anziani e i disabili. Lottare per un lavoro degno di essere chiamato tale solo quando restituisce davvero ai lavoratori tutele e dignità, cose mai mercatabili, neanche in un mercato globale. Lottare per una giustizia uguale per tutti, senza paura di mettere la firma a un referendum indetto da un altro partito. LOTTARE ho detto, che significa non certo menare le mani ma convincersi che il riformismo è soltanto lo strumento finale di un percorso che incontrerà ostacoli che devono essere rimossi per farle, quelle benedette riforme.

LE CIFRE DELLA MANIFESTAZIONE

Due o tre elicotteri sempre sopra la testa, a contare e poi riferire a sua maestà. E Cicchitto che ironizza sulla impenetrabilità dei corpi quando parla di 200mila al massimo, ma si scorda che lui stesso per la manifestazione degli “smutandati” della CDL a piazza San Giovanni parlò di un milione e mezzo di persone. Eravamo tanti comunque, da zittire per un paio di mesi i sondaggi truccati del padrone.

Stefano Olivieri


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POLITICA
24 ottobre 2008
DOMANI E' UN ALTRO GIORNO ? (di Stefano Olivieri)

Non scoppierà la rivoluzione ma un segno forte dovrà pure arrivare al popolo italiano e al governo – si fa per dire governo – di questo paese. Aspettare tanto tempo, ben sei mesi dalla data delle elezioni, prima che il maggior partito dell’opposizione scendesse in piazza non è stata forse un’ottima idea, ma cosa fatta capo ha, ora cerchiamo di capitalizzare al massimo questo grande evento. In questi sei mesi è successo di tutto, oltre le più nere previsioni. Abbiamo dapprima assistito a patetiche quanto false prove tecniche di dialogo da parte del PDL verso il PD. Un Berlusconi cicisbeo e mansueto come un agnellino, che si sperticava in complimenti verso questo o quello di una opposizione parlamentare presa a calci fino al giorno delle elezioni, fece gridare al miracolo da parte di più di un giornale. Le tv ci inzupparono il pane sulla grossa coalizione all’italiana, fatta di ammiccamenti e di pacche sulle spalle fra vecchi nemici. Al PD fece comodo in fondo quell’apertura di credito e mise un piede nella porta del dialogo, e in quel momento era conveniente sia al PD che al governo appena insediato svelenire un po’ l’atmosfera, che si era fatta davvero pesante negli ultimi giorni. Di qui però a pensare che sul serio Berlusconi fosse diventata un’altra persona ce ne corre, e forse la manfrina del cosidetto dialogo – che poi di fatto non c’è mai stato, con il parlamento ridotto ad una funzione indegnamente notarile di una vagonata di decreti legge mai emendati dall’opposizione – forse dunque sarebbe stato meglio se il PD, invece di prestare attenzione ad una componente centrista sempre più intransigente e interessata ad accrescere la sua influenza all’interno del partito anche a costo di civettare troppo con Berlusconi, avesse ascoltato di più i suoi elettori, compresi quelli che provenendo da sinistra, pur non del tutto convinti da statuti e manifesti dei valori oggetto di tante polemiche, avevano accettato la sfida del “voto utile” più che altro per la disfatta annunciata a sinistra da una sciagurata, catastrofica campagna elettorale – “ lo stare da una parte sola” – di Fausto Bertinotti, (auto)candidato della Sinistra Arcobaleno.

E tanto più da sei mesi ad oggi il governo di questo paese è scivolato a destra, con un premier che un giorno sì e l’altro pure non perde occasione per attaccare ogni istituzione e ogni diritto fondamentale della nostra repubblica democratica, tanto più oggi serve dare ascolto e soprattutto aprire una linea di credito non formale a quella parte del paese – parlo in particolare del lavoro a reddito fisso – che dopo aver atteso invano la cosidetta “fase due” dal governo dell’Unione ha dovuto poi subire l’attacco forsennato e cinico ai redditi, alle tutele, ai diritti dei più deboli. Non sarà mai davvero democratico questo partito se non concentrerà d’ora in poi tutto il suo vigore, se non metterà a partire da domani tutte le sue risorse in campo per evitare una vera ecatombe di diritti. Far scivolare nel disagio più nero, fare entrare nella nebbia dell’esclusione sociale ben 15 milioni di cittadini – un quarto della popolazione - è un danno irreversibile per il nostro paese e non c’è, non ci deve essere per ilo momento altra emergenza più importante. La disperazione se non trova sponde può produrre schegge impazzite, è vero ciò che dice Cossiga anche se poi il suo giudizio è cinico e interessato a reprimere piuttosto che a risolvere il dissesto sociale italiano. Ricordo di essermi già espresso su questo argomento quando ho detto che anticipare le proteste di piazza – proteste democratiche e civili naturalmente – era in fondo una scelta moderata rispetto al rischio che si presenta ora, con un governo che ha scoperto apertamente il suo piano eversivo, quello di affamare e poi colpire l’intera classe lavoratrice, accerchiandola dal lavoro ( contratti scaduti e da rinnovare a tassi di inflazione programmata ridicoli; diritti calpestati e negati; adesso perfino si criminalizza il diritto di manifestare..) fino alla scuola ( per trasformarla in breve in una fabbrica di schiavi malpagati e ignoranti), passando per la salute ( svuotamento di risorse) all’ambiente e ai nostri beni culturali e ambientali ( complessivamente più di un miliardo e 300 milioni di euro di tagli). L’Italia che uscirà fuori da questa legislatura non sarà più il bel paese, sarà una terra ferita e mortificata, saccheggiata da mercanti ignoranti e sensibili soltanto al denaro. Se non cominciamo da subito a ribellarci sul serio a questa catastrofe annunciata non riusciremo a dare ai nostri figli e ai nostri nipoti gli strumenti necessari per una difficile, impegnativa ricostruzione. E’ come la guerra, anzi peggio, perché giorno dopo giorno saremo sempre più soli, perfino nell’Unione Europea che oggi guarda al nostro paese come ad un problema e non come a una risorsa preziosa.

Allontanare Berlusconi, disarmarlo sarà soltanto l’inizio perché dovremo mettere in quarantena tutta l’intera classe polica – PD compreso – per liberarci una volta per tutte di una filosofia becera e appicicaticcia che di affari e politica ha fatto tutt’uno trasformando i cittadini titolari di diritti in sudditi sottomessi.

Io mi auguro che domani sia un grande giorno, e che la partecipazione sia altissima. Se così sarà come spero, ebbene da dopodomani stesso il PD dovrà attivare un conto alla rovescia, dandosi una scadenza che non può essere quella di cinque anni, perché fra cinque anni avrà perso l’Italia intera. Se dobbiamo salvarla dobbiamo creare le condizioni per incrinare la stabilità di questo regime, non piuttosto porgergli la stampella accettando il dialogo, fosse anche per tematiche importanti. Questo va deciso, darsi un termine e cominciare ogni giorno di lotta come se fosse l’ultimo. Berlusconi tenterà – oh se tenterà, una volta messo alle strette – di trasformarsi di nuovo in agnellino, blandirà e cercherà di sedurre dalle sue tv, si inventerà la manna dal cielo che cade ma non dovremo mai recedere. Se abbiamo a cuore la Costituzione e la democrazia dobbiamo respingerlo, “a prescindere” come direbbe il buon Totò. Non esiste alternativa alla lotta, e con un parlamento desautorato di qualsiasi diritto è bene che i noistri rappresentanti si dedichino da oggi a organizzare nel paese una protesta crescente e sempre più incisiva. A partire da domani, che vogliamo tutti davvero che sia un altro giorno.

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ECONOMIA
21 ottobre 2008
350 MILIONI DI POVERI ( di Stefano Olivieri)
 

210 milioni di disoccupati nel 2009, a cui aggiungere 40 milioni di “poor workwers”, i lavoratori poveri che rischiano la completa marginalità con meno di un dollaro al giorno, e alla stessa data altri 100 milioni che stentano a vivere con due dollari al giorno di paga. Sono i dati freschi della Organizzazione internazionale del Lavoro - l’agenzia specializzata delle Nazioni Unite che si occupa di promuovere la giustizia sociale e i diritti umani riguardanti il lavoro.

Un vero esercito della disperazione da una sponda all’altra dell’atlantico, poco meno di mezzo miliardo di persone che si muoverà nell’evoluto occidente come una mina vagante. 340 milioni di individui non sono noccioline, non possono più essere soltanto numeri da costringere in una fredda statistica. Sono persone, titolari di diritti, depositari di esperienze e culture di cui tutti dovremo saperci giovare, perché in questi casi non è solo opportuno ma straordinariamente necessario trasformare i problemi in opportunità di crescita. Se tutti sono appesi ancora con gli occhi per aria a guardare i tabelloni della borsa, ci deve essere a questo punto già chi si dovrebbe mettere al lavoro per riscrivere – o per meglio dire scrivere, perché il guaio è stato proprio questo, la deregulation – le regole a cui incatenare i soggetti che hanno trasformato l’economia in cinica finanza creativa. Ma devono essere regole vere, intransigenti, e chiare. Capaci di riavviare il mercato verso più saggi scenari, dove torni ad essere prevalente il core business di una impresa e non le scommesse azzardate che il mercato fa su di essa.

Bush e Sarkozy hanno concordato una data, novembre prossimo, entro cui convocare un vertice internazionale per discutere di questa emergenza planetaria. Al vertice verosimilmente parteciperà il successore di George Bush, forse quell’Obama che proprio l’altro ieri ha scaldato i cuori dei suoi fans rinnovando l’impegno per uno stato americano più vicino ai suoi cittadini più deboli, quelli che si lasciano morire privi di cure soltanto perché non possono pagarsi l’assicurazione.

Il mondo intero è a un bivio. Tornare ad aver fiducia di una borsa libera e deregolamentata, curando soltanto le banche malmesse e sperando che passi la brutta nottata ( e sarà bella lunga per i 350 milioni di poveri…) oppure prendere subito il toro per le corna e ammansirlo, addomesticarlo definitivamente. Perché non può essere più possibile, perché non è etico e nemmeno conveniente che il liberismo sfrenato trovi improvvisamente una vacca da mungere negli stati nazionali e poi, appena la sete è passata, torni a dare incornate a destra e a manca. Basta, la ricreazione è finita. Un modo nuovo, un mondo nuovo deve nascere, in cui ad ogni cosa corrisponda un prezzo soltanto se la cosa esiste davvero, e se è davvero utile alla comunità. E’ ora che si cominci a parlare non solo di economia ma anche di bilanci partecipativi, di come insomma il popolo – di cittadini elettori, ma poi anche consumatori, risparmiatori, in qualche modo sempre azionisti del mercato globale – possa tornare a contare davvero visto che ha dovuto e dovrà chissà per quanti anni sopportare il peso di questa crisi che si profila anche più dura di quella del 1929.

E’ ora di non credere più alla befana ma soltanto alla forza delle nostre braccia e del nostro ingegno. Nella vita, nel lavoro quotidiano e perfino nella politica. 350 milioni di poveri da domani avranno un deserto da attraversare insieme alle loro famiglie e chi si occupa di interessi diffusi – le associazioni, i partiti, i sindacati, dovrei aggiungere anche gli Stati sovrani se non fosse pleonastico – dovrà dare loro una mano davvero, non una social card come si fa in Italia. Fra l’altro il nostro governo ha stabilito una cifra vergognosamente bassa – lo 0,09 del pil – per gli aiuti ai paesi poveri, gli sessi da cui arrivano giornalmente le barche dei disperati che poi con molta fatica e denaro dobbiamo comunque accogliere. Per questo oggi, alla luce di questa crisi, Berlusconi risulta improvvisamente ancora più datato e inadeguato di quanto non lo fosse già prima. Non abbiamo più bisogno di un premier che si rifugia nei centri benessere mentre il maremoto finanziario investe le famiglie italiane. Che si faccia un suo club esclusivo e lo diriga come vuole, ma lasci in pace il paese. E’ questo è anche il messaggio che di questa crisi si dovrà dare il prossimo 25 ottobre, in piazza. Cambiare subito rotta cambiando il governo.

Stefano Olivieri

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POLITICA
18 ottobre 2008
25 ottobre, che cosa portare in piazza fra una settimana ( di Stefano Olivieri)
 

25 OTTOBRE, Che cosa portare fra una settimana in piazza

Manca ormai appena una settimana, il prossimo sabato arriva l’appuntamento “Salva l’Italia”. Il PD schiera il suo esercito e allora è il momento di verificare equipaggiamento e risorse. L’ultimo mese se ne è andato inseguendo le notizie sulla crisi finanziaria mondiale, che è senza dubbio un problema importante, ma non certo l’unico per il nostro paese. Se vogliamo davvero che la manifestazione riesca a svegliare il paese dobbiamo anticiparne e dettagliarne i contenuti, e fare in modo che siano tali da portare in strada non solo i lavoratori ma le intere famiglie.

Ci sono temi verso i quali la popolazione, al di là e al di sopra del bombardamento mediatico operato dalla destra, si dimostra particolarmente sensibile. Sono temi noti e parrebbe un’ovvietà sottolinearlo ma lo faccio lo stesso oggi, per ricordarlo a chi parlerà in piazza. Per brevità ne cito due soltanto, invitando chi legge a portarne altri a beneficio di tutti.

1. PREZZI E SALARI

Dicono che l’inflazione rallenta , ma chi è già alla canna del gas non può neanche percepirlo. Il totale disinteresse governativo verso il contenimento di prezzi e tariffe sta letteralmente affamando le famiglie. Questo è un gioco perverso, perché questo spostare sempre più al ribasso i margini economico sociali nasconde l’intento più complessivo di riscrivere del tutto le regole di questo paese, da quelle del lavoro sempre più privo di tutele a quelle della scuola, che si vorrebbe far diventare fabbrica di manodopera a basso costo, fino al diritto alla salute, non più garantito soprattutto ai più deboli ( vedasi il vergognoso attacco addirittura ai diritti dei disabili e delle loro famiglie). Questo è un governo che taglia non per risanare, ma per fiaccare la resistenza di una ben precisa quota del paese – quella del lavoro dipendente e delle famiglie ad esso collegate, quella dell’emarginazione e dell’esclusione sociale, quella dei diversi a vario titolo, dal sesso alla religione al colore della pelle. Per questo sullo scenario economico la lotta che il PD deve ingaggiare deve essere una vera e propria lotta di classe, non più operaia o impiegatizia o anche extracomunitaria ma al tempo stesso tutte queste cose insieme, perché è proprio il denaro prima di tutto a dividere questa sponda di povertà dall’altra sponda, quella di chi può decidere di giorno in giorno il suo di prezzo, spesso in completo arbitrio e sotto lo sguardo compiaciuto di un premier che è continuamente sfuggito ai processi principalmente per non essere costretto a rispondere ad una domanda, in quale modo – lecito o illecito - sia riuscito ad accumulare quell’esorbitante potere economico che lo ha fatto arrivare al governo del paese. Quella nube grigia di illegalità e di malaffare che ha sempre accompagnato le vicende del Berlusconi imprenditore si è ormai estesa all’intero paese e non v’è dubbio una così perniciosa pandemia andrà curata adeguatamente, certo non soltanto a parole. Se c’è uno scontro di classe in atto, ci si deve attrezzare in modo capillare in tutto il paese, e non basterà il parlamento e nemmeno una tv via satellite ma servirà l’apporto fattivo di ciascun democratico italiano. Dovrà essere una battaglia senza quartiere e in ogni quartiere, privilegiando il contatto umano diretto per portare a galla completamente i milioni di problemi ma anche di risorse che questo paese nasconde. E il segnale deve partire dal 25 ottobre se si vuole davvero salvare l’Italia, dobbiamo essere pronti.

2. ETICA E POLITICA

Se siamo diversi da Berlusconi e dai suoi, ebbene dobbiamo dimostrarlo non solo a noi stessi ma soprattutto a chi in Berlusconi ancora crede. E dobbiamo rendere sempre più visibile questa diversità, argomentandola ad ogni occasione, perché quanto più ci impegneremo su questo fronte, tanto più l’immagine del premier e del suo governo comincerà a scendere nei consensi popolari. Occorre fare una scelta secca per far tornare alta la politica, occorre riscrivere le regole di delega e rappresentanza sul serio varando delle VERE PRIMARIE in cui finalmente sia data PARI OPPORTUNITA ‘ non solo a quelli mandati dal Picone di turno ovvero sponsorizzati da questo o da quel politico. Ci sono italiani, uomini e donne, giovani e non più giovani, che alla Politica hanno dedicato la loro intera vita a titolo gratuito, per pura passione civile, affollando assemblee e manifestazioni, organizzando raccolte e questue, rischiando spesso in proprio. Questi peones senza volto e quasi sempre senza voce sono una risorsa indispensabile della nostra democrazia ma non hanno rappresentanza perché sono più di venti anni che la politica italiana, da destra a sinistra, conosce soltanto quei circa 200 volti che contano, sempre gli stessi che non cambiano mai, e sempre più vecchi e maschili fra l’altro. Attorno al 2001 io fui fra quelli che si impegnarono per portare alle primarie non un partito, ma tutto il popolo italiano, perché si voltasse finalmente pagina. Elaborai perfino una proposta di legge che è ancora presente sul web a questo link (http://www.perleprimarie.org/html/data/docs/BozzaOlivieri.pdf ) ,e partecipai a tutti i movimenti per le elezioni primarie. Perché il popolo deve tornare ad essere sovrano nel nostro paese, altrimenti i partiti finiranno col diventare dei club e basta. Vanno scritte regole nuove, e va definito lo strumentario a disposizione del nuovo rappresentante politico. Non serve inventarsi nulla, c’è la nostra Costituzione, basta leggerla e applicarla a dovere, ma per esempio : basta con i deputati e i senatori eletti quattro, cinque, sei volte di seguito. Due legislature e poi vai a casa saltando un turno, per rituffarti nel mondo reale ma soprattutto per impedirti la costruzione di quel potere autogenerante cha ha partorito la vergognosa fusione fra affari e politica. Poi serve trasparenza completa e massima rettitudine morale : la politica si fa al servizio della collettività, dunque non si può essere pregiudicati, e non si può, non si deve nascondere nulla ai propri elettori, a cominciare dalle fonti di reddito. Solo due piccoli esempi per far capire quanta strada dobbiamo percorrere. Ma va indicata da subito, fin dal 25 ottobre.

Quello che secondo me deve essere chiaro è che con questo governo non si può, anzi non si deve più dialogare. Perché il piano di Berlusconi è eversivo e noi invece vogliamo la democrazia. Cominciamo a far conoscere dunque, fin dalla prossima settimana, le nostre proposte non come strumenti di correzione della politica governativa, perché sarebbero comunque e sempre penosi pannicelli caldi, bensì come parti di uno scenario nuovo, di un mondo senza Berlusconi e i suoi yesmen. Occorre insomma dare respiro e profondità alle proposte, ascoltando soprattutto e coinvolgendo al massimo l’elettorato, come se le elezioni non fossero fra 5 anni ma fra cinque giorni. Occorre dare speranze, infondere fiducia, far capire che l’alternativa c’è ed è vera. E occorre aprire a sinistra, perché c’è una parte del paese che non ha più rappresentanza in parlamento. Infine un'ultima cosa, che mi viene dritta dal cuore : io provengo da un partito, prima chiamato PC, poi PDS e infine DS, che aveva l'abitudine di confrontarsi con la sua gente. Attraverso le assemblee, o le cene in sezione, parlando dei problemi del territorio e via via volando su, a una legge che non andava, a un contratto in scadenza, ai destini dell'intero paese. Ci si sentiva vicini, c'era dialettica ma anche solidarietà perchè ci si conosceva quasi uno per uno.

Ho la sensazione che la solitudine che molti lamentano derivi dal fatto che stavolta il partito è lì, e noi tutti da quest'altra parte. E' vero, ci sono state le primarie, ma non è ancora abbastanza, perchè occorre guardarsi negli occhi, scambiarsi gli odori, i sapori delle nostre esperienze quotidiane se vogliamo fare squadra sul serio. E poi in democrazia non si vota soltanto per eleggere chi prenda decisioni per conto nostro, si vota per contare sul serio. Forse serve un congresso strategico straordinario che faccia chiarezza, non tanto sui vertici - a me Walter va benissimo, altri magari un po' meno - quanto su gli obiettivi da raggiungere e i percorsi da battere per raggiungerli. I primi devono essere chiari e sopratutto condivisi, altrimenti per strada andremo sparpagliati e sarà un sacrificio inutile.

Stefano Olivieri

POLITICA
14 ottobre 2008
L'Ultima Piazza (di Stefano Olivieri)

 Con tutto il rispetto possibile per i risparmiatori italiani angosciati dal crack finanziario planetario, mi permetto di osservare che è presente – ed è anzi sempre più estesa nel nostro paese, una fetta di popolazione che al risparmio non può nemmeno pensarci perché il denaro non basta a coprire neanche le spese essenziali.

Questo esercito di correntisti in rosso annovera fra le sue fila la stragrande maggioranza di operai e lavoratori dipendenti che hanno visto in questi ultimi anni assottigliarsi sia la loro paga che il potere di acquisto della medesima, dal momento che l’inflazione – la tassa più odiosa che paga soprattutto la fascia più debole della nostra popolazione, continua ad alzarsi soprattutto nel settore alimentare.

Questi lavoratori non hanno sottoscritto obbligazioni di alcun tipo, non hanno bot né bpt, non hanno azioni della Lehman Brothers, eppure subiranno gli effetti dello tsunami finanziario ben più pesantemente di chi si è affidato agli operatori finanziari. I poveri aumenteranno e saranno ancora più poveri perché questo sciagurato effetto domino, con tutti gli stati nazionali costretti a correre in soccorso delle banche private per non far fallire l’economia, non potrà che concludere la sua corsa proprio sulla povera gente. Per ogni banca salvata ci sarà un taglio in più alle tutele dei più deboli, per ogni risparmiatore tutelato dallo stato ci saranno decine di famiglie ad annaspare in un mare di debiti già contratti con il credito a consumo, con i conti dal panettiere, con il mutuo della casa da pagare. Chi era ricco forse diventerà un tantino meno ricco, ma chi si trovava già sul crinale del disagio non verrà salvato da nessuno, nemmeno da questo ultimo decreto salva banche del governo da ammucchiata bitartizan.

Nel disinteresse generale si va predisponendo da parte del governo Berlusconi l’indigenza di massa di tutti i lavoratori dipendenti italiani, in particolare quelli pubblici, i “fannulloni” di Brunetta. I tagli saranno pesantissimi soprattutto all’Inps e alla Agenzia delle Entrate, guarda caso i due enti deputati a provvedere alla lotta all’evasione contributiva e fiscale nel nostro paese, lo ha ricordato qualche giorno fa proprio il prof. Ichino, su cui continua comunque a pesare l’enorme responsabilità della primogenitura di questa campagna di infamia nei confronti dell’impiego pubblico, fin dal 2006, in piego governo dell’Unione. 400 euro al mese di meno a partire dal prossimo gennaio a chi ne guadagna 1300 sono tanti, troppi perché non ci sia una immediata ripercussione negativa prima di tutto nell’economia familiare. E in più i pubblici non possono nemmeno contare nello straordinario detassato che ha in qualche modo aiutato i dipendenti privati. Saranno tre anni almeno di vera tragedia economica, con i contratti di lavoro fissati al ribasso grazie a un tasso di inflazione programmata criminale, 1, 7 % il primo anno, 1,5 % per il residuo periodo triennale. Un ribasso premeditato per affamare per sempre non solo i futuri pensionati ( le ultime retribuzioni sono quelle su cui viene calcolata la pensione) ma tutta la classe lavoratrice. Un progetto destabilizzante a cui si dovrebbe rispondere tutti insieme e non divisi come si sta facendo. Prima la sinistra qualche giorno fa in piazza, con Di Pietro che da un’altra parte raccoglieva le firme del il lodo Alfano. Il 17 prossimo venturo ci sarà lo sciopero generale delle rappresentanze sindacali di base, poi il 25 la manifestazione del PD che molti – troppi vorrei dire stante la tremenda crisi - vorrebbero non di lotta ma di proposta. Ma che si può proporre a un governo sordo e criminale come questo ? Quale altro segnale di pericolo deve lanciare il paese profondo perché l’opposizione parlamentare faccia il suo dovere ? Il 30 alla fine di ottobre ci sarà infine lo sciopero generale confederale, anche questo con parecchi distinguo soprattutto di Bonanni. Ma dico, vogliamo salvarlo questo paese o no ? Comincio a preoccuparmi sul serio per la stabilità democratica quando vedo questo torpore sospetto in chi dovrebbe invece dare la carica.

Personalmente sarò costretto a cercarmi un secondo lavoro per fare fronte alle spese essenziali, mia moglie per la prima volta in più di trent’anni di matrimonio mi ha chiesto di accompagnarmi alla prossima manifestazione di piazza. E vorrei dire che chi continua a questo punto a fare il pompiere, a invitare alla calma e al dialogo istituzionale, ha evidentemente la pancia più piena della mia, altrimenti non ragionerebbe così. Non sto invitando alla guerra civile, non sto già parlando di schegge impazzite, perché questo paese ha già pagato in passato il suo tributo di sangue per la libertà e la democrazia. Ma quella lezione pare dimenticata, e la sciagurata incoscienza con cui si sta accettando, ora dopo ora, giorno dopo giorno questa deriva autoritaria comincia a farmi pensar male anche del mio stesso partito. Al quale lancio un appello sperando che venga raccolto : il 25 ottobre sia davvero e in modo univoco una giornata di LOTTA e di DENUNCIA contro un governo che di democratico non ha davvero più nulla. Stanno affamando i lavoratori, stanno chiudendo ogni spazio per la libertà di espressione, stanno preparando lo scontro per esibire finalmente quella prova muscolare che i neofascisti attendono da tempo. Non permettiamo loro di arrivare a quel punto, testimoniamo civilmente e democraticamente la nostra opposizione ma facciamolo TUTTI INSIEME, altrimenti sarà inutile. Questo mese potrebbe essere quello dell’ultima piazza, se falliamo potrebbe non esserci un’altra occasione e la disperazione spingerebbe sicuramente – se non l’ha già cominciato a fare – il disagio sociale a ingrottarsi e a scegliere scorciatoie antidemocratiche per manifestarsi. Non arriviamo a quel punto per favore, i cln hanno liberato l’Italia dal fascismo ma a un prezzo altissimo di sangue, sfortunato è quel paese che ha bisogno di eroi per far vincere la democrazia e la giustizia sociale. Noi siamo padri e madri di famiglia, abbiamo ancora le spalle dritte e la consapevolezza della memoria. Uniamo l’opposizione, uniamo il fronte sindacale, lavoriamo per unire davvero e organizzare il mare del disagio prima che divenga tempesta. Siamo noi il paese, e se i nostri capitani non sono capitani davvero coraggiosi cambiamoli prima che sia troppo tardi.

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